L’ordine costituito non è mai stato così debole. I movimenti devono mettersi al lavoro | Cam Fenton

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È già attiva una spinta verso il profitto aziendale a scapito delle esigenze delle persone, ma non deve per forza andare così, se i movimenti iniziano a pianificare in grande.

Attivisti del Sunrise Movement tengono una manifestazione #PeoplesBailout. (Facebook/Sunrise Movement)

In tutto il mondo, i governi stanno portando ad avanti piani di riapertura che allentano in certa misura il distanziamento sociale dovuto al COVID-19. Si parla inoltre di ripresa e di ricostruzione. Mentre una certa attenzione è rivolta a incentivi verdi e a una serie di richieste progressiste per una ripresa giusta ed equa, l’unico modo in cui possiamo ottenere tali risultati è con movimenti pronti ad affrontare la lotta.

Prima dell’inizio della crisi COVID-19, il mondo era – in generale – governato da un senso comune neoliberista, che affondava le sue radici nella politica dell’era Reagan e Thatcher. Gli stessi leader che hanno sostenuto quell’ordine sono ancora al potere e, con alcune notevoli eccezioni, la maggior parte di loro sta vedendo aumentare la propria popolarità con questa crisi. 

In Europa, la tedesca Angela Merkel ha un indice di gradimento, in crescita, del 78%, l’italiano Giuseppe Conte è al 71% e il francese Emmanuel Macron è salito di 14 punti. In Australia, Scott Morrison ha portato i suoi consensi da negativi a positivi del 26%. In Canada, dove vivo, Justin Trudeau ha un gradimento del 74%, e anche il primo ministro britannico Boris Johnson ha visto un aumento significativo [dei consensi]. Anche se molti di questi leader, e altri che hanno visto un calo di consensi, sono stati costretti a finanziare il sistema sanitario e a sostenere i cittadini in questa crisi, non per questo hanno cambiato il loro DNA politico. Man mano che la crisi diminuisce, possiamo aspettarci che cerchino di ritornare bruscamente agli “affari come al solito”, mettendo i profitti aziendali al di sopra delle esigenze dei cittadini.

L’ultima crisi, anche solo vicina alla portata di questa, che il mondo ha attraversato – la crisi finanziaria del 2008 – è stata seguita da un’ondata di proteste virali contro la disuguaglianza.

La spinta in tal senso è già in atto, con un mix di lobbying aziendale, manifestazioni camuffate come popolari e i soliti esperti sui media a guidare la carica. Non è difficile immaginare che, tra qualche settimana o mese, vedremo i governi approvare bilanci con massicce dosi di austerità, improvvisamente preoccupati per il carico di debito dovuto alla spesa per la pandemia. Né è difficile immaginare drastici tagli alle tasse sulle imprese e il dirottamento delle finanze pubbliche e dei sussidi verso i progetti di estrazione di combustibili fossili e altri minerali, a cui questi leader hanno dato priorità per anni. Ma non deve per forza essere così.

Le idee neoliberiste, che favoriscono governi “leggeri”, che diano fiducia alle imprese e lascino che il mercato risolva i problemi sociali, sono state considerate politiche di senso comune fin dagli anni Ottanta. Nel complesso, queste idee costituiscono il nostro “allineamento politico dominante”, come lo chiamano sia il Sunrise Movement [1] sia Jonathan Smucker, autore di Hegemony How-To(“Manuale di egemonia”), che guida le priorità dei nostri governi. E, grazie a questa crisi, questo allineamento non è mai stato così debole. La pandemia ha fatto luce su molti dei suoi fallimenti, dimostrando quanto possa essere facile per i nostri governi scegliere di mettere al primo posto i bisogni dei cittadini. I movimenti sociali hanno ora l’opportunità, che capita una volta in una generazione, di cambiare l’allineamento dominante.

E come possiamo farlo?

Dobbiamo iniziare a pianificare in grande

Qualche settimana fa, il baluardo del pensiero della sinistra radicale, Bloomberg News, ha pubblicato un articolo intitolato “This Pandemic Will Lead to Social Revolutions” (“Questa pandemia porterà a rivoluzioni sociali”). La tesi dell’articolo è corretta nel dire che “il coronavirus è stato una lente d’ingrandimento sulla disuguaglianza, sia tra i paesi sia all’interno dei paesi” e che, se ciò non sarà affrontato, “queste pressioni esploderanno”. Mentre l’autore dell’articolo considera ciò come un argomento per una risposta pragmatica e centrista, che possa proteggere i soliti affari e calmare le esplosioni [sociali], l’impulso per gli organizzatori è costruirle, incendiarle e guidarle per alimentare una trasformazione.

Per fare questo sono necessari tre passi fondamentali. Il primo è costruire un’ampia base che si opponga al ritorno a un modello ingiusto e insostenibile di “affari come al solito”.

Con così tante persone colpite da questa crisi, o dalle lacune aggravatesi nel nostro sistema, ci sono milioni di persone che potrebbero costituire questa base. C’è un grande sostegno passivo potenziale. Il compito degli organizzatori e degli attivisti è quello di rendere attivo questo sostegno. La sfida, resa più grande da questa pandemia, sarà capire come raggiungere le persone quando i metodi tradizionali di organizzazione faccia a faccia sono fuori gioco.

Una volta che questa base inizierà a crescere e ad essere smaniosa di agire, il grande compito successivo sarà orchestrare degli “eventi scatenanti”, come li chiamano Mark e Paul Engler, autori di This is an Uprising (Questa è una rivolta). Si tratta di momenti di azione pubblica destinati a scatenare un’ondata di sostegno e a innescare un’attività esponenziale del movimento. Gli eventi scatenanti più efficaci drammatizzano l’ampio conflitto sociale che stiamo cercando di sollevare, e lo fanno in un modo così convincente che un numero enorme di persone, prima passive o inattive, si sentono spinte ad unirsi alle azioni, o almeno a sostenere pubblicamente la causa.

Per certi versi, COVID-19 è un evento scatenante in sé, in quanto ha attivato una massiccia azione pubblica in risposta alla crisi. Guardando al futuro, gli organizzatori dovranno creare consapevolmente eventi scatenanti successivi, che politicizzino le masse attivate, inneschino il sostegno passivo e producano una tensione nel sistema verso il terzo passo: quello che gli Engler chiamano “momento di vortice”.

L’ultima volta che il mondo attraversò una crisi anche solo vicina alla portata di questa – la crisi finanziaria del 2008 – seguì un’ondata di proteste virali contro la disuguaglianza. Forse la più famosa, il movimento Occupy, crebbe da un piccolo accampamento nello Zuccotti Park di New York a un movimento globale quasi da un giorno all’altro. Questo fu un “momento di vortice”. Una serie di eventi scatenanti di successo – sotto forma di azioni intelligenti, strategiche e nonviolente, che sposarono la rottura con il sacrificio per attirare l’attenzione globale – suscitò ampio sostegno e interesse. Il movimento crebbe in modo massiccio e rapido, e la sua polarizzazione virale dell’1 per cento contro il 99 per cento dilagò in tutto il mondo. Accumulando eventi scatenanti, Occupy creò un irresistibile conflitto pubblico che trasformò il modo in cui comprendiamo e parliamo di disuguaglianza economica.

Questo momento, ovviamente, non può essere copiato fedelmente dal manuale di Occupy, dato che accampamenti pubblici non sono la tattica più semplice in tempi di pandemia. Inoltre, la focalizzazione tattica di Occupy crea una serie di sfide. Tuttavia, la tabella di marcia è ancora istruttiva: collegarsi con le persone colpite e attivate da questa crisi, organizzarle per provocare eventi scatenanti, e accumulare questi eventi scatenanti avendo un piano per provocare i vortici.

Abbiamo bisogno di richieste simboliche

Una delle più grandi insidie potenziali che gli organizzatori si trovano ad affrontare in un momento come questo è [definire] esattamente che cosa chiedere. La pura verità è che, il più delle volte, i movimenti di opposizione si uniscono più rapidamente e con più vigore di quelli propositivi. Come organizzatore climatico, questo è stato per me chiarissimo confrontando una qualsiasi campagna contro un oleodotto con una lotta, anche la meglio organizzata, per una politica di riduzione delle emissioni di carbonio. La prima ha “cattivi” più chiari, una minaccia più imminente e sbocchi per l’organizzazione delle persone migliori di quanto potrebbe mai avere la seconda.

Il compito degli organizzatori è quindi quello di costruire un ponte tra questa crisi e il futuro del Green New Deal.

Ecco perché, pensando a questo momento, il nostro primo passo è organizzare le persone intorno alla minaccia che i governi ci portino fuori da questa crisi con tagli e sussidi alle aziende. In questo modo, avremo dei “cattivi” chiari, una posta in gioco alta e un collegamento diretto con le persone. Le nostre richieste devono fare un appello chiaro e morale: non torneremo a fare affari come al solito.

Questo appello avrebbe il vantaggio aggiuntivo di collegarsi direttamente a tattiche chiare. Immaginate gli organizzatori degli scioperi studenteschi per il clima che si impegnano a non tornare in classe senza un’azione coraggiosa per una transizione giusta, o i lavoratori che si rifiutano di tornare al lavoro senza maggiori benefici e assistenza sanitaria. Dove il transito è stato reso gratuito durante la pandemia, si potrebbe fare uno sciopero dei pedaggi. I movimenti di sciopero degli affittuari che si sono coalizzati in questo momento potrebbero continuare e crescere per chiedere alloggi a prezzi accessibili. E così via.

Nel movimento per il clima, dove trascorro la maggior parte del mio tempo, non è difficile immaginare che gli attivisti per la giustizia climatica intralcino letteralmente il ritorno ai soliti affari, interrompendo l’estrazione, l’approvazione o il finanziamento dei combustibili fossili. Inoltre, un appello a non tornare indietro potrebbe anche ispirarsi a uno dei punti di forza di Occupy: rendere la chiamata all’azione la stessa cosa della tattica principale.

È importante notare, tuttavia, che se da un lato questa opposizione farà partire il nostro motore organizzativo, dall’altro non sarà sufficiente a farlo andare avanti. La domanda naturale, da parte sia dei sostenitori sia di chi vuol farci deragliare, sarà: “Se non torniamo indietro, dove andremo?”

È qui che avremo bisogno di una nostra visione per la soluzione di questa crisi. Per fortuna, molte delle basi sono già state gettate.

I vari Green New Deal – politiche e piani volti ad affrontare, con la trasformazione delle nostre economie, le crisi convergenti del cambiamento climatico e della disuguaglianza – sono più rilevanti che mai in tutto il mondo. Essi sono costruiti in base a quelle idee di cui le società avranno bisogno per uscire da questa pandemia: assistenza sanitaria per tutti, creazione di milioni di buoni posti di lavoro verdi, priorità alle comunità vulnerabili, e contrasto della crisi climatica, solo per citarne alcune. Sono anche [idee] molto popolari e – quando sono stati fatti sondaggi – sono ancora più popolari quando si prospetta di farne pagare i costi alle aziende e ai ricchi.

Il compito degli organizzatori è quindi costruire un ponte fra questa crisi e il futuro del Green New Deal. Questo ponte sarà cementato con richieste popolari simboliche, grandi idee, con lo scopo di radunare il “noi” più grande possibile dietro di esse e di isolare una piccola opposizione che le contrasta. Quando sono ben fatte, esse eccitano e attivano la nostra base, spostano il centro politico dalla nostra parte e costringono i nostri oppositori su posizioni ristrette e impopolari.

È un cliché parlare di quanto questo momento sia senza precedenti, ma la pura verità è che ciò che accadrà nelle settimane, nei mesi e negli anni a venire plasmerà probabilmente il prossimo capitolo della nostra storia.

Queste richieste sono diverse da quelle strumentali, che si concentrano su idee politiche molto specifiche. Per quanto preziose e critiche, queste richieste sono spesso difficili da comprendere per il grande pubblico, e possono essere troppo limitate per costruire la base di sostegno pubblico di massa di cui abbiamo bisogno in questo momento. Inoltre, la creazione di forza dietro le richieste simboliche sposta la finestra politica, creando le condizioni per vittorie strumentali lungo il percorso. Questo non vuol dire che il lavoro politico non sarà critico in questo momento, solo non sarà il fondamento di un movimento di massa efficace.

Ci sono anche buone notizie su questo fronte. In molti angoli del mondo, gli sforzi, che spingono per piani di salvataggio dei popoli e perché la giustizia sia al centro dei piani di ripresa, hanno incluso piattaforme basate su principi forti. Il compito degli organizzatori è tradurle in un linguaggio comprensibile per le persone che stanno riunendo e trasformarle in domande chiare e simboliche, dietro le quali si possa costruire un movimento di massa.

Dobbiamo diventare politici

È utile suddividere questo lavoro in tre fasi: risposta, ripresa e ricostruzione. In Canada, siamo stati nella prima fase da quando è arrivata la pandemia, con l’obiettivo di sostenere l’organizzazione del mutuo soccorso e altri sforzi per fare in modo che le persone abbiano ciò di cui hanno bisogno per superare la tempesta. Mentre scrivo, le cose stanno andando lentamente verso la ripresa, che è molto del lavoro già delineato in questo articolo. Se noi, come organizzatori, riusciremo a costruire e a dispiegare la pressione dei movimenti di massa, entreremo nella fase di ricostruzione, in cui diventerà più forte il conflitto tra il ritorno a un ordine neoliberista e l’introduzione di un Green New Deal trasformatore.

Non ci sono scorciatoie o risposte facili al momento, ma abbiamo gli strumenti.

Alla fine, quel conflitto si riverserà nella nostra politica. Ovviamente, questo avrà un aspetto diverso in varie parti del mondo, dove la politica locale determinerà alcune caratteristiche dell’impegno. Ma, nelle democrazie, probabilmente ciò significherà elezioni, che serviranno come cartina di tornasole – di come questo conflitto stia plasmando la politica – e offriranno al nostro allineamento politico l’opportunità di governare.

Questo significa che non possiamo soltanto fare un piano per opporci al potere. Dobbiamo anche farne uno per prenderlo. L’importante è cominciare a pensarci ora, perché non solo le elezioni si terranno presto in molti luoghi, ma anche perché sappiamo che i movimenti di massa attivano alcuni dei nostri campioni politici più forti. Ricordatevi che la deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez cita Standing Rock come l’inizio del suo viaggio verso il Congresso. Gli organizzatori devono avere piani per costruire movimenti di protesta potenti che possano anche sostenere i politici del movimento e portare il popolo al potere.

È un cliché parlare di quanto questo momento sia senza precedenti, ma la pura verità è che ciò che accadrà nelle settimane, nei mesi e negli anni a venire plasmerà probabilmente il prossimo capitolo della nostra storia. Le decisioni prese durante la ripresa e la ricostruzione da questa crisi o aiuteranno o danneggeranno le persone. O ci metteranno sulla buona strada per affrontare la crisi climatica o ci faranno deragliare. O rafforzeranno l’ordine stabilito o lo ricostruiranno. Non ci sono scorciatoie o risposte facili al momento, ma abbiamo gli strumenti. Si tratta solo di mettersi al lavoro.


Cam Fenton

Nato e cresciuto a Edmonton, Cam Fenton ha lavorato alle campagne per la giustizia climatica in tutto il Canada. È stato direttore della Canadian Youth Climate Coalition (Coalizione giovanile canadese per il clima) e attualmente lavora per 350.org. La sua sede è a Vancouver, British Columbia. @CamFenton.


Nota

[1] Il Sunrise Movement (Movimento dell’alba) è un movimento politico giovanile americano che sostiene l’azione politica sui cambiamenti climatici.


Waging Nonviolence, 12 maggio 2020

Traduzione di Franco Malpeli per il Centro Studi Sereno Regis