La gara per sostituire un neoliberismo morente | Walden Bello

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I modelli sociopolitici mondiali prevalenti non sopravvivranno a questa pandemia. Che cosa li sostituirà?

Per reazione al cataclisma provocato dal coronavirus, stanno emergendo tre linee di pensiero.

Una è che l’emergenza rende necessarie misure straordinarie, ma la struttura di base della produzione e del consumo è sana, e il problema è solo nel determinare il momento in cui le cose possono tornare al “normale”.

Si potrebbe dire che questa sia l’opinione dominante fra le élite politiche e degli affari. Rappresentativa di questa prospettiva è la famigerata teleconferenza sponsorizzata da Goldman Sachs che coinvolse varie decine di attori di borsa valori a metà marzo scorso, che concludevano che “non c’è alcun rischio sistemico. Nessuno manco ne parla. I governi stanno intervenendo nei mercati per stabilizzarli, e il settore bancario private è ben capitalizzato. Sa più di 11 settembre (2001) di quanto non fosse il [rischio del] 2008”.

Una seconda linea di pensiero è che ora ci troviamo nel “nuovo normale”, e pur seil sistema  economico globale non è significativamente fuori registro, si devono fare cambiamenti importanti ad alcuni suoi elementi, come riprogettare il luogo di lavoro per venire incontro al bisogno di distanziamento sociale, rafforzare i sistemi sanitari pubblici (qualcosa ora promosso perfino da Boris Johnson dopo che il Sistema Sanitario Nazionale britannico gli ha salvato la vita), e anche procedere verso un “reddito basilare universale”.

Una terza risposta è che la pandemia fornisce un’opportunità per trasformare un sistema afflitta da profonde disuguaglianze economiche e politiche ed è quanto mai ecologicamente destabilizzante. Si deve non semplicemente parlare di fare spazio a un “nuovo normale” o espandere le reti di sicurezza sociale, bensì di procedere decisamente verso un nuovo sistema economico qualitativamente nuovo.

Nel Nord globale, la trasformazione necessaria è sovente articolata in forma di richieste di un “New Deal Verde” marcato non solo dal rendere “verde” l’economia ma da una significativa socializzazione della produzione e degli investimenti, da una democratizzazione della decisionalità  economica, e da radicali riduzioni nella disuguaglianza di reddito.

Nel Sud globale, le strategie proposte, pur trattando la crisi climatica, enfatizzano l’opportunità offerta dalla pandemia di affrontare radicate disuguaglianze economiche, sociale, e politiche. Un esempio eloquente è il “Manifesto Socialista per le Filippine post-Covid 19” della coalizione popolare Laban ng Masa, un elenco dettagliato d’iniziative a breve e lungo termine, la cui introduzione proclama:

Il modo e il disordine delle risposte di questi attori egemonici alla crisi provano oltre ogni ombra di dubbio che il vecchio ordine non può più essere restaurato e le sue classi di governo non possono più amministrare la società alla vecchia maniera. Il caos, le incertezze, e le paure risultanti dal Covid-19, per quanto possano essere deprimenti e squallide, sono anche gravide di opportunità e sfide da sviluppare per offrire al pubblico un nuovo modo di organizzare e gestire la società e le sue relative componenti politiche, economiche e sociali. Come fece notare il socialista Albert Einstein: “Non possiamo risolvere i nostri problemi con lo stesso schema di pensiero adottato quando li abbiamo creati”.

Qusta volta è davvero differente

Le prime due prospettive sminuiscono le possibilità di cambiamento radicale, con qualcuno che predice che la reazione popolare sarà molto simile a quella durante la crisi finanziaria del 2008 — cioè, il sentirsi disturbati ma senza gran voglia di molto cambiamento, tanto meno di cambiamento radicale. Questa opinione si basa sull’erronea equivalenza di ciò che si era intenti a fare durante le due crisi.  Le crisi non risultano sempre in un cambiamento significativo. È l’interazione o sinergia fra due elementi: uno obiettivo, vale a dire una crisi sistemica, e uno soggettivo, cioè la risposta psicologica a essa che è decisiva.

La crisi finanziaria globale del 2008 è stata una crisi profonda del capitalismo, ma l’elemento soggettivo — l’alienazione popolare dal sistema — non aveva ancora raggiunto una massa critica. Grazie al boom creato dalla spesa dei consumatori finanziata a debito per due decenni, si era shockati dalla crisi, ma non altrettanto alienate dal sistema durante la crisi e il suo immediato indomani. Le cose stanno diversamente oggi.

Il livello di scontento e alienazione con il neoliberismo era già molto alto nel Nord globale prima che colpisse il coronavirus, grazie all’incapacità delle élite insediate di rovesciare il declino e gli standard di vita e le disuguaglianze rampanti nello squallido decennio seguìto alla crisi finanziaria. Negli USA, il periodo fu riassunto nella mente de popolare come quello in cui le élite hanno dato precedenza al salvataggio delle grosse banche rispetto a salvare milioni di padroni di casa in bancarotta e por fine alla disoccupazione su vasta scala, mentre in gran parte d’Europa, specialmente nel sud, l’esperienza della gente nel decennio scorso era riassunta in una parola: austerità. E in gran parte del Sud globale, la crisi cronica di sottosviluppo sotto il capitalismo periferico, esacerbata da “riforme” neoliberiste fin dagli anni 1980, aveva già fatto a brandelli la legittimità di istituzioni chiave della globalizzazione come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, e l’Organizzazione Mondiale del Commercio, anche prima della crisi del 2008.

La pandemia del coronavirus del 2020, in breve, ah imperversato per un sistema economico globale già destabilizzato da una profonda crisi di legittimità. Il senso che le cose fossero uscite di controllo — certamente fuori controllo dei gestori politici ed economici tradizionali — è stata la prima shockante presa di coscienza. Questa percezione di massa di sorprendente incompetenza delle élite si collega adesso con i già radicati sentimenti di risentimento e rabbia che ribollono fuori dal periodo di crisi post-finanziaria.

Quindi l’elemento soggettivo, la massa critica psicologica, c’è. È un turbine che aspetta d’essere catturato da forze politiche in contesa. La domanda è: chi riuscirà a imbrigliarlo?

L’establishment globale cercherà ovviamente di riportate il “normale vecchio”. Ma c’è semplicemente troppa rabbia, troppo risentimento, troppa insicurezza ormai sguinzagliati. E non c’è modo di costringere il genio di nuovo nella bottiglia. Benché perlopiù mancando alle aspettative, i massicci interventi fiscali e monetari degli stati capitalisti durante le scorse settimane hanno sottolineato alla gente che cosa sia possibile sotto un altro sistema con differenti priorità e valori.

Il neoliberismo è morente; la questione è solo se il trapasso sarà rapido o “lento”, come lo caratterizza Dani Rodrik.

Chi cavalcherà la tigre?

Solo la sinistra e la destra sono contendenti seri in questa gara per instaurare un altro sistema.

I progressisti hanno prodotto varie idee e paradigmi attraenti sviluppati lungo gli ultimi decenni per come procedure a una trasformazione davvero sistemica, ed essi oltrepassano il keynesismo tecnocratico di sinistra identificato con Joseph Stiglitz e Paul Krugman. Fra tali radicali alternative ci sono il già menzionato New Deal Verde, il socialismo democratico, la decrescita, la de-globalizzazione, l’ecofemminismo, la sovranità alimentare, e il “Buen Vivir” (ossia “Buon/Ben Vivere”.

Il problema è che queste strategie non si sono ancora tradotte in una massa critica sul terreno.

La spiegazione solita per questo è che la gente “non è pronta per loro”. Ma probabilmente più significativa come spiegazione è che quasi tutti associano ancora queste correnti dinamiche di sinistra con il centro-sinistra. Sul terreno, dove importa, le masse non sanno ancora distinguere queste strategie e i loro promotori dai social-democratici in Europa e dal partito Democratico negli USA, che sono stati implicati nello screditato sistema neoliberista cui avevano cercato di fornire una faccia “progressista”. Per ampi strati di cittadini, la faccia della sinistra è ancora il partito Social-Democratico (SPD) in Germania, il partito Socialista in Francia, e il partito Democratico negli USA, il cui passato è di poca ispirazione, per non dir altro.

Nel Sud globale, la leadership di o la partecipazione in governi liberal-democratici ha anch’essa portato a un discredito dei partiti di sinistra quando tali coalizioni adottarono misure neoliberiste rubricate come “aggiustamento strutturale” anche se la “Marea Rosa” in LatinAmerica è incorsa nelle proprie contraddizioni, e stati comunisti in EstAsia sono diventati sistemi capitalistici di stato con una gran dose di neoliberismo. Un tempo visti come rottura col passato, la Concertacion in Cile, il partito dei Lavoratori in Brasile, il Chavismo in Venezuela, e il cosiddetto Consenso di Pechino sono ora considerati parte di quel passato.

In breve, il compromesso totale del centro.sinistra col neoliberismo nel Nord insieme a partiti e stati progressisti fiancheggiatori quando non attivi promotori di misure neoliberiste nel Sud hanno appannato nell’insieme lo spettro progressista — seppure sia stato dalla sinistra non-mainstream, non-statuale che la critica del neoliberismo e della globalizzazione sia inizialmente partita negli anni 1990 e 2000.  Si tratta di una cupa eredità che dev’essere decisamente spinta da parte se i progressisti devono connettersi con la rabbia e il risentimento delle masse che adesso traboccano e lei trasformano in una forza positiva, liberante.

Vantaggio: all’estrema destra

Purtroppo è l’estrema destra la meglio posizionata attualmente per avvantaggiarsi dello scontento globale, perché anche già prima della pandemia i partiti di estrema destra opportunisticamente coglievano elementi di posizioni e programmi anti-neoliberisti della sinistra indipendente — per esempio, la critica della globalizzazione, l’espansione del “welfare state”, e un maggiore intervento statale nell’economia — ma confezionandoli all’estrema destra.

Così in Europa, c’erano partiti di destra radicale — fra cui il Front National di Marine Le Pen in Francia, il partito del Popolo Danese, il partito della Libertà Austria, il partito Fidesz di Viktor Orban in Ungheria — che abbandonavano parti dei vecchi programmi neoliberisti pro-liberalizzazione e per meno tassazione che avevano sostenuto, e ora proclamano di essere per lo stato assistenziale e più protezione dell’economia dagli impegni internazionali, ma esclusivamente a beneficio di quelli con il “giusto colore della pelle”, la “giusta cultura”, il “giusto ceppo etnico”, la “giusta religione”.

Essenzialmente, è la vecchia formula “nazional-socialista”, inclusivista per le classi ma esclusivista per razze e culture, il cui consumato praticante attualmente è Donald Trump. Ma purtroppo funziona nei nostri tempi agitati, come dimostrato dall’inaspettata filza di successi elettorali dell’estrema destra che hanno piratato ampli settori della base lavoratrice della social-democrazia.

Frattanto, nel Sud globale leader carismatici con attrattiva transclassista, come Rodrigo Duterte nelle Filippine e Narendra Modi in India, hanno imbrogliato per i loro progetti autoritari lo scontento popolare per anziani regimi liberal-democratici le cui strutture sociali gravemente disuguali smentivano le proprie pretese democrazie, relegando in disparte i partiti progressisti che o si erano compromessi col neoliberismo, si erano impigliati in paradigmi classisti che mancavano di capire le nuove realtà “populiste”, o erano debilitati da faide settarie. Adesso, usando a pretesto il corona-virus, queste personalità autoritarie hanno serrato la propria presa repressive sul sistema politico con livelli estremamente alti di approvazione di massa per le loro misure.

…Ma non si dichiari fuori combattimento la sinistra

Ma si sarebbe sciocchi a dichiarare fuori combattimento la sinistra.

La storia ha un movimento dialettico complesso, e di sono spesso sviluppi inattesi che aprono opportunità per quelli abbastanza baldi da coglierle, da pensare fuori dagli schemi dati, e disposti a cavalcare la tigre sulla sua rotta imprevedibile verso il potere — dei quali ce ne sono molti sul nostro versante, specialmente nella generazione più giovane.

Ma la storia è anche inesorabile, e raramente tollera che si faccia lo stesso errore due volte. Se i p progressisti dovessero di nuovo permettere ai social-democratici screditati in Europa e ai Democratici alla Obama e Biden negli USA di trascinare indietro la politica progressista fino a nuovo compromesso con un neoliberismo morente, le conseguenze potrebbero essere davvero, davvero, fatali.  Se succede, allora la scena raggelante del film Cabaret, dove gente comune guidata da un giovane nazista canta “Il domani mi appartiene”, ha un gran chance di diventare realtà… di nuovo.


Walden Bello

Walden Bello è co-fondatore e attualmente analista capo al Focus on the Global South con base a Bangkok e professore aggiunto internazionale di Sociologia all’Università Statale di New York a Binghamton. Ha ricevuto il Right Livelihood Award [Premio per un giusto sostentamento], noto anche come Premio Nobel Alternativo, nel 2003, ed è stato nominato Outstanding Public Scholar [Studioso pubblico eccellente] dell’International Studies Association nel 2008. Bello ha fatto la sua tesi di laurea sulla controrivoluzione in Cile del 1970-73. Attualmente è ricercatore anziano al Center for Southeast Asian Studies dell’Università di Kyoto.


IN FOCUS, 18 May 2020 | Walden Bello | Foreign Policy In Focus – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis