Covid-19 e gratitudine: l’ideologia della sovranità in crisi | Christian Sorace

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Quando i governi chiedono gratitudine per la loro risposta al coronavirus, rivelano la propria insicurezza come potere sovrano, insicurezza che la sinistra deve sfruttare.

Nel mezzo della pandemia, le espressioni di gratitudine rieccheggiano ovunque. L’apprezzamento dei lavoratori in prima linea si sente dai balconi cantati del nord Italia fino agli applausi notturni sui tetti di New York. Anche i lupi del mio stato, il Colorado, sembrano contribuire con i loro ululati serali.

Nel frattempo, gli esperti di salute mentale ci incoraggiano a rimanere “a terra” attraverso meditazioni di gratitudine. Psychology Today elenca i benefici alle nostre vite di una “Gratitudine in un’epoca di pandemia”, mentre la Mayo Clinic ci invita a “Scoprire la Gratitudine” come strategia per preservare la nostra salute mentale e fisica. Ma cos’è la gratitudine, e perché sta avendo un’importanza proprio ora?

La gratitudine è l’apprezzamento della nostra vulnerabilità e della nostra dipendenza dagli altri. COVID-19 ci ricorda che nessuna persona è un’isola; esistiamo in reti di dipendenza e catene di produzione che ci collegano al lavoratore immigrato che raccoglie i prodotti della terra, al camionista che li consegna e al cassiere locale di WholeFoods. Quando questi fili, così spesso dati per scontati, si sfilacciano, la gratitudine diventa dunque un tentativo di ripararli simbolicamente.

LA GRATITUDINE COME ALIBI

Se la gratitudine appare, a prima vista, come una risposta costruttiva alla crisi attuale, può anche essere un alibi affettivo per quella che Saidiya Hartman definisce la “violenza gratuita” delle società e dei rapporti geopolitici razziali e disuguali – cioè, non siamo tutti insieme in questo. Come discorso pubblico, la gratitudine può facilmente scivolare dal riconoscimento degli individui all’accettazione dei sistemi che ne riproducono lo sfruttamento.

Si può davvero essere grati per un mondo in cui i campioni di sangue con gli anticorpi COVID-19 vengono venduti a prezzi astronomici e la vita dei lavoratori a basso salario viene messa a rischio e sacrificata per mantenere i profitti aziendali con il pretesto di mantenere l’economia in funzione, piuttosto che immaginare cosa servirebbe per costruire un’economia post-capitalista che non distrugga il pianeta? Invece di gratitudine per il mondo così com’è, preferisco pensare ai rischi che ci prendiamo e alla cura che ci diamo l’un l’altro come esempi di solidarietà e di cameratismo nella lotta per il mondo come potrebbe essere.

Ma per intravedere quel mondo, dobbiamo vedere attraverso le mistificazioni di questo mondo. Sebbene la gratitudine sia elogiata come una disposizione etica, la politica della gratitudine ci intrappola in una complicata logica di sovranità, indebitamento e depoliticizzazione. Dietro i suoi caldi margini si cela l’accusa moralizzatrice e taciturna di essere ingrati. Cosa significa quando la gratitudine non è più una risposta emotiva spontanea, ma qualcosa che ci viene chiesto?

POLITICHE MESCHINE

Negli Stati Uniti, Donald Trump ha ritardato gli assegni di soccorso COVID-19, che sono necessari per molte persone che hanno perso il lavoro e l’assistenza sanitaria, solamente perché ha insistito che la sua stessa firma fosse apposta sui documenti – un pacchiano promemoria del donatore sovrano dietro il dono. Con un palese disprezzo per la temporalità della vita e della morte, ha chiesto che i governatori dello Stato gli esprimessero la loro gratitudine in cambio della distribuzione di risorse mediche salvavita, come ventilatori e dispositivi di protezione personale. “Cosa voglio che facciano – è molto semplice – ,voglio che siano riconoscenti. Non voglio che dicano cose che non sono vere. Voglio che siano riconoscenti. Perché abbiamo fatto un ottimo lavoro.”

Questo è anche il modo in cui Trump conduce lunaticamente la politica estera. Altri paesi non sono abbastanza grati agli Stati Uniti per il loro ruolo e gli investimenti effettuati nel sostenere l’ordine globale. Per non essere tentati di liquidare questa attitudine come una mania del narcisismo di Trump e non come una caratteristica dell’imperialismo americano, ricordiamo George W. Bush – recentemente riabilitato nell’opinione pubblica, che nel 2007 si lamentava del fatto che gli iracheni di cui ha distrutto le vite non si sentivano sufficientemente grati agli americani. “Credo che il popolo iracheno abbia un enorme debito di gratitudine nei confronti del popolo americano. Voglio dire… abbiamo sopportato grandi sacrifici per aiutarli… [e] ci si chiede se ci sia o meno un livello di gratitudine abbastanza significativo in Iraq.”

Come ha dimostrato Mimi T. Nguyen, si tratta di un modello più ampio, bella cultura americana; dopo aver ottenuto la cittadinanza negli Stati Uniti, ci si aspetta per esempio che i rifugiati provenienti da aree devastate dall’imperialismo statunitense mostrino “gratitudine” per il “dono della libertà”.

LA CINA COME ANTITESI?

Mentre molti americani si sono giustamente indignati e scandalizzati dalle richieste isteriche del nostro meschino “sovrano”, come studioso di politica cinese io ho avuto un momento di déjà-vu inquietante. Nel mio libro sulle conseguenze del terremoto del Sichuan del 2008, ho scritto di come i funzionari del Partito comunista cinese abbiano preteso riconoscenza e gratitudine alle vittime del disastro e abbiano persino promosso campagne di “educazione alla gratitudine” nella zona del terremoto. Nel maggio 2018, infatti, il decimo anniversario del terremoto è stato celebrato come “giorno della gratitudine”.

Più recentemente, il 7 marzo 2020, il nuovo segretario del Partito Comunista a Wuhan, Wang Zhonglin, ha incoraggiato i residenti locali a intraprendere il terzo mese di quarantena per “educare alla gratitudine i cittadini di tutta la città, in modo da ringraziare il Segretario Generale [Xi Jinping], ringraziare il Partito Comunista Cinese, dar retta al Partito, avanzare con il Partito e creare energia positiva” – una richiesta che è andata incontro a indignazione e ridicolo e che è stata rapidamente rimossa dalla pagina ufficiale del governo municipale di WeChat.

La richiesta di gratitudine e riconoscimento da parte della Cina per i suoi “eroici passi nel combattere il virus” e per gli aiuti ai paesi stranieri che hanno un disperato bisogno di attrezzature mediche, è diventata anche una nuova caratteristica del soft power cinese e della diplomazia globale. In alcuni casi, la richiesta di gratitudine della Cina è stata ricambiata, per esempio in scene come quando “il presidente serbo ha baciato la bandiera cinese mentre accoglieva un carico di forniture mediche sulla pista di atterraggio”. In altri casi, ha causato allarme e ha favorito invece un sentimento anti-Cina.

Il governo statunitense per esempio esorta gli americani a pensare alla Cina cosiddetta “comunista” come all’antitesi degli Stati Uniti. Sembra essere l’unica cosa su cui i partiti democratici e repubblicani possano essere d’accordo, soprattutto perché le elezioni presidenziali del 2020 promettono di essere uno spettacolo di lotta tra galli su chi è più duro con la Cina.

Ma forse questa discussione sulla gratitudine può essere un’occasione per considerare l’irrazionalità e l’assurdità di ciò che solitamente accettiamo come normale nel discorso politico tradizionale. Tanto per cominciare, perché, nel bel mezzo di questa crisi politica, economica, epistemica e sanitaria senza precedenti, entrambe le superpotenze del mondo chiedono gratitudine?

SOVRANITÀ POPOLARE

Anche se può non essere immediatamente evidente da una parte e dall’altra, in entrambi i sistemi politici il popolo è sovrano e non deve al governo alcun tipo di gratitudine. Il governo amministra solamente su richiesta e sulla base del consenso dei governati. La scrittrice cinese Fang Fang articola questo punto con disarmante chiarezza sul suo blog sulla vita in quarantena: “Il governo è il governo del popolo; esiste per servire il popolo… Governo, per favore, elimina la tua arroganza, e sii umilmente grata ai tuoi padroni – i milioni di abitanti di Wuhan.”

In entrambi i paesi, tuttavia, il consenso è mediato attraverso rituali liturgici di potere piuttosto che dato attivamente. Negli Stati Uniti, gli studi hanno dimostrato che i cittadini comuni hanno un impatto quasi nullo sulla formulazione delle politiche e sul processo decisionale. In Cina, il Partito comunista governa in opaca segretezza, pur essendo occasionalmente reattivo all’opinione pubblica e alla protesta. Quello che nessuno vuole ammettere è che sia i cittadini cinesi che quelli americani vivono sotto l’aura residua della promessa di sovranità popolare. Come dice Partha Chatterjee: “il popolo, in altre parole, era sovrano, senza esercitare un potere sovrano”.

Uno dei modi per mantenere l’aura è la compensazione affettiva. Mentre Xi Jinping promette di “ringiovanire la grande nazione cinese”, che è in realtà una versione cinese di “Make America Great Again”, Trump seduce gli americani facendo credere di incarnare la loro sovranità rubata. La differenza tra queste fantasie di recupero è che sono il risultato di traiettorie opposte. La richiesta di gratitudine di Trump è l’espressione di un impero in declino, mentre la richiesta di gratitudine della Cina registra l’insicurezza del (non) proprio.

Nonostante le loro differenze, sia in Cina che negli Stati Uniti la gratitudine risulta l’ideologia della sovranità in crisi. Ci invita ad accogliere emotivamente il mondo che ci viene offerto, pur insinuando che domani potrebbe non esserci più. Non chiedete una vita migliore, siate grati per quello che avete. Queste richieste isteriche rivelano l’insicurezza del potere sovrano.

OLTRE IL RIFIUTO

Nei versi poetici di un’infermiera che lavora in uno degli ospedali di fortuna di Wuhan, la gratitudine viene rifiutata. “Per favore, non decoratemi con ghirlande / Non fatemi applausi / Risparmiatemi il riconoscimento per infortuni sul lavoro, martirio o altri meriti.” Consapevole di come il suo lavoro in prima linea si ripercuota sull’autoadattamento del Partito Comunista, l’infermiera chiede di essere lasciata in pace per poter dormire bene. La sua poesia è un rifiuto della strumentalizzazione politica del dovere, del rischio e del coraggio. Questo sentimento si sta diffondendo tra gli operatori sanitari degli Stati Uniti che “non vogliono la gloria”. “Vogliamo solo che il nostro lavoro sia protetto – in tutti i sensi.”

Questo rifiuto permette al poeta di “respirare indisturbato” per un istante prezioso, e rende vuoto il suono degli “slogan” e della “propaganda”. Si sente la voce ansiosa del sovrano che ci invita ad essere grati. Ma quanto tempo ci vorrà prima che la sua fragilità sia affogata in quella che Fred Moten descrive come la “rumorosa traccia parallela al potere militare/aziendale americano” che si confonde con una sfera pubblica? O, messa a tacere nel tripudio stridente del nazionalismo di stato cinese?

Quando si sta affogando, la gratitudine può sembrare un salvagente. Per sopravvivere ai pericoli del galleggiamento in acque profonde, è naturale evocare e fissarsi su una riva che mette a fuoco un orizzonte – un sentimento di attesa e gratitudine per quando questo sarà finito, e la vita potrà tornare alla normalità. Ma se la normalità fosse solo un miraggio? Il potere sovrano sente l’odore del sangue nell’acqua, fiuta la vulnerabilità. Allunga una mano al naufrago in mare a una condizione: la gratitudine. Anche se dovremmo rifiutare questa chiamata e prendere ciò che è già collettivamente nostro, non solo il rifiuto è pericoloso, ma non è nemmeno sufficiente.

Il problema del rifiuto è che si tratta di un gesto solamente estetico che, al massimo, opera un temporaneo taglio ideologico. Ma la pelle dell’ideologia guarisce rapidamente.

Il rifiuto, senza una politica organizzata alle spalle, graffia appena la superficie.


Christian Sorace

Christian Sorace è professore assistente di Scienze Politiche al Colorado College. È l’autore di “Shaken Authority: Il Partito comunista cinese e il terremoto del Sichuan del 2008” (2017). È anche co-redattore di “Afterlives of Chinese Communism: Concetti politici da Mao a Xi” (2019). La sua attuale ricerca si concentra sulla crisi della democrazia, l’inquinamento atmosferico e l’urbanizzazione in Mongolia.


ROAR Magazine, 18 maggio 2020

Traduzione di Andrea Zenoni per il Centro Studi Sereno Regis