Da Fanon ai ventilatori: lottando per il nostro diritto di respirare | Arun Kundnani

Per gli Stati neoliberali, la pandemia è una minaccia di stampo razzista alla sicurezza e anche un’opportunità di mercato. La nostra lotta è per il diritto di respirare – in tutti i sensi.

Le élite dirigenti stanno puntano alla convergenza di due loro sogni, nella loro risposta a COVID-19: un sogno di stato e un sogno di mercato. Il sogno dello stato comporta lo svuotamento dello spazio pubblico da popolazioni indisciplinate – i poveri, i migranti, i razzisti, i contestatori. Il sogno del mercato è un mondo governato da algoritmi basati sul mercato, astratti dalle relazioni umane. COVID-19 ha fornito un pretesto per la realizzazione di entrambi. Mentre siamo sotto pressione per vivere in modo obbediente una vita privatizzata, addomesticata, separata, sostenuta da un’intensificazione della repressione governativa, dovremmo difendere non solo il nostro diritto alla salute, ma anche il nostro diritto di essere pienamente umani: il nostro diritto di respirare – in tutti i sensi.

La Guerra al terrorismo può offrirci alcune lezioni su ciò che accade in stato di emergenza. Quelle che sono state presentate come misure di emergenza temporanee dopo l’11 settembre sono poi diventate rapidamente poteri permanenti dello Stato. L’Autorizzazione all’uso della forza militare, approvata dal Congresso degli Stati Uniti nei giorni successivi all’11 settembre, ha permesso all’esercito statunitense di trattare l’intero globo come un campo di battaglia; e rimane in vigore ancora oggi. Ci sono ancora prigionieri a Guantanamo che non sono stati condannati per alcun crimine. E la legislazione antiterrorismo introdotta in tutto il mondo negli anni successivi all’11 settembre è rimasta quasi interamente in vigore. Inoltre, il razzismo anti-musulmano che è stato alimentato dalla Guerra al Terrore è ancora con noi. Si è infatti diffuso in Cina, Mynamar, Thailandia, Sri Lanka e India, dove in questo momento i musulmani sono il capro espiatorio del virus.

L’inutile violenza militare nella Guerra al terrorismo degli Stati Uniti ha causato la morte di oltre 800.000 persone. Il suo budget di 6,4 trilioni di dollari rappresenta un vasto reindirizzamento di risorse che avrebbero potuto essere utilizzate per costruire adeguati sistemi sanitari o educativi pubblici. In effetti, molti di noi – che hanno criticato la Guerra al terrorismo – hanno a lungo sostenuto che l’obiettivo della politica di sicurezza dovrebbe essere quello di coltivare sane relazioni sociali ed ecologiche, piuttosto che l’eliminazione di una serie di minacce gonfiate, come il terrorismo internazionale.

Invece che ridefinire la sicurezza in termini di salute, è probabile che ora la salute venga ridefinita in termini di sicurezza. Gli Stati neoliberali hanno diluito per decenni la capacità di fornire servizi pubblici, aumentando nel contempo le loro capacità di polizia e di guerra. Ora, le risposte sanitarie pubbliche di cui abbiamo bisogno stanno venendo incorporate all’interno di un più ampio nesso di sicurezza nazionale.

IL CONTROLLO DELLO SPAZIO PUBBLICO

La reale necessità di lockdown e quarantene in risposta a COVID-19 è stata sfruttata dagli Stati di tutto il mondo per intensificare modelli di violenza già normalizzati nella polizia. In Francia, le periferie della classe operaia vedono punire le violazioni delle regole di confinamento a un ritmo tre volte superiore a quello del resto del Paese. In Grecia, i migranti e i richiedenti asilo vengono molestati, ricoperti di sputi e perquisiti dalla polizia che fa rispettare le regole del COVID-19. In Bulgaria, alcuni insediamenti rom sono stati posti in quarantena obbligatoria, con muri e costruzioni di separazione, test forzati e l’uso di droni con sensori termici per rilevare a distanza le temperature dei residenti.

In Israele non c’è stato alcun allentamento dell’assedio di Gaza per consentire l’assistenza sanitaria pubblica; sembra invece probabile che Israele annetterà gran parte della Cisgiordania sotto la copertura del virus. In India, il governo sta sfruttando la pandemia per intensificare la repressione in Kashmir. Nel caos della pandemia negli Stati Uniti, gli Stati del Kentucky, del Sud Dakota e della West Virginia hanno approvato leggi che impongono nuove sanzioni penali per le proteste contro gli oleodotti e i gasdotti.

I migranti e i rifugiati sono particolarmente vulnerabili. A centinaia di lavoratori migranti in Qatar è stato detto che gli venivano offerti dei test, poi sono stati portati via per venire arrestati e deportati. Nel Mediterraneo, i soldati maltesi hanno vandalizzato una barca arenata, portando alla morte di almeno cinque dei suoi passeggeri rifugiati. Il primo ministro Robert Abela ha detto che tali azioni erano necessarie a causa di COVID-19. Allo stesso modo, la Malesia ha allontanato le barche che trasportavano i rifugiati da Rohingya e ha radunato e trattenuto oltre 500 immigrati.

In una pandemia, le restrizioni alla libertà di movimento possono essere necessarie per proteggere la salute pubblica. Ma quando i poveri che arrivano in barca vengono allontanati mentre i ricchi che arrivano con un jet privato sono liberi di entrare, non si tratta di controllare il virus ma di controllare i diseredati. Nei centri di detenzione per immigrati, che sono rimasti popolati per tutta la durata della pandemia, non c’è protezione contro la diffusione del virus – oltre il 75 per cento verrà probabilmente infettato.

Poiché le misure di isolamento vengono imposte ai poveri senza tener conto del loro bisogno di cibo, acqua e riparo, le proteste sono inevitabilmente in aumento, solo per poi essere accolte con estrema violenza da parte della polizia. In Sudafrica, i residenti degli insediamenti informali si rifiutano di restare in casa e muoiono di fame. Si stima che circa 5,5 milioni di lavoratori del settore informale abbiano perso i loro mezzi di sussistenza, influenzando altri 16,5 milioni e mezzo di persone. Le forze di sicurezza hanno scaricato cannoni ad acqua e proiettili di gomma, per far rispettare l’isolamento dei poveri delle città. Allo stesso modo, in India la polizia ha sparato gas lacrimogeni su lavoratori immigrati disoccupati che protestavano contro il blocco del coronavirus.

Altrove, giornalisti, blogger e attivisti critici sono stati arrestati. In Sri Lanka, le forze di polizia hanno agito contro le persone che pubblicano articoli sui social media criticando i funzionari del governo. In Pakistan, hanno arrestato decine di medici e personale medico che hanno protestato per la mancanza di dispositivi di protezione personale.

EFFETTI SPROPORZIONATI

I modi violenti con cui gli Stati stanno reagendo alla pandemia si aggiungono a più ampi modelli di disuguaglianza all’interno dei quali il virus danneggia in modo sproporzionato gli indigeni, i migranti, i bassi salari e le persone di colore. Come ha scritto Ruth Wilson Gilmore, il razzismo può essere inteso come “vulnerabilità differenziata di gruppo alla morte prematura”.

Nel Regno Unito, le persone di colore rappresentano più di un terzo dei pazienti gravemente malati in ospedale a causa del virus, anche se sono meno del 15% della popolazione nazionale. A Chicago, gli afroamericani costituiscono il 64% dei decessi per COVID-19, anche se rappresentano il 30% della popolazione cittadina. Il 40% dei decessi di COVID-19 in Michigan sono risultati anche qui tra gli afroamericani, che costituiscono il 14% della popolazione del Michigan.

Il maggior rischio di infezione, il maggior rischio di ospedalizzazione dopo l’infezione e il maggior rischio di morte sono tutti correlati alle disuguaglianze di razza e di classe. Le cause sono il sovraffollamento degli alloggi, la mancanza di acqua pulita, le condizioni di lavoro pericolose, le disuguaglianze sanitarie preesistenti e gli ospedali sotto-risorse. L’Unione Americana per le Libertà Civili stima che l’ampia popolazione carceraria negli Stati Uniti causerà a sua volta altri 100.000 morti.

Man mano che il virus si diffonderà in Asia meridionale, Africa, America Latina e Caraibi, le disuguaglianze negli effetti del virus diventeranno ancora più visibili. Frantz Fanon ha scritto che le rivolte anti-coloniali si verificano quando diventa “impossibile respirare”. Più recentemente, “I can’t breathe” – le infami ultime parole di Eric Garner mentre veniva soffocato a morte dalla polizia di New York – sono state riprese dal movimento Black Lives Matter negli Stati Uniti. Ora assume un nuovo livello di significato per quelle molte migliaia di persone che moriranno perché non erano abbastanza bianche o ricche per avere accesso a un ventilatore dell’ospedale.

TEORIA DEL COMPLOTTO

Negli Stati Uniti, Trump aveva già dichiarato lo stato di emergenza nel febbraio 2019, per affermare il suo potere esecutivo e costruire un muro che separasse gli Stati Uniti dal Messico. Ora, in una situazione di emergenza reale, piuttosto che inventata, il governo degli Stati Uniti non è stato in grado di organizzare nulla di simile a un’efficace risposta sanitaria pubblica. Trump ha invece descritto il coronavirus come il “virus cinese” e “il nemico invisibile”, apparentemente coordinando la sua messaggistica con il primo ministro ungherese Victor Orbán, che per primo ha usato queste stesse frasi nella stessa data di Trump. Come gli Stati Uniti, infatti, l’Ungheria aveva già dichiarato lo “stato di crisi dovuto alle migrazioni di massa”.

La teoria della cospirazione cinese è diventata una delle modalità principali per discutere pubblicamente del virus, negli Stati Uniti. L’idea che il virus abbia avuto origine da un laboratorio cinese è stata promossa non solo da Fox News ma anche dal Washington Post, dove Josh Rogin ha scritto della possibilità che “la pandemia sia il risultato di un incidente di laboratorio a Wuhan”. Il segretario di stato Mike Pompeo ha appoggiato questa affermazione e Trump ha insinuato che la Cina abbia usato il virus per distruggere l’economia statunitense. I membri del congresso suggeriscono punizioni che includono il sanzionamento dei leader cinesi, l’esclusione dei produttori di droga cinesi dalle catene di fornitura, il blocco dei pagamenti del debito e l’avvio di un’indagine internazionale guidata dagli Stati Uniti sulla propaganda di Pechino. Il candidato democratico alla presidenza Joe Biden ha pubblicato il suo video della campagna contro la Cina.

È naturalmente vero che il virus abbia avuto origine in Cina e che le autorità di quel paese abbiano inizialmente nascosto informazioni sul virus al pubblico. Ma non c’è motivo di concludere che il virus abbia avuto origine in un laboratorio cinese. In ogni caso, ciò che spinge la teoria della cospirazione anti-cinese non è il desiderio di scoprire la verità. Come il pensiero cospiratorio anticomunista, antisemita e anti-musulmano degli Stati Uniti del passato, ha uno scopo diverso. I politici però devono spiegare perché la pandemia si è verificata, perché si è diffusa in modo così vorace e ha causato così tanto scompiglio, e cosa è stato fatto per garantire che la devastazione non si ripeta. Come ha scritto Mike Davis, l’unica risposta veritiera a queste richieste è sottolineare che “la globalizzazione capitalistica appare ora biologicamente insostenibile in assenza di una vera infrastruttura sanitaria pubblica internazionale”.

Ma la teoria della cospirazione cinese ci offre invece una confortante illusione collettiva. Spostando il problema su un’astrazione chiamata “Cina”, possiamo evitare le difficili discussioni sull’agricoltura capitalista, sulla sanità pubblica e sulla disuguaglianza razziale e globale che la pandemia dovrebbe indurre. Ironia della sorte, la mobilitazione del sentimento anti-cinese in Occidente va di pari passo con una crescente somiglianza nelle forme di governo autoritario che i governi occidentali e lo Stato cinese dispiegano.

REGOLA ALGORITMICA

Confinati nelle nostre case collegate a internet, se le abbiamo, le nostre vite sono state intrappolate in una dipendenza sempre più profonda dalle multinazionali dei media digitali. Amazon, Zoom, Netflix e simili hanno fornito l’infrastruttura dell’isolamento. Ma più le nostre relazioni sono mediate da algoritmi digitali, più è facile realizzare il sogno neoliberale di un mondo governato dalla logica dei mercati. Quando il periodo di emergenza della pandemia finirà, è probabile che ne usciremo con strutture sociali molto profondamente digitalizzate, commercializzate e addomesticate – con profonde implicazioni per la nostra capacità futura di riunirci in comunità umane non mediate dalle relazioni di mercato.

I fornitori di servizi sanitari e le università, ad esempio, hanno introdotto servizi online come risposta di emergenza al virus. Ma le aziende che forniscono l’infrastruttura per questi servizi cercheranno ora di fare di questi servizi il modo standard con cui i meno abbienti possano ricevere cure mediche e istruzione superiore.

I leader politici sono già in competizione per affermarsi come fornitori di commercializzazione nel bel mezzo della crisi. In un discorso del 3 febbraio, il primo ministro britannico Boris Johnson ha detto che “c’è il rischio che nuove malattie come il coronavirus scatenino il panico e il desiderio di segregazione del mercato”, intendendo con ciò le restrizioni alla globalizzazione neoliberale. Invece, ha detto, “l’umanità ha bisogno di un governo da qualche parte che sia disposto almeno a sostenere con forza la causa per… il diritto delle popolazioni della terra di comprare e vendere liberamente tra di loro”. Così la Gran Bretagna difenderà il libero mercato a livello globale da chiunque veda nel virus un motivo per perseguire altri modelli.

Non dobbiamo quindi lasciarci abbagliare dalle argomentazioni secondo cui la pandemia rafforzerà automaticamente la sinistra. Alcuni sostengono addirittura che il neoliberalismo stia crollando, poiché gli stati diventano ora il fulcro della risposta medica ed economica al virus. Questa è un’illusione seducente. Si basa sulla falsa supposizione che il neoliberismo possa essere definito semplicemente come “meno governo”. Il neoliberismo è meglio inteso come lo spiegamento di razionalità di mercato per disaggregare l’azione collettiva finalizzata alla giustizia sociale. Su questa definizione, la pandemia porta tanto opportunità neoliberali quanto rischi. I mercati finanziari indicano che gli investitori ritengono che i primi siano più numerosi dei secondi: l’aprile 2020 è stato il mese migliore di Wall Street degli ultimi decenni. E, tra il 18 marzo e il 10 aprile, la ricchezza combinata dei miliardari americani è aumentata di quasi il 10%, secondo l’Institute for Policy Studies.

LA NOSTRA POTENZA È NELLE STRADE

Dovremmo certamente lottare per un nuovo tipo di ordine sociale da costruire sulle rovine lasciate dalla pandemia – un ordine organizzato sui bisogni umani piuttosto che sul profitto aziendale. Ma dovremmo riconoscere che lo stiamo facendo da una posizione in cui il progresso non è garantito dalla struttura della situazione in cui ci troviamo. Quello che sappiamo è che non possiamo aspettare di resistere alle nuove misure che stanno arrivando – perché quello che viene messo in atto oggi sarà più difficile da annullare domani.

Sappiamo anche che la nostra forza sta nella nostra capacità umana di solidarietà e nella nostra ricca eredità di lotte sociali. La capacità di organizzare, di costruire movimenti, di riunirci – anche se in forme nuove – è più preziosa che mai. Come diceva A. Sivanandan, dobbiamo mantenere “una semplice fede nell’essere umano e una profonda consapevolezza che, da solo, l’individuo non è nulla, che dobbiamo confermare ed essere confermati l’uno dall’altro, che solo nel bene collettivo il nostro io può metterso avanti e crescere”.

Ciò che rende il virus così devastante è il modo in cui sfrutta la nostra vita sociale per diffondersi. Ma ci sono ancora molti modi sicuri per mobilitarsi collettivamente. Infatti, per molti lavoratori – come i lavoratori dei call center, delle consegne e dei magazzinieri – scioperare è più sicuro che lavorare. E non possiamo abbandonare le strade – è da lì che deriva il nostro potere. Come dice la giornalista Susie Day: “La rivoluzione non sarà messa in quarantena!”


Questo saggio è una versione adattata di una presentazione di Arun Kundnani nella serie settimanale dei webinar del mercoledì dell’Istituto Transnazionale. Per vedere una registrazione dell’intero webinar “Stati di controllo: il lato oscuro della politica pandemica” e per conoscere i futuri webinar sulla politica del coronavirus, visita il sito del TNI.


Arun Kundnani

Arun Kundnani è l’autore del libro The Muslims are Coming! Islamophobia, Extremism, and the Domestic War on Terror (Verso, 2014) ed è l’ex direttore del giornale Race & Class.


ROAR Magazine, 06 maggio 2020

Traduzione di Andrea Zenoni per il Centro Studi Sereno Regis

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