Lasciamo in pace Silvia | Marco Labbate

Io trovo ancora sconvolgente il fatto che vi sia una larga parte della cittadinanza incapace di provare quel sacro rispetto, quell’empatia umana che il dolore dovrebbe suscitare. E che prova piacere a insultare, denigrare il fragile (o il giusto). Oppure che ci spiega come si avrebbe dovuto reagire a 23 anni, a 18 mesi di prigionia. Essere consapevoli che non abbiamo un possesso così assoluto sul nostro corpo, né sui nostri nervi in condizioni estreme dovrebbe essere una nozione base della nostra autoconsapevolezza di specie. Per questo dovremmo solo impegnarci a costruire un mondo dove nessuno sia costretto a vivere tali situazioni. Ma sono considerazioni superflue: questi miasmi li conosciamo fin troppo bene. Si ripresentano sempre identici contro i migranti, le Ong o Greta Thunberg.

Ci sono tuttavia tre riflessioni che a mio avviso sarebbe lecito sottrarre al becerume di estrema destra.

La questione morale sul pagare o meno un riscatto esiste. Nella contrapposizione tra Repubblica e Brigate rosse fu un aspetto fondante del dibattito pubblico. Io credo che una vita non abbia prezzo e che le mie tasse debbano essere utilizzate per salvare uomini e donne che sono in pericolo. Ma non posso non pormi il problema politico e morale che quel riscatto finanzi una formazione criminale e le dia gli strumenti per sottomettere, prostrare, vessare altre persone, ancora più fragili, spesso prive di uno Stato che possa intervenire in loro favore. Non posso non pensare che quei soldi incoraggiano la diffusione di un’interpretazione dell’Islam violenta e fondamentalista, che sta destabilizzando non solo la Somalia, ma anche una fetta consistente del Kenya. Una riflessione non può ignorare le conseguenze di un atto di questo tipo: il denaro versato favorirà nuovi reclutamenti, provocherà nuovo dolore ad altri uomini e donne, farà aggio su una situazione di miseria che ha le sue radici in tempi lunghi e in responsabilità, gravissime, anche dell’Italia (che un giornalismo serio farebbe bene a ricordare). Non ho una soluzione per un dilemma morale doloroso. Ma ne riconosco l’esistenza.

In secondo luogo, anche per questo motivo, siamo di fronte a un quadro mondiale complesso, che ci deve portare a riflettere sulla maniera in cui la cooperazione internazionale viene attuata. Come in qualsiasi altro ambito lo slancio di cuore è una cosa bellissima, ma da sola non basta.

Infine credo che non possa essere elusa una riflessione sul dispiegamento propagandistico dell’estremismo islamico. La lezione dei totalitarismi del Novecento, che hanno affiancato il terrore ai mezzi di persuasione garantiti dalla comunicazione moderna, coinvolge anche Al Qaeda, Isis e Al Shabaab.

La ragazza italiana sorridente dopo il rapimento, che manifesta visivamente con il suo abito la sua conversione e dichiara che i suoi carcerieri l’hanno trattata bene è un’immagine potente, tutt’altro che neutra. Eviterei dunque ogni retorica sul sorriso, la libertà di scelta, la donna forte e ammirevole che ha resistito 18 mesi in condizioni terribili.

Questa corsa al santino la trovo in fin dei conti sbagliata e controproducente. Nessuno di noi conosce il prezzo di mesi di prigionia e non vedo nulla di esemplare in questo epilogo. Rifletterei invece sull’errore inspiegabile di comunicazione del governo che ha trasformato la liberazione in un successo mediatico di Al Shabaab. Tutto doveva essere affrontato con ben altra discrezione.

La cosa da fare ora è solo fermarci a guardare in silenzio, un abbraccio tra una figlia tornata a casa e una madre che l’ha attesa per 18 mesi, grati che sia avvenuto. Non era scontato. Ora sarebbe solo il caso di lasciare Silvia Romano in pace: spegnere i riflettori e rispettare con il silenzio la sofferenza che ha coinvolto lei e la sua famiglia.  

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