Tornare alla normalità, tra poesia e realtà | Luca Giunti

print

Finalmente si ritorna fuori. Dal 4 maggio si può uscire, pur con molte precauzioni. Noi ne siamo tutti contenti. Ma la natura? Gli animali ci guarderanno allegri e stupiti chiedendoci: “Dove vi eravate cacciati? Bentornati!”, oppure ci diranno: “Accidenti, siete di nuovo qui! Siamo stati bene senza di voi”?!?

Foto Luca Giunti

In queste settimane abbiamo documentato, anche qui su Piemonte Parchi, quanto velocemente caprioli, delfini, aironi e compagnia si siano riappropriati dei “loro” habitat normalmente occupati dalla nostra specie. Ne siamo rimasti ammirati e commossi. Tutti vorremmo che adesso lo spettacolo possa continuare. Togliamocelo dalla testa. Non potrà succedere, almeno non con la libertà e la frequenza di marzo e aprile 2020. Perché gli animali sempre hanno paura di noi e schifano i nostri suoni, i nostri odori, la nostra presenza. Noi puzziamo – per loro – anche quando profumiamo, figuriamoci quando siamo sudati nelle tshirt hitech acriliche traspiranti. Emaniamo deodoranti, dopobarba e ora anche disinfettanti. Facciamo chiasso persino quando stiamo zitti, con le giacche lucide e i calzoni sintetici che sfrigolano a ogni passo, soprattutto con i pantocratici trilli elettronici che, ormai, identificano Homo sapiens tanto quanto i gorgheggi dell’usignolo o gli ultrasuoni delle balenottere. Gli animali hanno nasi lunghi e orecchie grandi per sentirci meglio, come insegna Cappuccetto Rosso. E sanno usarli molto bene. Non illudiamoci, quindi. Quando noi torneremo, loro se ne andranno di nuovo. La nostra presenza influisce sul loro comportamento, come abbiamo già raccontato spiegando il Principio di Indeterminazione di Heisenberg. 

Una (nostra) nuova maggiore attenzione

Possiamo al massimo esercitarci a una maggiore attenzione. Un allenamento salutare e necessario che per dare risultati, come sanno tutti gli atleti, non basta svolgere un paio di volte la settimana. Occorre praticarlo con costanza e consapevolezza. A tutti piacerebbe sbarazzarsi delle cattive abitudini gettandole dalla finestra in un colpo solo, ma loro invece pretendono di essere accompagnate a piedi giù per le scale, gradino dopo gradino.

Se adottassimo una disciplina rigorosa, potremmo forse ridurre il nostro disturbo. Quando torneremo a passeggiare in natura, ricordiamoci del tempo dei guanti e delle mascherine. Continuiamo a indossarli, almeno mentalmente. Non parlare, toccare poco, adoperare discrezione, silenzio, passi leggeri e limitati, potrebbe ridurre il nostro contagio verso tutti gli animali. Se per un caso fortunato e irripetibile a qualcuno capitasse di poter vedere da vicino un’opera d’arte famosissima – sogniamo pure, diciamo La Gioconda? Magari perché il fato ci ha fatto entrare al Louvre nel momento in cui i conservatori la spostano per un restauro –  non resteremmo immobili, trattenendo il fiato?, infinitamente ed eternamente grati per quell’istante di congiunzione inaspettata? E certamente non ci azzarderemmo né a toccare il quadro né a chiedere di prolungarne la visione ravvicinata. Probabilmente non oseremmo neppure un selfie. Resteremmo immobili cercando di assorbire ogni attimo di quell’esperienza storica. Ecco, lo stesso atteggiamento dovrebbe ispirarci quando abbiamo la ventura di cogliere un animale selvatico in libertà.

Peraltro, non è esagerato questo accostamento tra Arte e Natura. La nostra Costituzione li custodisce insieme all’art. 9, tra quelli fondamentali:

La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione .

Pratichiamo allora gratitudine, rispetto, discrezione. E sobrietà.

Cosa ci insegna il virus

Siamo in casa bloccati negli spostamenti come se fossimo piante. Come le piante dobbiamo accontentarci di quello che troviamo sul posto: energia, sale, lievito, acqua, medicine. Dovremmo allora imparare da loro a essere morigerati e sostenibili (Stefano Mancuso). In fin dei conti, come noi vivono sulla terra e hanno colonizzato ogni ambiente possibile, ma, a differenza nostra, da un miliardo di anni prima di noi. Potrebbero insegnarci qualche trucco per sopravvivere, se avessimo l’umiltà di ascoltarle. Potrebbe rivelarsi – almeno nel campo della protezione della natura – la lezione che il virus ci costringe a imparare. E dovremmo comprenderlo bene, perché noi e lui siamo più simili di quanto possiamo immaginare. Ricordate Matrix? L’Agente Smith? “Every mammal on this planet instinctively develops a natural equilibrium with the surrounding environment but you humans do not. You move to an area and you multiply and multiply until every natural resource is consumed and the only way you can survive is to spread to another area. There is only another organism on this planet that follows the same pattern. Do you know what it is? A virus” (Trad. Ogni mammifero su questo pianeta sviluppa istintivamente un equilibrio naturale con l’ambiente circostante ma voi umani no. Vi spostate in un’area e vi moltiplicate e moltiplicate fino a quando ogni risorsa naturale non viene consumata e l’unico modo per sopravvivere è diffondervi in un’altra area. C’è solo un altro organismo su questo pianeta che segue lo stesso schema. Sai cos’è? Un virus! “.

Il virus è praticamente la più piccola entità “vivente”. Vivente deve essere messo tra virgolette perché che i virus siano veri organismi è molto controverso. L’opinione prevalente, anzi, non li inserisce in nessuno dei tre Regni classici (animali, piante, funghi). In ogni caso, si tratta di un pacchetto di informazioni elementari ricoperto da qualche proteina sparsa. Usiamo una semplificazione grossolana: il nostro DNA è costituito da 3,2 miliardi di paia di basi mentre i virus hanno un genoma di 5 ordini di grandezza più piccolo. Il SARS-CoV-2 in particolare possiede un singolo filamento di RNA di circa 30.000 nucleotidi, codificanti per 9860 aminoacidi. Nel linguaggio binario dei computer 2 bit codificano una base, quindi il Coronavirus potrebbe essere descritto da appena 60.000 bit. È l’equivalente in bit di una pagina A4 piena di caratteri! La biblioteca genetica umana è gigantesca rispetto a quella virale ma è stata messa in crisi da un illetterato appena uscito dalla lallazione. Mai un Davidino così insignificante ha abbattuto un Golione così tanto più grande di lui…

Cosa ci insegna la poesia

Questa esperienza tragica sembra dimostrare che non siamo capaci di comprendere la nostra stessa sapienza. Gli avvertimenti sono stati numerosi, ben documentati, noiosamente periodici. Dal Club di Roma con Aurelio Peccei già negli anni ’70 del ‘900 ai report annuali del IPCC, dall’OMS a David Quammen, sapevamo quel che sarebbe successo eppure ci siamo arrivati impreparati. Li abbiamo trattati da Cassandre, dimenticandoci colpevolmente che la mitologica figlia di Priamo ed Ecuba (sorella dello sfortunato Ettore troiano) aveva ricevuto dal Dio Apollo dapprima il dono della esatta profezia e poi la maledizione di non essere creduta. E senza risalire fino a Omero, avremmo potuto almeno dare ascolto ad altri poeti, che attraverso l’Europa – sorda allora come oggi – in una linea immaginaria dalla Grecia all’Inghilterra, dall’ellenismo al capitalismo passando per il romanticismo italiano, avevano illuminato la strada da seguire.

Ha cominciato Shelley nel 1818 con Ozymandias: 

«Due enormi gambe di pietra stroncate stanno imponenti nel deserto. Nella sabbia, non lungi di là, mezzo viso sprofondato e sfranto, e la sua fronte, e le rugose labbra, e il sogghigno di fredda autorità, tramandano che lo scultore ben conosceva quelle passioni, che ancor sopravvivono, stampate senza vita su queste pietre […]. Sul piedistallo, queste parole cesellate: “Il mio nome è Ozymandias, Re di tutti i Re. Ammirate, Voi Potenti, la mia opera e disperate!” Null’altro rimane. Intorno alle rovine di quel rudere colossale, spoglie e sterminate, le piatte sabbie solitarie si estendono oltre confine».

Ha rilanciato Leopardi con La ginestra nel 1845. Famosa e spesso malcitata per “le magnifiche sorti e progressive”, come le rime precedenti celebra la fragilità dell’onnipotenza umana e la sua caducità alla natura indifferente:

«[…] Questi campi cosparsi / di ceneri infeconde, e ricoperti / dell’impietrata lava / che sotto i passi al peregrin risona, / fur liete ville e colti / e biondeggiàr di spiche, e risonaro / di muggito d’armenti; / fur giardini e palagi agli ozi de’ potenti / gradito ospizio; e fur città famose. […] A queste piagge venga colui che d’esaltar con lode / il nostro stato ha in uso, e vegga quanto / è il gener nostro in cura / all’amante natura. E la possanza / qui con giusta misura / anco estimar potrà dell’uman seme / cui la dura nutrice, ov’ei men teme, / con lieve moto in un momento annulla / in parte, e può con moti poco men lievi ancor subitamente / annichilare in tutto. Dipinte in queste rive / son dell’umana gente / le magnifiche sorti e progressive ». E poco oltre il nostro Giacomo spara un verso moderno come una frustata: « Qui mira e qui ti specchia, Secol superbo e sciocco!».

Chiudiamo con Kavafis che nel 1898 scrive Aspettando i barbari:

« […] Perché mai tanta inerzia nel Senato? E perché i senatori siedono e non fan leggi?
Oggi arrivano i barbari. Che leggi devon fare i senatori? Quando verranno le faranno i barbari.
[…] Perché brandire le preziose mazze coi bei caselli tutti d’oro e argento?
Oggi arrivano i barbari, e questa roba fa impressione ai barbari.
Perché i valenti oratori non vengono a snocciolare i loro discorsi, come sempre?
Oggi arrivano i barbari: sdegnano la retorica e le arringhe.
Perché d’un tratto questo smarrimento ansioso? (I volti come si son fatti seri)
Perché rapidamente le strade e piazze si svuotano, e ritornano tutti a casa spaventati?
S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti dai confini, han detto che di barbari non ce ne sono più.
E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? Era una soluzione, quella gente».

Il nostro futuro verrà salvato più dagli artisti e dai naturalisti che dagli economisti. Altrimenti, no.

Grazie a Norberto Patrignani, Giuseppe Barbiero e il gruppo “Slow-Tech” per gli stimolanti confronti. 


Fonte: Piemonte Parchi