Intervista al signor Lupo | Luca Giunti

Fatevene una ragione: siamo tornati per restare. Così risponde il signor Lupo all’intervista pubblicata nell’ambito della nostra rubrica ‘Pecore, lupi e cavoli’. 

Lupo Due su masso a Casotto Ciampi | Foto L. Giunti
Lupo Due su masso a Casotto Ciampi| Foto L. Giunti

In queste tempi forzatamente tranquilli è più facile incontrare gli animali selvatici, come documentato più volte su Piemonte Parchi. Persino i lupi sono disponibili a fare due chiacchiere, incoraggiati dalla lunga confidenza con l’autore (che può parlare con loro senza mascherina, visto che sono immuni a questo virus).

Ciao Lupo. Vuoi presentarti?

Certamente. Sono un lupo, scientificamente Canis lupus italicus. Parente molto stretto del Canis lupus familiaris che voi umani avete addomesticato quasi 20mila anni fa. Da noi lupi discendono tutte le razze di cani che avete artificialmente selezionato generazione dopo generazione. Sono un carnivoro specializzato, un predatore all’apice della catena alimentare. In natura vivo in nuclei familiari, simili ai vostri, ma abito anche moltissimo dentro il vostro immaginario collettivo. Sai, Cappuccetto Rosso, i Lupetti (scout e camioncini FIAT), la lupara, i lupanari, i lupi di mare, e via favoleggiando.

Come mai sei tornato da queste parti? E prima ancora, come mai te ne era andato?

Non me ne sono affatto andato! Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del 1900 ci avete sterminato su tutte le Alpi, con fucilate, tagliole, esche avvelenate. Eravamo già rimasti pochi, perché voialtri, a furia di occupare ogni spazio di montagne e colline, avevate tagliato tutti i boschi e ucciso progressivamente tutte le nostre prede selvatiche: cervi, caprioli, cinghiali. Per nostra fortuna, dopo la Seconda Guerra Mondiale avete abbandonato le aree periferiche di tutta Italia e siete andati a vivere in pianura e in città. In questo modo pian piano gli alberi hanno riconquistato spazio, ricreando habitat adatti a noi e agli altri animali. Poi ci avete fatto un altro regalo: siete andati a comprare cinghiali, caprioli e cervi in mezza Europa e li avete distribuiti in tutta la penisola. Persino i mufloni sulle Alpi, dove non si erano mai visti. Non ci sembrava vero! Come sai bene tu che ci segui da vent’anni, la nostra caratteristica più distintiva è la dispersione. A un anno di età o poco più i nostri giovani si allontanano dal territorio di papà e mamma, diventano erratici per centinaia di chilometri, non tornano mai più a casa, e se sono bravi e fortunati riescono a trovare un nuovo territorio che li sostiene e un compagno con quale mettere su famiglia.

Cervo nei campi del Deveys (Salbertrand), 21 aprile 2020 – Foto di Enzo Gargano

Anche tu hai fatto così?

Certo! Sono nato nell’Appennino all’incrocio tra Liguria, Emilia, Lombardia e Piemonte (i confini non hanno alcun senso per noi). Al momento giusto sono partito, ho girovagato per tre anni, risalendo fiumi e valloni che voi disertate, e poi mi sono stabilito qui. Ho superato la parte più rischiosa della vita, l’adolescenza: non sono morto attraversando una strada, combattendo contro lupi più forti o contro un cinghiale, mangiando bocconi avvelenati o semplicemente di fame perché incapace, come succede a quasi il 70% dei miei confratelli. Non ho ancora trovato una compagna adatta ma non dispero: sono ancora giovane e forte. Spero di non fare la fine di quel 30% di lupi adulti che passa la vita senza riuscire ad accoppiarsi e muore senza eredi.

Sarebbe un guaio, per la Vostra specie. Potreste estinguervi.

Eh sì. Ci siamo andati molto vicini, ricordi? Nel 1970 eravamo rimasti circa 100 in tutta Italia, confinati nelle aree più selvagge di Abruzzo, Basilicata e Aspromonte, con un nucleo isolato verso la Maremma Toscana. Ogni volta che da lì andavamo in dispersione, non avevamo futuro. Gli habitat erano sbagliati, le prede non c’erano, voi ci uccidevate ogni volta che potevate. Di quei cento solo una sessantina di maschi e femmine sono riusciti ad accoppiarsi e riprodursi, il patrimonio genetico della nostra popolazione è veramente ristretto. Oggi che fortunatamente siamo diventati un po’ più di 2000 lungo tutto lo Stivale, la preoccupazione principale è la possibile ibridazione nel caso in cui qualcuno di noi si accoppiasse con dei cani rinselvatichiti.

Ah, perché vi accoppiate con i cani?

Di norma, no. Anzi, se un cane vagante si azzarda ad entrare nel territorio difeso da un branco, solitamente finisce sbranato. Può accadere che qualcuno di noi, sperduto e depresso per la lunga solitudine, accetti la compagnia di un cane e magari metta al mondo dei cuccioli bastardi (siamo la stessa specie, quindi siamo interfecondi). In condizioni normali, anche questa eccezionalità non costituisce un problema perché quei cuccioli quando diventeranno adulti non avranno abbastanza sex-appeal per diventare maschi o femmine dominanti, quindi non si riprodurranno e il loro patrimonio genetico contaminato morirà con loro. Ma oggi il vostro Istituto Superiore per la Protezione Ambientale (ISPRA) stima che in Italia siano presenti circa 800.000 cani vaganti, soprattutto al Centro e al Sud. Un numero 400 volte superiore al nostro! Capisci bene che in queste condizioni le probabilità di incroci, di riproduzioni e poi di ulteriori parti diventino molto più alte. L’ibridazione con il cane è oggi considerato il maggior rischio per l’integrità della nostra sottospecie, mentre 40 anni fa era l’estinzione tout court. Paradossale, no?

Tu dici che siete circa 2000, ma molti sostengono che siete ben di più. Come la mettiamo?

Un conto sono gli avvistamenti casuali, un altro sono i branchi riproduttivi insediati stabilmente in un territorio. Questi ultimi sono abbastanza facili da contare, soprattutto d’inverno, seguendo le loro tracce, le marcature dei confini con escrementi e urine, le predazioni. Non devo spiegartelo io! In Piemonte lavora da oltre vent’anni un vasto pool di professionisti – guardiaparco come te, ricercatori, guide, carabinieri forestali – che ha documentato la presenza di 33 famiglie, domiciliate prevalentemente nelle province di Cuneo e Torino, dove ormai gli spazi sulle montagne sono saturi. Ma i lupi in dispersione non sono conteggiabili. Si fermano una settimana o un giorno vicino a qualche borgata, su una collina o in un bosco, e poi ripartono. Pattugliano strade, sentieri e ferrovie sia per cercare carcasse già ammazzate dai vostri mezzi meccanici, sia per spostarsi agevolmente; in questo modo vengono avvistati da molte persone e voilà! Diventiamo migliaia.

Però siete in espansione. Diventerete troppi?

Impossibile. La Natura non funziona così. Forse diventeremo 3000 o 4000, ma certo non 200.000 o 2 milioni. Gli ecosistemi sono fatti a piramide: pochi in alto e tanti sotto. Noi siamo in cima. E’ una bella posizione, lo ammetto, ma lo scotto da pagare è che se uno o due dei gradini inferiori si assottiglia – magari perché predatori come noi esagerano – nel giro di un paio di anni non ci sarà abbastanza da mangiare e chi sta sopra sarà costretto a ridurre il numero. Retroazione, feed-back, legge del 10% della biomassa, dinamica preda-predatore: avete inventato tante definizioni per descrivere un meccanismo di regolazione tanto semplice quanto antichissimo. Siete costretti a farlo, perché non siete più capaci di comprenderlo. Siete l’unica specie al mondo che si è sottratta a questa scala: saltate su e giù da un gradino all’altro senza limitazioni. Altrimenti le leggi fisiche e naturali sarebbero spietate con voi: altro che 7 miliardi! Sareste al massimo uno. E, per inciso, avreste più rispetto per la Natura. 

Dici cose abbastanza antipatiche.

Perché non dovrei? Sono un lupo. La drasticità è nella mia natura. Se non uccido, muoio. Se uno dei nostri maschi alfa non è abbastanza bravo a portare carne alla sua compagna e ai suoi cuccioli, provoca l’estinzione di tutta la sua famiglia. E’ la selezione naturale. L’ha scoperta uno di voi, Charles Darwin, centocinquant’anni fa, ma ve la dimenticate sempre. Noi invece, come tutti gli animali, ci siamo immersi ogni istante della nostra vita. Per questo sono così tranchant.

E infatti fate danni e vi odiano in molti. Mangiate pecore e altri domestici. Secoli fa persino bambini. Non sarebbe meglio, soprattutto per voi, se vi limitaste ai cervi? O meglio, ai cinghiali?

See…! i cinghiali! Qualche subadulto, d’accordo. Ma contro un grosso maschio o una madre con i cuccioli, non mi ci metto. Troppo pericoloso.

Non dirmi che i lupi hanno paura!

Paura no. Oculato calcolo del rischio, sì. Non posso permettermi di essere ferito, di avere una zampa spezzata da un calcio o la mandibola fratturata. Se dovesse succedere sono finito. E con me, tutta la mia famiglia. Per questo siamo opportunisti e ci rivolgiamo alle prede più facili. Animali anziani, malati, giovani deboli. E ovviamente pecore, le più indifese di tutte. A proposito, ho letto l’intervista alla pastora. Ha ragione, ci troviamo d’accordo. Strano, eh?

Si invocano leggi speciali per abbattervi.

Lo so. Lo fanno già in Francia e in Svizzera. Per ragioni però non etologiche. Tanto è vero che nonostante le diverse decine di lupi fucilati negli ultimi anni, il problema non è stato risolto in via definitiva in nessuno di quei Paesi. Innanzi tutto, non siamo facili da beccare. Siamo elusivi e diffidenti; abbiamo sensi sviluppatissimi che ci avvertano della vostra presenza con grande anticipo – e spesso anche delle vostre intenzioni! Inoltre dovreste essere così bravi da uccidere qualcuno dei giovani e mai un adulto, perché guida la caccia ai selvatici del suo branco e ne detta la disciplina. Tolto di mezzo lui o lei, gli inesperti potrebbero addirittura aumentare i danni sulle pecore, proprio perché più facili di un cervo.

Insomma, pensi di avere qualche cosa da insegnarci!

Eh, un po’ si. D’altronde, gli incoerenti siete voi. Volete le montagne-cartolina con la mucca e le pecorelle, ma se dovete fermarvi dieci minuti per farle attraversare la strada, strombazzate sbuffando. E che tragedia se le loro cacche inzaccherano le vostre scintillanti carrozzerie! Volete noi predatori per il nostro ruolo insostituibile di controllori degli ecosistemi, ma vi ribellate se vi costringiamo nello stesso tempo a rispettare anche altre regole, molte delle quali vi siete dati da voi!

Come vede il tuo futuro? E il nostro?

Tutto sommato, abbastanza bene. Ci sono in campo molte energie per migliorare la reciproca tolleranza. Noi non diventeremo mai vegetariani e mangeremo sempre qualche vostro animale, se lasciato incustodito. Nuovi fratelli stanno per piazzarsi in quelle aree con selvaggina abbondante, che saranno gli “hot spot” dei prossimi anni. Però non arrivate impreparati, avete l’esperienza di 25 anni nelle zone montane. Avete già organizzato incontri pubblici, riunioni con gli allevatori, protocolli di monitoraggio e di rimborso, aiuti ai pastori. Quella è la strada. Dall’altra parte, chi fa il tifo per noi deve smetterla di idealizzarci. Non siamo né buoni né cattivi. Siamo lupi. Non lasciateci da mangiare, tenete vicino a voi i vostri cani, se ci avviciniamo troppo alle case o alle stalle, spaventateci (legalmente, eh!) con grida, rumori, luci. Meno ci abitueremo a voi, meno riduciamo le reciproche distanze (che è poi il segreto non tanto segreto di ogni lunga convivenza, anche umana), più facile sarà sopportarci.

Come vuoi salutare i lettori di Piemonte Parchi?

Beh, ovvio. Con un augurio scontato: “In bocca al lupo!”. E se qualcuno di loro risponde “Crepi!”, lo sbrano ;)


Fonte: Piemonte Parchi


L’intervista integrale con relativo servizio fotografico è stata pubblicata sul numero di marzo della rivista trimestrale Passaggi&Sconfini dell’editore Graffio di Borgone (www.studiograffio.it – #passaggi_e_sconfini)

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