Realizzare la Costituzione | Pietro Polito e Pina Impagliazzo

La Resistenza e la Costituzione sono tanto più attuali quanto più sono inattuali nel senso che la Resistenza è tanto più compiuta quanto più viene attuata la Costituzione e la Costituzione è tanto più attuata quanto più si richiama allo spirito della Resistenza.

            25 aprile 2020, 75 anni dopo. Questo strano, inquieto 25 aprile, sospeso tra paura e speranza, tra le preoccupazioni per l’oggi e l’ansia del dopo, è una occasione da non perdere per affermare con forza, senza cedimenti né impossibili accomodamenti, il valore della nostra Costituzione nata dalla Resistenza, che è ancora oggi una delle più moderne e avanzate del mondo. Fuori da ogni agiografia perché la retorica non fa bene né alla Costituzione né alla Resistenza.

La Costituzione è il più grande risultato della Resistenza sul piano politico e sociale tanto che l’una è il punto d’arrivo, l’altra è il punto di partenza. Si può dire che la Resistenza traccia le linee del cammino, la Costituzione pone le basi del nuovo Stato. In altre parole la Costituzione raccoglie gli ideali della Resistenza: il governo dal basso, i diritti di libertà e sociali, il ripudio della guerra.

Come ha scritto Norberto Bobbio, “la Costituzione è un documento antifascista, è la carta istituzionale del nostro antifascismo, quell’antifascismo su cui poggia lo Stato italiano. È un documento antifascista non solo nello spirito ma anche nella lettera”. Nella nostra Costituzione, egli aggiunge ancora, sono affermati i principi fondamentali che “permettono a uno stato democratico non soltanto di esistere ma anche di evolversi verso forme di democrazia sempre meno formale sempre più sostanziale, e lo stato democratico è l’opposto dello stato fascista”.

         Sul rapporto tra la Resistenza e la Costituzione Bobbio interviene in modo significativo in due occasioni importanti, rispettivamente a vent’anni e a quarant’anni dalla Liberazione (19 maggio 1965 e 21 aprile 1985). Se si confrontano i due discorsi appare evidente il nesso con le ricorrenti discussioni sul cambiamento della Costituzione, riforma per alcuni, manomissione per altri.

Nel discorso Resistenza e Costituzione (19 maggio 1965) egli affronta il rapporto in relazione a tre punti: l’origine, il contenuto, il significato.

La domanda di partenza è: «La Costituzione ha avuto origine dalla Resistenza?». Per quanto riguarda l’origine, la posizione di Bobbio è ferma: la Costituzione è “l’espressione politica fondamentale” della Resistenza. Questa, da un lato impedisce che la situazione politica italiana sbocchi paradossalmente in un ritorno allo Statuto albertino, dall’altro favorisce il percorso verso una nuova Costituzione.

Il ragionamento segue poi con un altro quesito: «Il contenuto della Costituzione deriva in tutto o in parte dalla Resistenza?». Quanto al contenuto, nella Costituzione si ritrovano le linee generali dei tre grandi filoni della Resistenza: quello liberale classico, quello socialista e quello cristiano sociale, che si richiamano rispettivamente ai valori della libertà, dell’eguaglianza e della solidarietà.

Infine, ci si può domandare: «Qual è il significato della Resistenza nello sviluppo della nostra democrazia?». Qui Bobbio distingue tra “la Resistenza reale, quella che si è realizzata nei fatti” e la “Resistenza ideale, una resistenza perenne alla quale ci richiamiamo nei momenti difficili come a una forza morale, superiore agli eventi”.

Così Bobbio a metà degli anni Sessanta. E vent’anni dopo?

Vent’anni dopo, nel discorso Costituzione e Resistenza (20 -21 aprile 1985)egli ribadisce la “continuità storica” e la “connessione” tra la Resistenza e la Costituzione. Sul piano etico-politico, la Costituzione è stata “l’esito naturale, lo svolgimento di una battaglia prima civile e poi anche militare per liberare l’Italia dal fascismo e per instaurare un regime democratico che fosse l’opposto di quello imposto dal fascismo”. Le diverse forze politiche che diedero vita alla Resistenza, pur distanti e opposte ideologicamente, furono accomunate da un ideale negativo, l’antifascismo perenne, come dato essenziale della storia della repubblica” e da un ideale positivo, l’esigenza e la necessità di stabilire “le condizioni, seppure formali, di una forma di convivenza civile fondata sul potere dal basso anziché sul potere dall’alto”.

Inoltre, sul piano storico, quello degli eventi, la continuità appare incontestabile. La Costituzione nasce da un vero e proprio “compromesso storico” tra le forze politiche che hanno partecipato alla Resistenza (liberali, cattolici, azionisti, socialisti e comunisti). Riprendendo una battuta di Gaetano Salvemini, Bobbio sostiene che la nostra Costituzione è stata un buon compromesso, vale a dire “un compromesso all’inglese, e non una combinazione all’italiana”.

Un compromesso durevole, che ha resistito e che, nonostante i continui tentativi di rimetterlo in discussione, resiste nel tempo. Ricordiamo che il giudizio di Bobbio risale al 1985. E dopo? E oggi? Dal 1979, con la cosiddetta Grande Riforma, erano iniziate le grandi manovre – tentate senza successo ancora non molto tempo perché respinte a larghissima maggioranza dal voto delle italiane e degli italiani – per apportare alla Costituzione correzioni, ritocchi, integrazioni, modifiche più o meno radicali di diverso segno, a seconda dell’avvicendarsi dei vari governi di sinistra, di centro o di destra, tecnici o politici, alla guida del Paese, addossando alla Costituzione la responsabilità di tutti i mali possibili e immaginabili.

L’elenco dei mali della nostra vita politica è noto e giova ripeterlo: la questione morale, il potere invisibile e la conseguente mancanza di trasparenza, il prevalere della rappresentanza degli interessi sulla rappresentanza politica, le continue crisi di governo, l’occupazione del potere da parte dei partiti, la lentezza del potere decisionale. Ma il cattivo stato di salute della democrazia italiana dipende dalla Costituzione? Ebbene le cause di questi mali non sono da cercare nella Costituzione, anzi in essa sono presenti specifici articoli pensati come argini al loro manifestarsi e dilagare. Tra le cause reali, basti indicarne almeno due che in questi giorni di quarantena, con l’intero Paese con il fiato sospeso e incerto sul proprio futuro, ci angosciano ancora di più: da un lato l’eccesso di eloquenza non fondata sulla effettiva conoscenza dei problemi, dall’altro la politica come lotta per non far fare più che per fare le cose, la rissosità, l’opportunismo e lo spirito di fazione che caratterizzano la nostra vita pubblica.

         Con Bobbio, pensiamo che una delle condizioni, se non la principale, per la difesa, il miglioramento e un ulteriore sviluppo della nostra democrazia sia il ravvivarsi concreto dell’ispirazione ideale che era stata alla base della Resistenza. Il rapporto tra la Resistenza e il nostro tempo è rappresentato da Bobbio con la formula “Resistenza incompiuta”, intendendo “l’incompiutezza propria di un ideale che non si realizza mai interamente, ma ciononostante continua ad alimentare speranze e a suscitare ansie ed energie di rinnovamento”. Ma, se la Resistenza è rimasta incompiuta, quando e in che senso si potrebbe parlare di Resistenza compiuta?

         Il vero problema italiano è realizzare la Costituzione. In questo senso, la Resistenza e la Costituzione sono tanto più attuali quanto più sono inattuali nel senso che la Resistenza è tanto più compiuta quanto più viene attuata la Costituzione e la Costituzione è tanto più attuata quanto più si richiama allo spirito della Resistenza.

Bibliografia

  • Ezio Mauro, Le libertà sospese e la Liberazione, “la Repubblica”, a. 27, n. 15, lunedì 20 aprile 2020, pp. 1 e 29.
  • Claudio Vercelli, La lotta è esercizio di riappropriazione, “il manifesto”, a. L, n. 96, martedì 21 aprile 2020, pp. 10 e 11.
  • Paolo Fallai, Il segno della libertà nel 25 aprile, “Corriere della Sera”, a. 145, n. 96, mercoledì 22 aprile 2020, p. 30.
  • Marco Revelli, Avanti ragazzi ora e sempre Resistenza, intervista a cura di Simonetta Fiori, “la Repubblica”, a. 45, n. 96, mercoledì 22 aprile 2020, pp. 32-33.
  • Andrea Fabozzi, L’Anpi no. Anzi si. La gaffe di palazzo Chigi, “il manifesto”, a. 50, n. 98, giovedì 23 aprile 2020, p. 6.
  • Simonetta Fiori, I volontari della Brigata ebraica. “Perché il 25 aprile è anche nostro”, “la Repubblica”, a. 45, n. 97, giovedì 23 aprile 2020, p. 33.
  • Gino Strada, “Mai più il mondo di prima”, intervista a cura di Diego Motta, “Avvenire”, a. 53, n. 97, giovedì 23 aprile 2020, p. 20.
  • Marco Tarquinio, Il 25 aprile “a due a due” in 103 piazze e in tanti sul web. L’eccezione che non c’è, “Avvenire”, a. 53, n. 98, venerdì 24 aprile 2020, p. 2. IL direttore risponde a Luisa Leoni e a Mara Pia Zanotti per l’autorizzazione da parte della Presidenza del Consiglio alle “associazioni partigiane e combattentistiche” a potere “partecipare alle celebrazioni per il 75° anniversario della Liberazione, naturalmente in forme compatibili con l’attuale situazione di emergenza” (L. Leoni), mentre “i preti non possono celebrare la santa Messa con pochi e distanti fedeli. E questo nel silenzio di tutti. Dobbiamo forse partecipare solo alla festa di tutti? (M.P. Zanotti)

Gli autori sono i curatori del libro di N. Bobbio, Eravamo ridiventati uomini. Testimonianze e discorsi sulla Resistenza in Italia, Einaudi, Torino 2015.

Fonte: NewsLetter del Centro studi Piero Gobetti del 24 aprile 2020

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