Tutti insieme, “uniti”, ce la faremo. Solidarietà internazionale per fronteggiare un’emergenza comune | Benedetta Pisani

Helin Bolek. Illustrazione di Margherita Caretta

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Peccato, però, che il mondo non è unito. È distratto. Impegnato nell’incessante narrazione mediatica di questo momento difficile, ha smesso di chiedersi che cosa stia succedendo negli altri Paesi, al di là della pandemia.

Cosa abbiamo lasciato in “stand-by”? E, quando l’emergenza si sarà attenuata tanto da non suscitare più clamore, cosa ci aspetta?

I combustibili fossili costituiscono ancora l’80% dei consumi mondiali e la transizione energetica appare ancora molto lontana. L’amministrazione Trump ha stabilito di non sospendere le sanzioni a carico dell’Iran, lasciando sprofondare il Paese in un’acre sofferenza, senza farmaci né aiuti economici. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato l’apertura della frontiera con la Grecia, mettendo l’Unione Europea di fronte all’incapacità di gestire la crisi migratoria e salvaguardare libertà e diritti umani. L’Europa si è chiusa, ma le pressioni alle frontiere esterne non sono scomparse…

Queste solo alcune delle questioni sospese nella pesante bolla di negligenza internazionale, inevitabilmente destinata a una fragorosa esplosione, che lascerà l’umanità senza voce.

I media potrebbero cambiare le carte in tavola, se solo decidessero di giocare il loro ruolo e offrire, al di là degli schieramenti, un servizio di informazione pubblica completo, equilibrato e corretto.

Spesso, però, accade che attraverso un processo di isolamento e selezione divulgativa, volente o nolente, crudeli repressioni e inaccettabili violazioni dei diritti vengano indegnamente insabbiate.

E l’insopportabile silenzio irreale che aleggia intorno alla morte di Helin Bölek, ne è un clamoroso esempio.

Il 3 aprile scorso, la cantautrice del collettivo musicale turco, Grup Yorum, ha perso la vita dopo 288 giorni di sciopero della fame. Una violenza contro se stessi, affinché altri (lo Stato, i potenti) si assumano la responsabilità di quella violenza.

Aveva cominciato il digiuno nel maggio 2019, quando fu arrestata la prima volta. Poche settimane fa le autorità ne avevano ordinato la scarcerazione a causa delle sue precarie condizioni di salute. Ma, nonostante la fuggevole fragilità del suo esile corpo, Helin ha rifiutato le cure, portando avanti la battaglia contro le persecuzioni politiche e gli accanimenti giudiziari. La battaglia contro uno Stato indifferente che la stava lasciando morire. Ancora una volta, però, il volume della radio è stato spudoratamente calato.

Era il 1985, quando un gruppo di studenti universitari decise di dare vita al Grup Yorum, un’iniziativa aperta a chiunque volesse regalare una melodia poetica alle storie di chi lotta per la libertà e alle opinioni (“yorum”, infatti, significa “commento”) di chi vive una realtà troppo dolorosa e corrosiva per poterla raccontare con la propria voce.

Il collettivo è stato da sempre al centro di infondate e inique azioni legali e, negli ultimi anni, la brusca intensificazione della pressione da parte del governo, che accusa i membri del gruppo di aver partecipato agli atti terroristici del Fronte Popolare di Liberazione Rivoluzionario (DHKP-C), ha innescato una vertiginosa spirale di violenza. Una escalation che si è concretizzata in arresti immotivati, strumenti musicali sfacciatamente distrutti e aggressive incursioni della polizia presso il centro culturale ?dil, a Istanbul, in cui i musicisti spesso si esibivano.

Oggi, il sistema giuridico turco è apaticamente ancorato a una strategia infima di punizione di massa per tutti gli acerrimi oppositori di Erdogan. E nemmeno la diffusione della pandemia sembra aver allentato l’indifferente rigidità del governo nei confronti dei dissidenti politici.

Il Parlamento di Ankara ha approvato la amnistia d’urgenza per tutti i detenuti comuni, colpevoli di reati minori, donne in stato di gravidanza, anziani e persone deboli e gravemente debilitate. Ma lo sconto di pena non è previsto per i prigionieri politici, nemmeno quelli malati.

Helin Bölek è il volto di quanto avviene nelle carceri turche, la tela su cui sono state impresse le barbarie di un regime che continua a ignorare i diritti umani, all’ombra di un mondo sempre meno solidale.

La versione turca del celebre canto popolare italiano “Bella ciao”, suonata dal collettivo per lanciare una campagna di resistenza contro Erdogan, non deve diventare una eco distante, ma la colonna sonora di una lotta che non intende mettersi in pausa, neanche quando il mondo è distratto.

Una lotta che a molti è costata la vita, ma che non perderà mai la voce.


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