Coronavirus, fase 2: guai ai poveri! | Livio Pepino

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Photo by John Moeses Bauan on Unsplash

Mentre ancora si contano i morti si comincia a parlare della “fase 2”. Giustamente ma, ahimè, in modo del tutto inadeguato. Ancor più inadeguato della gestione della fase 1.

Primo.

Per programmare e guidare la nuova fase è stata istituita, il 10 aprile, una Commissione di super esperti dotata di «ampi poteri», una task force operativa, per usare il lessico del presidente del Consiglio e dei media. Non ci siamo: le scelte sul come uscire dalla crisi epocale che stiamo attraversando (e che ancor più ci attanaglierà) non sono tecniche ma politiche. Non definirne le linee fondamentali e demandare tutto a una commissione di “esperti” è una fuga della politica dai propri compiti e dalle proprie responsabilità. Ma passi. Facciamo finta che la Commissione sia un semplice “ausilio” per i decisori politici. Bene. Tutti gli analisti – proprio tutti – concordano nel ritenere che la crisi economica dei prossimi mesi sarà la peggiore di sempre e provocherà una disoccupazione e una povertà senza precedenti (in un Paese che già ora ha un tasso di povertà insostenibile). Molti studiosi, poi, segnalano un nesso tra la diffusione (se non l’origine) dell’epidemia e l’inquinamento ambientale. Altri ancora sottolineano che l’impoverimento e la disuguaglianza sono coessenziali al modello di sviluppo perseguito negli ultimi decenni (e non suoi effetti collaterali suscettibili di correzione). Ciò imporrebbe quantomeno, nel momento in cui si definiscono le strategie per affrontare la crisi, una verifica e un riesame di quel modello. Se non ora quando? Ebbene, nulla di ciò è all’orizzonte. Basta guardare la composizione della task force preposta alla “ricostruzione” (si badi, alla “ricostruzione”, termine che evoca un’assoluta continuità col passato). Cominciamo da chi la presiede: Vittorio Colao è un «supermenager – come ci informa, sollecita, Repubblica dell’11 aprile – abituato a scalare le Dolomiti in bicicletta o a risalire il Lago di Garda in windsurf fino a Riva per cercare il vento teso», strappato, per la bisogna, «alle Olimpiadi di Milano e Cortina». Difficile pensare che siano queste le doti necessarie per sollevare il Paese dal baratro… E non è più rassicurante il quadro degli altri 16 componenti la Commissione: sette economisti o similari (per lo più provenienti da scuole o istituti impegnati nei decenni a sostegno dell’attuale modello di sviluppo), tre manager pubblici o privati, tre grand commis della pubblica amministrazione, un’esperta di psicologia sociale, un tributarista e un giuslavorista. Non un esponente di movimenti sociali o ambientali, non uno studioso di problemi connessi con l’inquinamento, non un economista o un sociologo “critico”, non un tecnico che abbia espresso qualche dubbio sulle grandi opere, non una rappresentanza dei movimenti dei lavoratori o della casa (cioè di chi più soffre gli effetti della crisi), non un esponente del volontariato sociale… Certo la presenza di queste componenti non sarebbe risolutiva ma si tratterebbe almeno di un segnale. In assenza, qualcuno può seriamente pensare che tra le opzioni al vaglio della Commissione ci sia anche un diverso modello di sviluppo (pur un tempo evocato da alcune delle componenti che sostengono il Governo)?

Secondo.

Non sono da meno i messaggi culturali, sintetizzati nel titolo con cui, l’11 aprile, la Repubblica annuncia, con involontaria ironia, il varo della Commissione: «Colao. No ai salotti buoni sì alla meritocrazia, il manager che risolve problemi». Ancora una volta la bacchetta magica, l’asso nella manica del Governo e della sua task force è la “meritocrazia”, evocata da almeno vent’anni come chiave di volta per il cambiamento (chi non ricorda la perentoria affermazione di Matteo Renzi del 2014 secondo cui «la meritocrazia è l’unica medicina per la politica, per l’impresa, per la ricerca, per la pubblica amministrazione»). Eppure è difficile trovare una sciocchezza maggiore, rivelatrice, come poche altre, del degrado del pensiero nel nostro Paese. Ovvio che una crescita generalizzata di competenza e di capacità, garantita da controlli adeguati, sarebbe auspicabile e positiva ma la meritocrazia è tutt’altro. Basta prestare attenzione a chi principalmente la invoca, ovviamente per gli altri. È quel ceto dirigente dell’economia, della finanza e delle professioni che si perpetua grazie alla trasmissione di imprese, aziende e ruoli professionali per via ereditaria e per il quale il merito consiste, per lo più, nell’essere figli, mogli, nipoti, cognati e via seguitando. L’attenzione alla provenienza svela il senso dell’appello al primato del merito: perpetuare lo status quo ed evitare che alcune, limitate posizioni di rilievo sfuggano a quella logica. Mentre è evidente che la predisposizione di risposte attendibili alle domande sociali diffuse richiederebbe non già la selezione dei migliori ma la crescita professionale di tutte le categorie interessate. Se, poi, si passa ai cittadini, cioè ai destinatari dei servizi e degli interventi dello Stato, gli epigoni della meritocrazia non hanno dubbi: reddito e provvidenze vanno assicurati dallo Stato solo a chi li merita. Che fare, poi, dei non meritevoli o dei non capaci (che sono, nel pensiero dominante, legione: marginali, malati, alcolisti, tossicodipendenti, sofferenti psichiatrici, clandestini e via elencando potenzialmente all’infinito)? Costruire un’immensa rupe Tarpea da cui precipitarli? Sembra un paradosso ma non lo è, come la storia insegna. È questo il vero volto della meritocrazia: premiare chi ha qualità, sanzionare chi ha handicap o difetti. Che sia la chiave di volta per un governo giusto, o almeno accettabile, della società non è così certo. Anche se a dubitarne sembra rimasto solo il papa di Roma: «Un altro valore che in realtà è un disvalore è la tanto osannata “meritocrazia” [che] sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza. Il nuovo capitalismo tramite la meritocrazia dà una veste morale alla diseguaglianza, perché interpreta i talenti delle persone non come un dono: il talento non è un dono secondo questa interpretazione: è un merito, determinando un sistema di vantaggi e svantaggi cumulativi. […] Una seconda conseguenza della cosiddetta “meritocrazia” è il cambiamento della cultura della povertà. Il povero è considerato un demeritevole e quindi un colpevole. E se la povertà è colpa del povero, i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa» (Genova, 27 maggio 2017, incontro con il mondo del lavoro, stabilimento Ilva).

Terzo.

Contemporaneamente all’istituzione della Commissione, il 10 aprile, il presidente dei deputati Pd, Graziano Delrio, ha proposto di introdurre, per il 2020 e il 2021, un contributo di solidarietà a carico dei cittadini con redditi superiori a 80 mila euro annui (pari a 6.500 euro mensili). Si tratterebbe di una sovrattassa temporanea (due anni), progressiva (dal 4% per i redditi tra 80 e 100mila euro si arriva all’8% per quelli oltre il milione), calcolata sulla parte dei redditi che eccede la soglia. Il tutto con l’obiettivo di garantire il gettito di un miliardo e trecento milioni l’anno da destinare «a coloro che versano in situazioni di povertà a causa della crisi o in situazioni di grave difficoltà per la perdita completa del reddito». Sembrerebbe il minimo sindacale, criticabile per la timidezza e per il carattere temporaneo. In un Paese in cui già prima dell’epidemia 18 milioni di persone erano a rischio di esclusione sociale, 5 milioni in povertà assoluta e 9,3 milioni in povertà relativa, un incremento della tassazione sui redditi più elevati è semplicemente necessaria: nell’immediato per far fronte alle esigenze di vita più elementari di molti; in prospettiva, per contenere le disuguaglianze. Del resto – sia detto per inciso – così era, nel nostro Paese, negli anni Settanta quando, per l’Imposta sulle persone fisiche, erano previsti 32 scaglioni di reddito l’ultimo dei quali con un’aliquota addirittura del 72 per cento. Ebbene – c’è da non crederci – questa timida proposta, bollata come una patrimoniale, è stata salutata da (quasi) tutti come uno scandalo. Italia Viva l’ha definita «una follia», il M5Stelle ha affermato che «non è il momento di chiedere altri sacrifici agli italiani», le opposizioni hanno promesso di fermare questa barbarie, la segreteria del Pd ha preso le distanze e, nella stessa serata, il presidente del Consiglio l’ha definitivamente bocciata. Traduzione: i poveri possono morire di fame purché non si tocchino i privilegi dei ricchi. Per salvarsi la coscienza bastano i tricolori alle finestre e una retorica patriottarda fatta di buoni sentimenti diffusi a piene mani da leader politici e pubblicità televisive delle grandi marche (per lo più in mano a multinazionali).

Quarto.

C’è, poi, la ciliegina finale. Il 10 aprile 2020 il ministro dell’Interno ha inviato ai prefetti una circolare con cui li invita a «intercettare ogni segnale di possibile disgregazione del tessuto sociale ed economico, con particolare riguardo alle esigenze delle categorie più deboli»: per «sensibilizzare gli enti territoriali competenti ad adottare ulteriori misure di sostegno a situazioni di disagio sociale ed economico e di assistenza alla popolazione». Doverosa premura – verrebbe da dire – se non fosse che i prefetti vengono parallelamente  richiamati alla necessità di vigilare, tra l’altro, sul fatto che «alle difficoltà delle imprese e del mondo del lavoro potrebbero accompagnarsi gravi tensioni a cui può fare eco la recrudescenza di tipologie di delittuosità comune e il manifestarsi di focolai di espressione estremistica». Insomma, attenzione all’assalto ai forni di manzoniana memoria (che certamente sarebbe frutto non della disperazione e della fame ma di un disegno eversivo di estremisti e mestatori!).

Questa la situazione. Non sarebbe opportuno provare a costruire una controproposta strutturata per l’uscita dalla crisi? Noi ci proveremo.