Tornare alla “normalità”? | Angela Dogliotti

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Photo by Rod Long on Unsplash

Il Covid-19 colpisce ovunque, ma ci sono alcune situazioni in cui i suoi effetti sono davvero devastanti e mettono in luce i mali profondi del nostro mondo ingiusto e insostenibile.

Scrive Arundathy Roy, a proposito dell’India: «La crisi del Covid-19 deve ancora arrivare […] Gli ospedali e le cliniche pubbliche dell’India – che non sono in grado di far fronte a quasi un milione di bambini che muoiono di diarrea, malnutrizione e altri problemi di salute ogni anno, con le centinaia di migliaia di pazienti affetti da tubercolosi […] con una vasta anemia e una popolazione malnutrita vulnerabile a qualsiasi malattia minore, che si rivela fatale per loro – non saranno in grado di far fronte a una crisi come quelle che stanno affrontando l’Europa e gli Stati Uniti adesso»[1].

Situazione di analoga drammaticità è prevedibile per vaste aree dell’Africa sub-sahariana e altre parti del mondo che già soffrono per l’aumento dei conflitti armati, la povertà diffusa e l’impatto dei cambiamenti climatici, che aggrava l’insicurezza alimentare rendendo le popolazioni più vulnerabili alle infezioni.

In Libia, per i 700.000 rifugiati e migranti, rinchiusi in condizioni disumane nei campi di detenzione, il Covid-19 sarebbe una vera catastrofe. Fuggire da questa situazione diventa una tragica necessità. Ma nel Mediterraneo non si trovano più le navi delle ONG, le cui attività sono state sospese a causa della pandemia.

È di questi giorni il salvataggio di 150 naufraghi sull’unica nave rimasta, la tedesca Alan Kurdi, che però non trova un porto ad accoglierla. In questo caso, il Covid-19 diventa un paravento per giustificare – per ragioni di emergenza sanitaria – la chiusura dei porti italiani.

Nemmeno il Covid-19, però, riesce a fermare la guerra, nonostante l’appello del Segretario Generale dell’ONU António Guterres, ripreso e rilanciato da Papa Francesco.

Emanuele Nannini, di Emergency, afferma che «in alcune aree è stata decisa una tregua, ma in Libia, Afghanistan, Yemen, Iraq non è accaduto. I feriti continuano ad arrivare, il supporto chirurgico ha la priorità perché una pallottola uccide più velocemente del virus»[2].

E i campi profughi, in Libia come in Grecia «sono bombe a orologeria. Le condizioni non consentono il distanziamento sociale né le più basilari norme igieniche…le persone morivano prima, adesso di più senza che l’opinione pubblica si renda conto del danno umano in corso»[3].

Anche da noi ci sono fasce di popolazione che soffrono doppiamente per questa emergenza sanitaria: chi non può restare a casa perché una casa non ce l’ha, chi è in carcere, gli anziani che muoiono nelle RSA, i bambini che sono costretti in spazi ristretti o in situazioni di abbandono…

Allora bisogna davvero chiedersi se ha senso parlare di tornare a una normalità che conteneva già tutti i presupposti per queste derive.

Se ha qualche fondamento l’assioma di Boris Cyrulnik[4] secondo il quale le catastrofi sono la regola dell’evoluzione e dalle risposte messe in atto per trovare nuovi equilibri nasce un nuovo ordine, diverso da quello precedente, allora si può sperare che dal momento tragico che tutto il mondo sta vivendo, seppur in modi e condizioni diverse, possa scaturire qualche radicale cambiamento.

Il rischio che le trasformazioni portino a un peggioramento della situazione, nel senso di maggiori diseguaglianze, regimi più autoritari, violenze e guerre incontrollate, è forte.

Tuttavia, a causa della pandemia, sta emergendo anche nelle nostre società occidentali una nuova e più diffusa consapevolezza di tutte le fragilità e l’insostenibilità del nostro stile di vita e del sistema economico-sociale che abbiamo costruito, in gran parte a spese dell’ambiente naturale, di altri popoli ed esseri viventi.

Persino sui media mainstream, infatti, si sta mettendo in discussione, ad esempio, la decisione di considerare come produzione essenziale quella dell’industria degli armamenti (compresi quelli atomici!) e si dà voce a chi afferma la necessità e la possibilità di una riconversione, a fronte della presenza in Italia di 334 industrie che producono armi e una sola che produce ventilatori polmonari.

È dunque un momento propizio per mobilitare tutte le nostre energie per dare un contributo a far sì che il dopo avvenga su altre basi, a partire dalla consapevolezza delle strette connessioni tra salute e ambiente, ambiente e guerra, guerra e migrazioni, come abbiamo messo in evidenza nel Festival della Nonviolenza dello scorso anno.

A partire da qui, dal ribaltamento di concetti come quelli di sicurezza, confine, salute, cui la pandemia ci ha costretti, dovremmo raccogliere voci ed esperienze che ci possano aiutare a comprendere quali prospettive per un futuro sostenibile, equo e nonviolento possano concretamente scaturire da questa crisi e quali passi percorrere, a partire dal basso, per rendere credibile e possibile questa prospettiva.

Sappiamo che non sono idee nuove. I movimenti per la pace, la nonviolenza e l’ambiente le portano avanti da anni, ma ci pare che oggi possano assumere nuove dimensioni e significati e ci sia un contesto più favorevole per riaffermarle e renderle comprensibili a una più vasta opinione pubblica, resa più consapevole dall’emergenza vissuta in questi giorni.

Ad esempio, visto che alcuni fattori importanti nel processo di sviluppo del coronavirus e della sua diffusione sembrano essere, da un lato, la deforestazione, con la relativa riduzione degli habitat per le specie selvatiche e, dall’altro, la crescita degli allevamenti intensivi, con conseguente alterazione degli equilibri degli ecosistemi, per quanto riguarda l’ambiente si potrebbero segnalare esempi,  pratiche, esperienze relative a un diverso modello di agricoltura; si potrebbe delineare un  concetto di  salute, che comporti una relazione diversa con l’ambiente in genere, e con l’ambiente di lavoro , in particolare…(Come passare dallo sfruttamento alla cura delle relazioni tra gli esseri umani e con la natura?)

Per quanto riguarda le migrazioni si potrebbero valorizzare le esperienze di vera accoglienza, tutela del lavoro e dei diritti, mettendo in luce come in un mondo interconnesso, garantire una vita dignitosa a ciascuno è interesse di tutti ed evidenziando come il blockdown , interrompendo gli scambi, chiudendo i confini, rendendo più difficoltosa la raccolta e l’approvvigionamento dei prodotti agricoli, ad esempio, ha danneggiato anche l’economia dei nostri produttori, che hanno bisogno del lavoro dei migranti, da tutelare contro lo sfruttamento, il caporalato e le agromafie.

Per quanto riguarda il tema pace-nonviolenza, la situazione attuale ha posto sotto gli occhi di tutti l’assurdità di pensare alla difesa armata come modo per garantire la sicurezza, quando ci siamo dovuti confrontare con un nemico invisibile e sconosciuto, il Covid-19,  per contrastare il quale sarebbero stati utili maggiori investimenti nella tutela della salute pubblica. Dunque meno bombe, magari atomiche, e più attrezzature sanitarie adeguate; meno finanziamenti UE distolti dalla ricerca civile e destinati a quella militare (ad esempio la cybersecurity).

Il tema della riconversione dell’industria bellica non può essere più solo una richiesta dei movimenti pacifisti, è un tema balzato in primo piano. Ma ciò significa anche ragionare su un diverso modello di difesa, capace di intervenire in modo costruttivo nei conflitti e organizzare Corpi Civili di Pace a ciò predisposti (Come passare dal paradigma della guerra a quello della difesa non armata e della trasformazione nonviolenta dei conflitti?).

Questi sono solo alcuni spunti, per evidenziare come ci sono alternative, ed è ora di metterle in campo, perché, come scriveArundathy Roy, «nulla sarebbe peggio di un ritorno alla normalità»[5] poiché «la normalità è il problema»[6].


[1] Arundathy Roy, in «The Financial Times», 2 aprile 2020.

[2] Intervista di Adriana Pollice ne «il Manifesto», 8 aprile, I più vulnerabili ormai sono esclusi dalle cure.

[3] idem.

[4] Boris Cyrulnik è neurologo, antropologo e psicanalista francese di origine ebraica, sfuggito alla deportazione e teorico della resilienza, intesa come capacità di resistere alle situazioni avverse trovando una via di scampo e di adattamento.

[5] Arundathy Roy, in «The Financial Times», 2 aprile 2020.

[6] Angel Luis Lara, «il Manifesto», 5 aprile 2020