Coronavirus: meno umanitarianismo, più politica! | Julie Billaud

Fonte: http://de.wikipedia.org/wiki/Bild:Orbis-pictus-027

Questo saggio l’ho scritto seduta sul mio divano, cercando di cogliere un senso allo ‘stato d’emergenza’ contemporaneo mentre il mondo intorno a me si è gradualmente fermato. Sostengo che immaginare l’era post-COVID19 richiede andare oltre le modalità tecnocratiche e umanitarie di pensare, che neutralizzano la politica in nome dell’ideale morale superiore di ‘salvare vite, per riasserire i nostri diritti collettivi a un bene pubblico.

Quel che colpisce nel modo in cui i nostri governi hanno articolato la propria reazione alla “crisi del coronavirus” è l’enfasi esclusiva sulle misure biomediche. Lo stato d’emergenza impostoci viene presentato come la risposta più ovvia in circostanze eccezionali. In altre parole, la gestione della “crisi” è presentata come faccenda puramente tecnica. D’un canto veniamo resi responsabili per la nostra salute e quella altrui lavandoci le mani, indossando una mascherina, restando reclusi e mantenendo una distanza fisica. Dall’altro, la salute della popolazione generale viene gestita con misure d’emergenza: requisendo letti di rianimazione suppletivi, costruendo ospedali da campo, richiamando medici pensionati e laureandi in medicina a sostegno.

Queste dinamiche illustrano particolarmente bene uno spostamento esaminato da Michel Foucault nelle sue riflessioni sul rapporto fra conoscenza e potere, meno visibile in tempi più ordinari: cioè una mossa verso una modalità biopolitica di governance che mira a gestire le collettività umane mediante statistiche, indicatori e altri strumenti di misurazione.

Il tempo sta esaurendosi, ci viene detto, e il fine giustifica il mezzo.

Dobbiamo riguadagnare il controllo sulla vita nel senso collettivo della parola, non sulla vita umana individuale. Si veda, per esempio, come il governo britannico ha fatto valere per un momento la possibilità di “immunità di gruppo”, accettando di sacrificare i segmenti più vulnerabili della sua popolazione, vale a dire gli anziani, a beneficio della massima maggioranza. Si veda ancora come i profughi sulle isole greche siano percepiti come minaccia biomedica che dev’essere contenuta. Ridotti a inquinanti, hanno perso il proprio status di esseri umani diventando l’incarnazione più evidente della ‘nuda vita’, per usare l’espressione di Giorgio Agamben.

Il loro isolamento non è inteso a proteggerli, ma piuttosto a proteggere la popolazione greca locale e la popolazione europea in generale, da questo virus “dall’estero”.

I confini razziali forgiati mediante discorsi medici apparentemente neutrali si aggiungono ai confini già intensamente sorvegliati del mondo ricco. Escludere gli ‘altri’ (cioè gli stranieri) viene giustificato come l’unico mezzo praticabile di salvare le ‘nostre vite’. Come sostiene Mateusz Laszczkowski nel suo post, la figura dell’’untore’ del 16° secolo è stata risuscitata nella figura dello straniero ‘latore’ di virus.

Ma aldilà delle giustificazioni umanitarie per selezionare le vite da salvare e quelle da rischiare o sacrificare, la ragione umanitaria tende a neutralizzare la politica e passar sopra le radicate ragioni per cui ci si trova in tale situazione.

L’importanza crescente delle argomentazioni morali nei discorsi politici, come sostiene Didier Fassin, oscura come regole imposte in nome della preservazione della vita e dell’alleviamento della sofferenza riguardino anche il potere, la disciplina e la sorveglianza.

Viviamo senza dubbio nell’era del ‘governo umanitario’ dove gli esperti, come dice Judith Beyer nella sua introduzione a questo discorso, rappresentano la suprema autorità morale. Col rendere la competenza la sola forma valida d’impegno democratico, attività prima considerate di derivazione politica e in quanto tali sottoposte a pubblico dibattito si sono ridotte a faccende di tecniche.

Ma immaginiamo come sarebbe la nostra situazione se la sanità fosse ancora considerata un bene pubblico.

  • Forse sarebbe rimasto qualche spazio per esaminare criticamente perché un’organizzazione umanitaria come Médecins Sans Frontières abbia deciso di varare una missione COVID-19 in Francia, paese considerato munito fono a qualche tempo fa di uno dei migliori sistemi sanitari al mondo.
  • Probabilmente ci sarebbero maggiori opportunità di discutere perché il personale medico sia stato mutato in tanti eroi intenti al sacrificio di sé stessi, inviati al ‘fronte’ senz’armi, cioè senza maschere e guanti protettivi, dovendo rischiare la vita per salvare quella dei contaminati.
  • Forse potremmo dibattere le priorità politiche per stabilire quando la ‘crisi’ sia finite e decidere collettivamente se il sostegno finanziario debba essere dapprima incanalato attraverso le megaziende (il cui modello economico ha direttamente contribuito all’attuale catastrofe) o piuttosto verso il sistema previdenziale, in modo da contenere le conseguenze umane a lungo termine della crisi.

L’andare aldilà della trama dell’‘emergenza umanitaria’ diventata la ‘nuova normalità’ ci permetterebbe certamente d’immaginare un futuro in cui le diseguaglianze non siano più accettabili.

La ‘crisi’ del coronavirus evidenzia come quattro decenni di politiche neoliberiste abbiano distrutto i nostri sistemi sanitari e, con effetto più vasto, diminuito le nostre capacità di resilienza. Le scorse settimane, gli scienziati ci hanno ammonito che per la ricerca sui coronavirus ci vogliono tempo e risorse, e non si può fare in tutta fretta, in stridente contrasto con l’attuale prassi neoliberista del finanziamento di ricerca. I servizi sanitari, già sovraffaticati prima della crisi, richiedono altrettanto continuo sostegno pubblico in modo da non dover ricorrere al crudele triage delle vite. Infine, la nostra suprema priorità dev’essere l’ambiente (non il profitto) allorché stanno crollando gli ecosistemi essenziali alla vita sulla terra.

In altre parole, bisogna che prendiamo le distanze dal pensiero umanitario, che fornisce soprattutto risposte tecniche, e che ripensiamo in termini politici il bene pubblico, la solidarietà e la giustizia sociale.


Julie Billaud è professoressa associata di Antropologia al Graduate Institute for International and Development Studies a Ginevra. I suoi interessi di ricerca comprendono: Afghanistan, Islam, genere, governance internazionale, umanitarismo e diritti umani. E’ autrice di Kabul Carnival: Gender Politics in Postwar Afghanistan (University of Pennsylvania Press, 2015).


SPECIAL FEATURE, 30 Mar 2020 | Julie Billaud | Allegra Lab – TRANSCEND Media Service
Titolo originale: Coronavirus: Less Humanitarianism, More Politics!
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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