Cattivi pensieri di un guardiaparco in servizio in Valsusa | Luca Giunti

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A portata di ‘mano’… ma irraggiunbile! Introduzione di Elena Camino

Il Parco Orsiera – Rocciavré, un’area naturale protetta che ricopre una vasta area alpina del Piemonte occidentale tra le Alpi Cozie e le Alpi Graie, più precisamente tra la Val Susa e la Val Chisone, per tutto l’anno attira appassionati escursionisti e semplici camminatori.  In inverno è  gradevole passeggiare lungo il  versante sud, su e giù tra gli Orridi di Chianocco e di Foresto, spesso intiepiditi dal sole anche nelle giornate più corte.  Adesso, con la primavera, diventa più agevole salire anche sul versante che porta alla Certosa di Monte Benedetto, e ai rifugi Gravio, Amprimo e Toesca.  Ma i divieti imposti per arginare l’epidemia da corona virus colpiscono anche chi vorrebbe – in solitudine – tornare su quei sentieri. Si deve accontentare di leggere le riflessioni di Luca Giunti, guardiaparco da tanti anni in queste splendide montagne.


Stupisce come la montagna e i parchi diventino un rifugio in tempi di emergenza. Un vero rifugio, un ventre materno cui tornare, al quale non si pensa durante la quotidianità ma – sepolto al fondo dell’anima e inavvertito per anni – appena c’è davvero bisogno, torna a galla e indica una meta da raggiungere. Sbagliato in questo momento, ma indicativo della nostra incancellabile appartenenza. 

Riflessioni – con qualche citazione che ne denuncia l’età…  – di un guardiaparco in servizio nelle Aree protette delle Alpi Cozie. 

Sacra di San Michele, Superga e colline di Torino  | Foto L. Giunti
Sacra di San Michele, Superga e colline di Torino | Foto L. Giunti 

Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte per paura degli automobilisti, dei linotipisti, siamo gatti neri, siamo pessimisti, siamo i cattivi pensieri, e non abbiamo da mangiare
(Lucio Dalla, Com’è profondo il mare, 1977)

Strano equinozio quello del 2020. La primavera è prorompente come sempre, i fiori esplodono, tornano i migratori, cantano gli uccelli, ronzano i calabroni e gracidano le rane. A causa della pandemia, non abbiamo il consueto stato d’animo per rallegrarcene e a causa delle restrizioni nessuno può godersela all’aperto. I guardiaparco della Regione Piemontegarantiscono la vigilanza essenziale e i monitoraggi indifferibili, adeguandosi scrupolosamente alle prescrizioni impartite dai governi nazionali e regionali e dalle direzioni di settore e di ente. Durante il servizio in quota, più solitario del solito, la testa del naturalista produce riflessioni in libertà, qualcuna anche antipatica (“mi vengono in mente pensieri che non condivido”, scrisse il meraviglioso Altan).

Equinozio = stessa durata del giorno e della notte; ce ne sono due ogni anno, quello di primavera e quello d’autunno, quando l’orbita della Terra attraversa l’eclittica e produce l’alternarsi delle stagioni. Si avvicendano ai solstizi d’estate e d’inverno, quando si verificano rispettivamente i giorni più lunghi e più corti dell’anno. Solstizio = il Sole sembra fermarsi nel suo punto più alto o più basso per poi invertire il moto e scendere o risalire. In questi tempi brutti, noi tutti stiamo aspettando con ansia il giorno del ‘virus-stizio’. Al contrario del solstizio d’estate – che lascia sempre un po’ di malinconia – quando il contagio raggiungerà il suo picco, si stabilizzerà per qualche giorno e poi lentamente declinerà, la speranza allargherà i nostri cuori. 

Che senso hanno i confini?

In natura non esistono. Esistono limiti – altitudinali, climatici, chimici, ad esempio – che sono continuamente in movimento e sempre permeabili da un qualche pioniere più intraprendente dei consimili, ma non resistono invalicabili. Infatti l’ecologia descrive gli ecotoni, habitat di transizione tra ambienti diversi, ricchi di biodiversità proprio perché contaminati da abitanti provenienti da luoghi e famiglie differenti. Un esempio famoso, anche su questa rivista, di animale insofferente alle tante dogane è il lupo, per tacere di avvoltoi, istrici, orsi, sciacalli dorati e compagnia. Oggi il virus a forma di corona ci sbatte in faccia l’assurdità dei confini amministrativi – molti in Europa risalgono addirittura alla Pace di Vestfalia del 1648 – la loro inutilità e impotenza (“Saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro”, Ivano Fossati, 1983).

La prima settimana di quarantena

Nel primo weekend di marzo montagne e parchi sono stati presi d’assalto per sfogare la compressione della prima settimana di quarantena. Non erano ancora in vigore i severi obblighi decretati subito dopo. Impianti di sci e ristoranti erano aperti. E – purtroppo – affollati. Se come dicono i medici il virus incuba per circa quattordici giorni, allora intorno all’equinozio scontiamo i contagi distribuiti in quel fine-settimana scellerato. Fa riflettere che – ancora una volta nella storia – la Montagna e i Parchi diventano un rifugio in tempi di emergenza. Un vero rifugio, un riparo per chi scappa: un ventre materno cui tornare, al quale non si pensa durante la quotidianità ma – sepolto al fondo dell’anima e inavvertito per anni – appena c’é davvero bisogno torna a galla e indica una meta da raggiungere. Sbagliato in questo momento ma indicativo della nostra incancellabile appartenenza.
Oggi impressionano le immagini delle città deserte come inaspettate ghost-towns. Alpi e Appennini sono piene di medie e piccole “town” che diventano sempre più “ghost” perché progressivamente si chiudono i servizi che le rendono cittadine socialmente vivibili. Ricordiamocene, finita l’emergenza. Può darsi che difendere una scuola periferica, conservare un ufficio postale, mantenere una caserma del Corpo Forestale, favorire un negozio multi-servizi, portare la banda larga in una vallata montana (quanto si parla di smart-working, in questi giorni, e quanto velocissimamente si è realizzato!) possa aiutarci per la prossima pandemia e anche per una vita normale migliore.

Dall’alto delle aree protette valsusine si vedono normalmente la Sacra di San Michele e Superga. Emergono dalla foschia lattiginosa che ingrigisce Torino soprattutto d’inverno. In questi giorni non solo si stagliano più limpide, ma lo sguardo può spingersi fino alle colline di Langhe e Monferrato. Lo smog è scomparso a velocità inaspettata. Un effetto collaterale positivo dei blocchi forzati di movimenti e mestieri. Non è l’unico. Una ricerca da approfondire ha messo in relazione le polveri sottili con la diffusione del contagio. Le particelle virali potrebbero essere favorite nella loro dispersione aerea da quelle di particolato sottile – i famigerati PM – che fungerebbero da trasportatori: voli charter per i microscopici invasori! Se fosse dimostrato compiutamente, dovrebbe costringerci a ripensare la nostra vita “normale” quando potremo ricominciarla. Anche perché il Ministero della Salute individua migliaia di ammalati e morti annuali per l’inquinamento di tutto il bacino del Po dal Monviso a Comacchio.

La Natura che si riprende i suoi spazi

In un tempo incredibilmente breve la natura si riprende spazi occlusi dalla nostra invadenza. I delfini nel porto di Cagliari, i fondali di Venezia visibili attraverso l’acqua subito trasparente, i rospi incolumi nell’attraversare le strade, i caprioli fiduciosi sugli sterrati, uccellini di ogni tipo che invadono alberi e parchi cittadini (mi segnalano un picchio muratore nel centro di Bologna…). La sensazione urticante è che noi Homo sapiens siamo il vero microbo del pianeta: appena si riduce il nostro contagio, la natura si riprende e guarisce dalla nostra … influenza.

“Chi è causa del suo mal pianga se stesso” diceva la nonna analfabeta. Il salto di specie – lo spillover – è stato favorito dalle nostre attività alimentari e commerciali, dalla deforestazione e dalla distruzione della biodiversità. Su youtube argomenti chiari sono postati, tra gli altri – non tanti sono attendibili, in realtà – da Ilaria Capua e Telmo Piovani. Il virus fa il suo mestiere evolutivo: si riproduce ogni volta che può in ogni occasione adatta. E noi gliene forniamo in quantità. Non bisogna incolpare i pipistrelli, come ha spiegato su queste pagine Elena Patriarca. Se mai, vanno invidiati. Sono sulla Terra da molto più tempo di noi e il loro fortissimo sistema immunitario li ha portati a convivere in qualche modo con i loro parassiti: le popolazioni sopravvivono nonostante una percentuale di individui ne muoia a ogni generazione (sentenza per noi inaccettabile).

Numeri da naturalista 

Qualche cifra, qualche zero grossolano intasa i neuroni del naturalista con il binocolo. I virus sono documentati sulla Terra da oltre 3 miliardi di anni (3 seguito da nove zeri, tre volte mille milioni); gli archeo-pipistrelli da 3 milioni di anni; il genere Homo da 300.000 anni circa. Siamo appena arrivati e se proseguiamo così, ce ne andremo via presto (“Chissà il cordoglio e il rimpianto che susciteremo”, scrisse sempre il fulminante Altan).
Colpiscono e angosciano le morti senza conforti, senza funerali, le bare accatastate sui camion dell’esercito. Sono morti normali in ogni contesto naturale, tranne che per noi. Quella morte primitiva che abbiamo allontanato mentre incombe ogni istante su ogni vivente, improvvisa e imprevedibile. Disumana, appunto, perché non preceduta da nessuna consolazione e non seguita da nessuna commemorazione. In natura la morte è, e basta (“Questo ricordo non vi consoli, quando si muore si muore soli”: Fabrizio De André, Il testamento, 1963, ripreso da Georges Brassens del 1955 a sua volta ispirato da versi di Francosi Villon del 1461. Per dire che da sempre l’umanità si interroga sul tema e i poeti – maledetti, per lo più – lo raccontano in versi crudeli).

Luca Giunti

Fonte: Piemonte Parchi, Lunedì, 23 Marzo 2020,