Porti ciascuno la sua colpa. Cronache dalle guerre dei nostri tempi | Recensione di Angela Dogliotti

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Francesca Mannocchi, Porti ciascuno la sua colpa. Cronache dalle guerre dei nostri tempi, Laterza, Bari 2019

Se ci fosse ancora bisogno di conferma di quanto sia vero il celebre aforisma gandhiano, ripreso anche da M.L. King, Occhio per occhio rende il mondo cieco, basterebbe leggere questo libro (di una giovane e coraggiosa reporter  freelance e regista, Francesca Mannocchi), recentemente pubblicato da Laterza nella collana Storie di questo mondo per convincersene.

E, in effetti, proprio di brutte storie di vendetta, distruzione, odio suscitato dalla violenza e dalla guerra, provenienti da qualsiasi parte, si tratta. Ecco perché Porti ciascuno la sua colpa. Perché non ci sono i buoni, che fanno la guerra per difendere la democrazia, i diritti umani, i deboli dalle ingiustizie e dai soprusi, e i cattivi che queste violenze e soprusi compiono. Quando si scatena la violenza della guerra siamo tutti compromessi. La strategia antiterrorismo diventa l’ammazziamoli tutti… Una violenza tira l’altra, una uccisione produce una vendetta, in una catena di distruttività senza fine.

I ritratti di giovani, donne, ragazzi presenti nel libro raccontano tutti la stessa storia: di città distrutte, di violenze subite dai carnefici di prima o agite dalle vittime, dopo che lo scenario della guerra è cambiato.

L’area prevalente è quella di Mosul, delle prigioni in cui sono rinchiusi gli ex-combattenti dell’Isis, dei campi profughi che raccolgono le loro vedove e i loro figli, insieme a quelli che sono stati vittime della violenza jihadista, che si trovano lì perché hanno perso tutto.

È così che, attraverso queste storie, si dipana la Storia degli ultimi vent’anni in un territorio martoriato dalla guerra contro il terrorismo scatenata dall’occidente in risposta all’attacco alle torri gemelle per imporre nuovi equilibri geopolitici, che garantiscano il controllo delle risorse e degli interessi nazionali di società in declino e sempre più in crisi.

Di fronte alla risolutezza dei giovani miliziani, l’autrice si chiede «quali parole siamo in grado di offrire noi a questi ragazzi? Quale alternativa alla loro convinzione? Qual è l’alternativa al Califfato che proponiamo noi? E perché è meno convincente della morte in nome di Allah?» (p. 144).

E come si può pensare che crescano bambini in campi profughi come quello di Zaatari, in Giordania, dove «ci sono cinque chilometri quadrati di tende per centomila persone, rifugiati siriani che vivono lì dal 2012, nelle tende pensate come rifugi temporanei […]».

Di fronte a bambini che hanno visto i padri uccisi e che non trovano pace e pensano che l’unica giustizia è la morte «Non c’è nessuno a dire a questi bambini che la violenza non si cura con più violenza, che la solitudine del colpevole è già una punizione, nessuno che gli dica che così gli altri, le vittime, diventeranno lo strumento di un potere ingiusto che finirà per trasformare i figli dei carnefici nelle vittime di domani, e la vittima a sua volta vorrà giustizia e la giustizia sarà pagata con le armi e la vittima ha un arsenale sterminato, ha l’arma più potente, l’arma potentissima: il dolore che ha vissuto. E così sia» (p. 199).

«E mentre guardo Mosul con la fronte appoggiata al vetro della macchina, mentre di nuovo sentiamo Fairoux e stiamo zitti, mi chiedo dove siano gli uomini capaci di compassione, quelli per cui uccidere è più spaventoso che morire, diceva Rumiz, delle maschere per il massacro in Jugoslavia. Ma sono le maschere di tutti i massacri, mi dico. Forse nemmeno qui in Iraq, reggono la vittoria, conquistata al prezzo di un mattatoio […]» (p. 205).

Ci sarebbe da arrendersi all’evidenza del prevalere della malvagità umana, se non ci fossero anche nella storia, insieme alle violenze, esempi luminosi di altre vie, di rinuncia alla vendetta e di ricerca di percorsi di riconciliazione. Come l’esperienza della Commissione per la Verità e la Riconciliazione nel Sudafrica di Mandela e di Desmond Tutu. E come tanti altri casi di rifiuto dell’odio e della vendetta, anche in situazioni estreme come quelle, ad esempio, del genocidio ruandese. È questa la strada da percorrere, altrimenti «le guerre di oggi – di vittime e carnefici incapaci di guardarsi, ma uniti in un grido unico che chiede solo ascolto – stanno generando le guerre di domani» (p. 206).

Francesca Mannocchi