La giornata internazionale delle donne 2020. Uno sguardo allo Yemen | Elena Camino

Proteste contro la nave ‘delle armi’

Nel mese di febbraio 2020 il passaggio di una nave dell’Arabia Saudita – la Bahri Yanbu – che ha costeggiato le sponde dell’Europa, dall’Atlantico al Mediterraneo – ha suscitato proteste da parte di associazioni anti-militariste e/o   di alcuni gruppi di lavoratori impiegati nei porti di Bremenhaven (Germania), Antwerp (Belgio); Tilbury Docks (UK),  Cherbourg (Francia),  Genova (Italia).

Dai dati entrati in possesso di Amnesty International risulta che dal 2015, anno di inizio della guerra in Yemen, la nave Bahri Yanbu ha trasferito equipaggiamento militare e a duplice uso (militare e civile) per un valore di 360 milioni di $ dagli Stati Uniti all’Arabia Saudita, in 10 viaggi precedenti a quello in corso. Nel viaggio compiuto nel 2019 la nave ha caricato dei container di armi e equipaggiamenti militari in Belgio e in Spagna. In Francia avrebbe dovuto caricare armi per artiglieria pesante, ma la denuncia legale di una ONG lo impedì.

Alla luce di questi precedenti, quest’anno  la stessa nave, arrivata sulle coste europee proveniente da USA e Canada, è stata accolta con proteste e manifestazioni. 

I francesi hanno impedito le operazioni di carico, allarmati dall’ipotesi che venissero imbarcati dei cannoni che sarebbero stati impiegati nel conflitto civile dello Yemen. Nella tappa successiva, a Genova, era previsto non un  carico di armi, ma solo di materiali «civili». 

La situazione si è tuttavia inasprita quando si è appreso che nell’elenco dei materiali da imbarcare erano inclusi due generatori della Defense Tecnel di Roma, i cui prodotti sono talvolta utilizzati in supporto a operazioni belliche.  I camalli hanno allora indetto uno sciopero e i due generatori sono rimasti a terra. Ma al di là dell’incertezza sulla natura del materiale caricato o scaricato ad ogni sosta, da più fonti è stato sottolineato che non è consentito per legge (e sancito dalla Costituzione)  che i porti italiani accolgano navi che trasferiscono sistemi di armi e munizioni destinati a paesi in conflitto. 

11 marzo 2020: destinazione finale del carico

Dopo la tappa di Genova la Bahri Yambu ha poi proseguito il suo viaggio, ed è previsto per l’11 marzo  il suo arrivo all’approdo finale a  Jebel, negli Emirati Arabi. Qui probabilmente le armi e il materiale bellico saranno scaricati e messi a disposizione dei gruppi armati che contribuiscono,  da ormai 5 anni, ad alimentare una guerra che viene combattuta in uno dei Paesi più poveri del mondo.

Lo Yemen ha una superficie di 528.076 Km² (una volta e mezza l’Italia), e una popolazione di 29.162.000 abitanti (stime del 2019). Il 75% della popolazione vive in zone rurali.  Come si legge in un sito che presenta questo Paese[1] , tutti gli abitanti sono di religione islamica e sanno parlare arabo, ma esistono due diversi dialetti, rispettivamente nello Yemen del nord e in quello del sud, e due tradizioni religiose: sunniti e sciiti.  

Secondo l’indice di sviluppo umano lo Yemen si trova al 178° posto (su 188 paesi indicati); 44 bambini su 1000 muoiono prima di aver compiuto un anno di età (in Italia sono 3,2 su 1000). E la situazione sta peggiorando: la guerra, il clima impazzito, la recente invasione di locuste, i conflitti politici e religiosi… tutto contribuisce a rendere la situazione sempre più disperata.  

Ma perché questo Paese è travolto dalla guerra? Quali interessi si sono scatenati sul suo territorio? Giacimenti di materie prime? Petrolio? Oppure la sua posizione strategica in un’area geopolitica particolarmente complessa? O insanabili conflitti interni?

Le persone che non hanno specifiche competenze storiche o politiche non sono in grado di dare spiegazioni ragionevoli, né di prendere iniziative efficaci per migliorare la situazione. L’unica azione concreta per la società civile sembra essere quella di ostacolare sempre di più la produzione e il commercio di armi, e di impedirne il traffico lungo le rotte che toccano i nostri Paesi.  Ma forse si possono esplorare anche altre strade, cercando interlocutori diversi da quelli consueti: per esempio, le donne. 

Le donne, invisibili e senza potere

Nel sito sopra citato, che illustra le abitudini e le tradizioni yemenite, a proposito delle donne si legge: In una società conservativa per natura qual è lo Yemen, le donne volontariamente si vestono di nero in pubblico”.[2] In realtà la situazione delle donne, già difficile,  è ancora peggiorata negli ultimi anni a causa della guerra: matrimoni precoci,  pochi diritti, gravosi carichi di lavoro casalingo.  

Che cosa può significare allora per le donne yemenite la data che si è celebrato in tutto il mondo l’8 marzo, giornata internazionale delle donne?  Ebbene, un documento pubblicato pochi giorni fa[3] ci permette di capire qualcosa di più della loro vita, delle grandi sofferenze fisiche e psicologiche che sopportano, ma anche del coraggio e della determinazione con cui cercano di reagire, nonostante siano sistematicamente escluse da qualunque tavolo di discussione in cui si discutano possibili scenari di pace. Lo ha scritto Leonie Nimmo [4], coordinatrice e associata di ricerca del CEOBS, Conflict and Environment Observatory,  proponendo una lunga e dettagliata analisi della situazione delle donne – soprattutto in relazione all’approvvigionamento di acqua in questo territorio  così arido e difficile. 

Lo Yemen è uno dei paesi del mondo con maggiore scarsità di acqua: la disponibilità di acqua pro capite è circa il 2% rispetto alla media mondiale. Prima dell’escalation da conflitto locale a guerra regionale (2015), gli atti di violenza legati alla competizione per l’accesso all’acqua si sono moltiplicati.  Già nel 2014 erano segnalate circa 2.500 morti all’anno causate da conflitti sull’acqua.

Leonie Nimmo racconta che già nel 2018 un gruppo di più di 100 donne aveva pubblicato una lettera aperta indirizzata all’inviato dell’ONU in Yemen, in cui si chiedeva di riconoscere e valorizzare il ruolo delle donne nella gestione degli aiuti e nella partecipazione ai tavoli di negoziato.  Ma tale appello era stato ignorato, nonostante fosse chiaro che, da un lato, erano le donne a subire le più gravi conseguenze dei conflitti (violenze dirette, degrado sociale e culturale) e, dall’altro, che la loro posizione era cruciale nell’approvvigionamento dell’acqua, negli sforzi per la riconciliazione tra gruppi rivali, nel  soccorso prestato ai membri più indifesi delle comunità.

In particolare, come ha messo in evidenza una ricerca portata avanti dal CEOBS, i danni provocati dalla guerra alle infrastrutture idriche, l’impossibilità di provvedere ai lavori di mantenimento delle reti  di distribuzione e degli impianti fognari, hanno causato gravi conseguenze sanitarie e ambientali: l’epidemia di colera in corso è la più grave nella storia del paese, e sanno diffondendosi  pericolosamente altre malattie, come la dengue.  Le donne, che sono la parte di popolazione che maggiormente soffre di questa situazione, sono anche coloro che più di tutti sono impegnate nella distribuzione delle poche risorse disponibili e soprattutto nella messa in atto di pratiche igieniche nelle famiglie.

Dare sostegno alle donne?

Nella sua relazione Leonie Nimmo racconta le storie di numerose donne yemenite che – nonostante le grandi difficoltà – hanno svolto un ruolo essenziale, adoperandosi per costruire la pace nello Yemen, tenendo insieme le comunità e negoziando tra gruppi per una gestione corretta delle risorse idriche.  Leonie racconta, tra le altre, la storia di Muna Luqman, la fondatrice del gruppo  Food4Humanity, una organizzazione della società civile gestita da donne, e impegnata a salvare vite e alleviare le sofferenze.

Quando i conflitti armati coinvolsero le aree urbane, molti civili rimasero intrappolati nelle città senza acqua né cibo.  L’associazione guidata da Muna Luqman riuscì, attraverso la mediazione tra gruppi armati che si affrontavano nei quartieri urbani della città di Taiz, a ottenere cibo e acqua per i bambini di un orfanotrofio. Food4humanity promosse una raccolta fondi per riparare un acquedotto ad Al-Haymatain, una zona periferica di Taiz, e gestì un processo di mediazione tra i rappresentanti di 16 comunità.

Food4Humanity  ha dato vita all’iniziativa Water4Peace,  “che intende aiutare le donne e giovani ad assumere posizioni  di responsabilità per aiutare le loro comunità a uscire dalla povertà e dalla spirale dei conflitti violenti, fornendo materiale utile per la gestione delle fonti idriche, offrendo programmi di  formazione e  avviando progetti in grado di aumentare le possibilità di impiego”.

Questa e altre realtà presenti in Yemen sono di grande importanza e interesse, e offrono motivo di speranza in mezzo a un conflitto che si sta inasprendo sempre più.  Risale a 12 anni fa (31 ottobre 2000) l’approvazione della risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite su donne, pace e sicurezza, adottata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite:  tale risoluzione riafferma il ruolo cruciale delle donne nella prevenzione e risoluzione dei conflitti, nelle negoziazioni di pace, nelle azioni di peacekeeping, nelle iniziative di ricostruzione dopo le guerre. Le donne Yemenite finora sono state escluse dalla comunità internazionale, e non hanno potuto partecipare neppure ai colloqui sulla pace tenuti a Stoccolma a fine 2018: questa situazione deve essere modificata. In una intervista a CEOBS  Muna Luqman afferma: “l’appello delle donne Yemenite per la pace è profondamente sentito dalle loro comunità. Abbiamo visto che cosa hanno fatto gli uomini al nostro paese, con le loro armi. E’ tempo di rendere inclusivo il processo di pace, e sostenere le donne coraggiose che nelle zone di conflitto salvano vite, rilasciano prigionieri, si interpongono come mediatrici tra gruppi armati”. 

Sinergia di azioni globali e locali

8 marzo 2020: giornata internazionale delle donne. 11 marzo 2020: la nave Bahri Yambu arriverà a destinazione.  

Bloccare il traffico di armi lungo le nostre coste, impedirne gradualmente la costruzione, vietarne per sempre l’uso: questa è una sfida che la società civile può e deve lanciare a livello globale.  Intanto, a livello locale, può essere utile e realizzabile sostenere piccole associazioni e gruppi di donne[5] e aiutarle a far sentire la loro voce, e a mettere in atto strategie inclusive e nonviolente per superare i conflitti. 


[1] http://www.ibnulyemenarabic.com/

[2] In a society that is conservative by nature, Yemeni women willingly dress in black while in public.

[3] International Women’s Day 2020: Women, war and water in Yemen (https://ceobs.org/international-womens-day-2020-women-war-and-water-in-yemen/)

[4] https://ceobs.org/international-womens-day-2020-women-war-and-water-in-yemen/ . Leonie Nimmo is CEOBS’ Project Coordinator and Research Associate.  Deteriorating access to water during Yemen’s conflict has had a disproportionate impact on women yet they face exclusion from peace talks.

[5] Altre INFO al sito: https://www.wilpf.org/womens-rights-in-yemen-under-review/

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