5. Aparigraha. Quanto è abbastanza? | Cinzia Picchioni

Cappello

2020, o anche vénti-vènti di novità, con una nuova Serie.

No! Che avete capito? Non l’ennesima Serie televisiva, ma una sequela di articoli-riflessioni sui temi ultimamente tanto di moda: clima, riscaldamento globale, fridays for future, scioglimento dei ghiacci…

Faccio l’insegnante di yoga dal 1987, e studiando i testi ho scoperto da tempo che i Maestri dell’antica disciplina hanno parlato, scritto, vissuto da oltre duemila anni i temi di cui oggi si urla nelle piazze. Criteri per uno stile di vita più «lieve» e sostenibile per il Pianeta racchiusi in 8 «passi» – tra i quali, ovviamente, ci sono anche le posizioni e le tecniche dello yoga, ma al terzo posto; i primi 2 riguardano proprio il modo di vivere, e contengono 10 indicazioni, anche molto pratiche, su come comportarsi, su quanto accontentarsi, su perché occorra praticare anche la giustizia (oltreché la posizione del loto, altrimenti non servirà!!!).

Articolo dopo articolo le conosceremo; ecco l’ultimo yama, il quinto, aparigraha, non accumulare.

C’era una volta…
…e Greta Thunberg non era nemmeno nata
di Cinzia Picchioni

Quanto è abbastanza?

Non possedere, non accumulare più di quello che ci è realmente indispensabile, sono tutte possibili traduzioni del termine aparigraha, l’ultimo yama.

La quinta attitudine da sviluppare. La più «ecologica» di tutte. Ci invita a  «trovare soddisfazione nel punto in cui ci si trova […], ad avere di meno, o, meglio, il giusto per noi. Ma occorre essere onesti [ricordate asteya, onestà, il terzo yama? NdR] e chiedersi sinceramente quant’è il minimo per noi, davvero il minimo, e attenerci allo stretto indispensabile […], p. 23.

In tema di fridays for future «Pensiamo all’automobile: come è incomparabilmente più tranquillo […] scendere dal tram – dimenticandocene – e girare a piedi invece che andare in centro in macchina, preoccupandoci per la benzina, per il diveto di sosta (e relativa multa), il possibile furto, il ricordarci dove l’abbiamo lasciata, la possibilità che non si accenda al nostro ritorno, il rischio di perdita delle chiavi… Questo vale per ogni cosa che prendiamo, grande o piccola. Avere di meno ci permette un minore dispendio di energia e una maggiore tranquillità mentale [se, egoisticamente, non vogliamo pensare al pianeta e agli altri, NdR]. Aparigraha è inteso dunque come non accumulo, ma anche come capacità di mettere in comune con gli altri ciò che abbiamo, senza il concetto di “”mio” e “non mio”, senza […] crearsi false sicurezze accumulando cose», pp. 23-24.

Meno acquisti, meno rifiuti (compresi gli imballaggi)

Meno rifiuti, meno inceneritori (meno diossina e meno consumo di suolo coltivabile)

Meno ineceneritori ma anche meno differenziazione (che – abbiamo visto – si è trasformata in business per le mafie e la criminalità organizzata), che inquina lo stesso, presuppone macchinari, energie fossili per farle funzionare, mezzi di trasporto per muovere la merce!

Tutto è collegato.

Il pianeta è «finito», nel senso di «chiuso» (e anche s«finito», nel senso che non ne può più della nostra ingombrante e impattante presenza.

Meno COSE più COSciEnza (ecologia e non solo).

Ma poi: vogliamo davero continuare un lavoro di m…, che magari ci avvelena pure, per avere i soldi per comprare cose inutili???? In proposito leggete – con l’Introduzione di Nanni SalioConsigli contro gli acquisti, la «bibbia» della semplicità volontaria. Scoprirete quante tantissime cose non si devono comprare, quante è meglio comprare usate, quante è consigliabile affittare, farsi prestare e condividere. Perché ognuno deve avere il suo trapano? Mettiamoci insieme, facciamo una colletta e compriamone uno. Potremo così anche permettercelo di alta qualità, di lunga durata, con accessori (oltre al fatto che non ingombrerà in casa, o almeno solo una, la più grande magari?)

Trapano condiviso for future!
Auto in sharing for future!
Bike Sharing for future!
Car pooling for future!
Lavatrice «1 per tutti», come i 3 moschettieri, ma senza moschetto!

Santi (e gli altri, laici)

[Francesco d’Assisi] Un giorno mentre ascoltava la messa, udì le istruzioni date da Cristo ai suoi discepoli quando li inviò a predicare: che cioè per strada non dovevano portare né oro, né argento, né borsa, né bisaccia, né pane, né bastone, né calzature, né due tuniche (cf. Mt 10,9-10; Lc 9,3; 10,4).

Aiutato poi dallo stesso sacerdote a comprendere meglio queste consegne, colmo di gioia indicibile esclamò: «Questo è ciò che voglio è ciò che bramo realizzare con tutte le mie forze». E fissando nella memoria tutto quello che aveva udito, si impegnò a seguirlo lietamente.

Regola (non bollata) francescana

«Poi concedano loro i panni della prova, cioè due tonache senza cappuccio e il cingolo e i pantaloni e il capperone [cappuccio per la pioggia] fino al cingolo […] E quelli che hanno già promesso obbedienza, abbiano una tonaca con il cappuccio e un’altra senza, coloro che la vorranno avere. E coloro che sono costretti da necessità possano portare calzature. E tutti i frati si vestano di abiti vili che possono rattoppare con sacco e altre pezze […] Come ricompensa del lavoro per sé e per i loro frati ricevano le cose necessarie al corpo, eccetto denari o pecunia, e questo umilmente, come conviene […] a seguaci della santissima povertà.

Che i frati di niente si approprino […], né casa, né luogo, o alcuna altra cosa. E come pellegrini e forestieri in questo mondo, […] in povertà ed umiltà, vadano per l’elemosina con fiducia. Né devono vergognarsi, perché il Signore si è fatto povero per noi in questo mondo. […] Questa è, fratelli miei carissimi, l’eccellenza dell’altissima povertà, che vi costituisce eredi e re del regno dei cieli, facendovi poveri di cose e ricchi di virtù. Questa sia la vostra porzione che vi conduce alla terra dei viventi. E a questa povertà, fratelli carissimi, totalmente uniti, non vogliate aver altro sotto il cielo, per sempre, […]».

Basterebbe una passeggiata in mezzo alla natura,
fermarsi un momento ad ascoltare,
spogliarsi del superfluo
e comprendere che non occorre poi molto per vivere bene.
(Mario Rigoni Stern)

La semplicità è la necessità di distinguere sempre,
ogni giorno,
l’essenziale dal superfluo.
(Ermanno Olmi)

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