Niente è in grado di sostituire la sanità pubblica, nemmeno in Lombardia | Maria Elisa Sartor

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Questo contributo cade in un momento in cui tutte le strutture sanitarie pubbliche e private della Regione Lombardia sono chiamate al massimo impegno per cooperare nell’individuare e nel curare le persone colpite dal coronavirus. È nel quadro di questa collaborazione che dovranno essere individuate anche tutte le nuove risorse da mettere in campo, a breve e in futuro. Tuttavia non possiamo non evidenziare fin d’ora una serie di fatti e di problemi che riguardano il “Sistema sociosanitario di Regione Lombardia” e che devono essere oggetto di valutazione nelle sedi e nei tempi opportuni[i].

Innanzitutto cominciamo col dire che al 29 febbraio 2020[ii] in Lombardia le strutture di ricovero e cura in prima linea nell’emergenza coronavirus sono tutte pubbliche: Ospedale di Codogno (LO), Ospedale di Casalpusterlengo (LO), Ospedale di Lodi (LO), Ospedale di Crema (CR), Ospedale di Cremona (CR), Ospedale Sacco (MI), Ospedale Niguarda (MI), Ospedale San Paolo (MI), IRCCS Policlinico Ca’ Granda (MI), IRCCS San Matteo (PV), Ospedale San Gerardo di Monza (MB), Spedali civili (BS), Ospedale S. Anna (CO), Ospedale Papa Giovanni XXIII (BG), Ospedale Carlo Poma (MN) [iii].

Gli ospedali appena citati sono i presidi ospedalieri o gli ospedali delle ASST Aziende socio sanitarie territoriali – una sorta di organizzazione più ospedaliera che territoriale che ridefinisce e aggrega in genere ex aziende ospedaliere, e che svolge alcune funzioni di servizio che in precedenza erano delle ex ASL lombarde. Le ASST sono articolate in POT Presidi ospedalieri territoriali e in PRESST Presidi sociosanitari territoriali, le unità organizzative territoriali anche a partecipazione privata previste dalla legge regionale. In teoria le ASST dovrebbero coordinare, ma sarebbe più corretto dire che tentano, non sempre con successo, di coordinarsi con i servizi erogati dai privati del loro territorio, facenti parte di quella che con una delibera del 2016 veniva denominata Rete integrata di continuità clinico assistenziale (R.I.C.C.A.). Fra le strutture di ricovero e cura pubbliche in prima linea nell’emergenza coronavirus fino alla fine di febbraio 2020 si contano 11 ASST sulle 27 totali e 2 IRCCS pubblici (Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, uno a Milano e uno a Pavia) sui 4 IRCCS pubblici della regione[iv].

L’informazione circa la “natura pubblica” delle strutture in prima linea nell’identificazione e nella cura dei contagiati dal coronavirus è quindi la prima notizia rilevante su cui soffermarsi.  È stata ricavata dall’elaborazione delle frammentarie informazioni circolanti, in quanto non è stata esplicitamente fornita dai media, almeno fino alla fine del mese di febbraio. La seconda notizia, dedotta specularmente dalla prima, è l’assenza sostanziale nell’emergenza in Lombardia, e nel periodo considerato, di un ruolo rilevante della sanità privata. Una vacanza che si constata essersi prolungata fino ai primissimi giorni di marzo (il 2 marzo, per la precisione).

Queste sono notizie di particolare importanza perché ci troviamo nella regione che ha fatto della cosiddetta “partecipazione paritaria della sanità privata al servizio sanitario della Lombardia (SSL)” il punto di forza e l’elemento distintivo del suo modello.

Qualcuno non si sarà sorpreso nel constatare questi fatti incontrovertibili, forse perché aveva già da tempo presupposto che le affermazioni di principio dei governi della Lombardia sul ruolo paritario del privato rispetto al ruolo del pubblico non potessero corrispondere alla realtà. Ma altri, che vi hanno da sempre creduto, si sarebbero dovuti per la prima volta – proprio in questi giorni – legittimamente porre la seguente domanda: che ne è del ruolo “paritario” delle strutture private accreditate della sanità nell’emergenza del coronavirus in Lombardia?

Richiamiamo a questo punto sinteticamente il percorso delle riforme sanitarie nazionali e lombarde perché pensiamo possa aiutare a spiegare con compiutezza i fatti di oggi.

Prima della riforma sanitaria di Formigoni del 1997, il Servizio sanitario di questa regione, come tutti gli altri in Italia, si articolava in strutture locali organizzate in distretti (in USSL, inizialmente su base comunale, poi, ridimensionate nel numero e divenute, nei primi anni ’90, ASL). Strutture che svolgevano direttamente al proprio interno, attraverso le proprie unità organizzative (uffici amministrativi, unità di prevenzione, presidi ospedalieri, ambulatori, consultori, ecc.) le funzioni di prevenzione, programmazione, erogazione diretta dei servizi e di controllo delle attività svolte. Si trattava di un governo diretto della sanità in tutti i suoi aspetti (che in Lombardia si estendeva anche al socio-assistenziale), con un sistema organizzativo regionale che presentava una struttura di tipo modulare (che si ripeteva cioè secondo lo stesso modulo nelle diverse aree), una gestione strategica regionale unitaria, riconducibile ad una linea di comando definita, che rispondeva, per lo più con efficacia, alle esigenze immediate e di medio-lungo periodo dei territori, attraverso l’integrazione delle funzioni di prevenzione, programmazione, erogazione e controllo su una base locale[v].

La prima svolta nella configurazione del SSN, che ha prodotto un significativo cambiamento, si è avuta in ambito nazionale nei primi anni ’90, con la cosiddetta controriforma sanitaria. Quelle che poi saranno identificate come le principali precondizioni della privatizzazione del SSN in generale e dei SSR sono state introdotte già da allora: 1) aziendalizzazione: metodi e strumenti manageriali tipici delle aziende profit venivano applicati alle strutture pubbliche; 2) regionalizzazione:  misure che consentivano libertà di definizione delle politiche sanitarie a livello regionale e facilitavano quindi il differenziarsi delle finalità e delle politiche nelle diverse parti del paese (quindi il frazionamento del SSN e il decentramento legislativo, non solo amministrativo, avrebbero di fatto offerto la possibilità anche di eventuali sperimentazioni creative riferite ai processi di privatizzazione;  3) a metà degli anni Novanta, introduzione di un nuovo sistema di pagamento dei servizi sanitari attraverso la definizione a livello regionale di tariffe per le singole prestazioni sanitarie (sistema di retribuzione che offriva ai nuovi potenziali entranti privati nel SSR- per riferirsi alla sola componente privata del Servizio sanitario regionale – la possibilità di commisurare l’entità potenziale del business, consentendo loro anche di stimare i compensi futuri). 

Su questa base normativa nazionale, nel 1997, la Lombardia dà una sterzata decisa verso un modello pensato per facilitare il più possibile l’entrata dei privati nel SSR. Il modello da cui il governo della Lombardia trae ispirazione è la riforma britannica di qualche anno prima, che introduceva i quasi-mercati nella sanità di quel paese, cambiando consistentemente il modello Beveridge originario (1948).  Il governo di Formigoni, al pari dei governi conservatori oltremanica, sceglie anche in Lombardia di separare le funzioni che prima erano integrate, in modo che la funzione di erogazione potesse essere contesa dal privato e affidata sempre più ad esso.  La Regione, a partire da quel momento, programma – ma lo fa sempre meno nelle modalità della pianificazione, storicamente intese – e soprattutto fa da committente e quindi compra servizi dai soggetti erogatori, sia dalle strutture pubbliche del SSR (che diventano nella pratica “aziende” gestite via via in modo sempre più manageriale, e impropriamente, in modo contraddittorio, definite “autonome” dalla normativa) sia dai soggetti privati, che entrano nel quasi-mercato della sanità con orientamenti profit e una certa vis concorrenziale. In un primo momento, fra il 1997 e i primi anni del 2000, la Regione tralascia di accreditare i suoi fornitori in ambito sanitario, estendendo le convenzioni preesistenti e consentendo la fornitura dei servizi del SSR a strutture private che si auto-valutavano come idonee e che, per un certo lasso di tempo, di fatto non verranno controllate.

Ma non basta. Per far sì che questa riforma radicale in senso privatistico del modello organizzativo sanitario lombardo venisse accolta e approvata con il massimo del consenso della opinione pubblica, si è fatto ricorso a concettualizzazioni teoriche che legittimassero questa scelta, supportati da un’elaborazione accademica di pari orientamento ideologico. Le parole chiave maggiormente utilizzate nel corso dei decenni dal governo di centro destra per consentire al processo di privatizzazione di svilupparsi sono state: “sussidiarietà” (nella versione orizzontale), e – venendo al punto che più ci interessa qui, con riferimento alle strutture di erogazione sia pubbliche sia private – “pariteticità” di partecipazione al SSR e “parità” delle condizioni nella fornitura dei servizi sanitari.

La condizione di sostanziale parità degli erogatori pubblici e privati di servizi sanitari, accreditati e a contratto, secondo la Regione, andava considerata sotto diversi profili:

1) parità di diritti: l’autonomia organizzativa, gestionale, amministrativa, tecnica delle strutture pubbliche, affermata dalla normativa, voleva corrispondere all’autonomia dal soggetto pubblico, naturalmente esistente per le strutture di natura privata. Ma se questa caratteristica risulta presente ed evidente per quanto riguarda il privato, nel caso del pubblico, l’autonomia – pur supposta e richiamata dalle delibere – è sempre stata solo apparente, e non poteva che essere così in un SSN dai caratteri pubblicistici, in particolare se la nomina dei direttori generali delle aziende pubbliche derivava da scelte politiche dell’Ente Regione. Anche da parte dei rapporti OASI della Bocconi in Lombardia si è constatata l’esistenza di una sorta di neocentralismo su base regionale, che non poteva lasciare molta autonomia alle strutture pubbliche facenti parte del sistema. Ossia, in Lombardia, mentre si combatteva il centralismo statalista, si realizzava un centralismo regionalista.

 2) parità di doveri delle strutture. Anche questo profilo di parità  non può essere confermato: la committenza pubblica dei servizi vale sì sia per l’erogatore pubblico che per il privato, ma è più cogente per il soggetto pubblico, che deve garantire una gamma di funzioni e di servizi molto più estesa, anche se questo volume di attività corrisponde a volumi di ricompense per prestazioni mediamente unitariamente meno cospicui, perché il privato sceglie quali servizi intende offrire, e normalmente sono quelli che costano unitariamente di più al SSR; le strutture pubbliche poi devono sottoporre all’approvazione della Regione le loro decisioni strategiche, organizzative e di bilancio, che non sempre vengono approvate. Il che dimostra anche la non pari autonomia di gestione rispetto alle strutture della sanità private. Per la gestione delle strutture serve disporre dei fattori produttivi (risorse finanziare, risorse di personale, risorse tecnologiche, che non sempre sono a disposizione delle strutture pubbliche, in quanto il loro livello dipende dalle scelte delle istituzioni regionali e nazionali.

3) parità di trattamento da parte della Regione: modalità di pagamento, interazioni, formalizzazione del rapporto tramite la negoziazione e il contratto fra committente pubblico ed erogatori privati e pubblici non sono gli stessi (schemi contrattuali uguali non comportano un pari trattamento contrattuale). Si riscontrano notevoli differenze nella realtà fra i trattamenti rivolti al settore pubblico rispetto al settore privato, a detta degli operatori. Un’area di differenziazione del trattamento riguarda le pratiche di accreditamento e di controllo.

4) pari orientamento valoriale. La meno dimostrabile di tutte, e forse la più evocata, è la supposta sostanziale parità di orientamento valoriale o della finalità ultima fra i due soggetti pubblico e privato: l’utilità pubblica, affermazione che nega la fondamentale rilevanza del profitto per la sanità privata, anche nelle vesti di fornitore del SSL. 

5) pari dignità dei soggetti pubblici e privati[vi], un modo per dire che al soggetto pubblico non dovrebbe mai essere assegnato – in automatico – un ruolo sovraordinato nei confronti del privato, senza verificare cosa è in grado di fare il soggetto privato.

Le teorie della parità pubblico e privato, che fanno ritenere coincidenti di fatto i due tipi di soggetti, perché quindi non dovrebbero farci naturalmente presupporre anche una pari disponibilità dei due soggetti a farsi carico delle emergenze sanitarie?

Ma questo SSR della Lombardia è davvero paritario? Da quanto detto in precedenza, pare proprio di no. Alla prova della prima emergenza, dovuta ad una minaccia epidemica, la realtà sembra smascherare del tutto l’ideologia. Soprattutto oggi le teorie appena richiamate risultano prive di ogni fondamento. E quindi lo sono anche le domande che ne vengono stimolate. Ma dove stanno i soggetti erogatori privati? Gli innumerevoli IRCCS privati e le strutture di ricovero di eccellenza private? In quale modo gli erogatori privati hanno contribuito fino ad oggi alla soluzione dell’emergenza coronavirus?

Ma ci sono altre importanti considerazioni da fare. Qui vengono in evidenza le contraddizioni di un modello di servizio sanitario regionale misto pubblico – privato, affiancato da un mercato diretto solo privato, retti sia quello interno al SSL sia quello diretto, dagli stessi operatori privati, che sono i fornitori del Servizio sanitario regionale e del libero mercato.

Uno dei due soggetti non risponde subito. Il che corrisponde a dire che la sua disponibilità è incerta ed è quindi da richiedere. La presenza di una disponibilità è sempre quindi da verificare. E il SSR deve sottostare – di conseguenza – alla volontà dei soggetti privati. La disponibilità poi ad offrire servizi extra-contratto, costa ancora di più al SSR; si hanno quindi costi elevati di transazione: risorse di tempo spese nella negoziazione e risorse finanziarie aggiuntive per il carico straordinario del servizio richiesto. 

Insomma il modello del “Sistema sanitario di Regione Lombardia”, come viene denominato nella normativa regionale per sottolineare la sua diversità rispetto a qualsivoglia altro Servizio Sanitario regionale del nostro SSN, mostra una certa rigidità, lentezza di risposta, ed è più costoso.  

Proviamo ora a considerare il probabile punto di vista dell’erogatore privato, il grande gruppo della sanità privata.  Innanzitutto ricordiamo che non si è reso disponibile fin da subito, dall’inizio della crisi. Come si spiega questo fatto? Primo, ciò che fa la sanità privata per il SSL è formalizzato in un contratto e in un budget di fornitura. E questo di per sé significa dover riconsiderare da parte dei due contraenti Regione e strutture della sanità privata, gruppo per gruppo, struttura per struttura, gli accordi già stabiliti. La sanità privata è un interlocutore che non si mette al servizio spontaneamente, ma contratta sempre le condizioni del suo servizio, naturalmente quanto più possibile a suo favore.

Ma un altro aspetto è che la sanità privata si sta trovando di fronte al fatto che la partecipazione all’emergenza sanitaria finisce per generare ed enfatizzare una delle più grandi contraddizioni del modello appena descritto. Contrappone tipi diversi di beneficiari. Il cittadino/paziente colpito dal coronavirus vs il cliente pagante. I due beneficiari del servizio sono su fronti opposti.  L’ospedale privato, fornitore del SSR e player sul mercato libero, perché autorizzato a esserlo dalla istituzione pubblica (Direzione generale del welfare della Regione Lombardia e sue articolazioni organizzative), quale fra i due beneficiari citati dovrebbe principalmente servire?  il cittadino paziente del SSR contagiato o i propri clienti paganti, che proprio perché pagano di tasca loro, o attraverso i loro intermediari (assicurazioni, mutue, ecc.), non intendono correre rischi ulteriori? con ogni probabilità non può fare congiuntamente l’uno e l’altro senza pregiudicarsi una anche quota del suo mercato, principalmente quello diretto (quello al di fuori dal SSN). In altre parole, se partecipasse all’emergenza correrebbe il rischio di perdere la sua clientela privata.  È per questo, e non solo quindi per motivi strettamente medico-clinici, che la collaborazione che si prospetterà per risolvere l’emergenza del coronavirus avverrà probabilmente in modalità tali da non mescolare i due ambiti del servizio nei confronti delle due diverse classi di pazienti.

Ecco un’altra evidente differenziazione fra pubblico e privato che è esplicativa di un impedimento di fondo dato dal modello.

Il modello della separazione delle funzioni alla base della privatizzazione spinta del SSR, con il suo corollario della supposta – ma non dimostrata – parità fra erogatore pubblico e privato, mette la Lombardia nelle condizioni di operare pienamente utilizzando ogni sua componente, pubblica o privata che sia? no.

Le ricadute in termini di gestione del SSL Lombardo sembrano essere quelle di un non funzionamento pieno del modello, in certi casi. Soprattutto nelle emergenze di salute pubblica, ovvero durante eventi straordinari che riguardano tutti noi cittadini. E questo, nonostante le aspettative della opinione pubblica. Il cittadino lombardo “vede” infatti il privato (accreditato e a contratto) come fosse davvero “pari” al pubblico – e quindi parimenti coinvolto per principio e nella realtà nella sanità istituzionale regionale – anche perché è così che le istituzioni lo descrivono sui media (va citata come emblematica la dichiarazione, all’interno di un programma televisivo di informazione del 1 marzo sulla Rete 4, pronunciata da un viceministro che lavora per il principale gruppo economico italiano della sanità privata: “La sanità privata (intendeva quella accreditata e a contratto, ndr) è il SSN.” Ma è proprio così? Se fosse davvero così, perché il governatore della regione Lombardia (lo stesso 1 marzo) ringrazia la sanità privata e le sue strutture per essere “entrate” con la loro disponibilità nel “nostro” sistema? (Dire, Roma, 18:15 01 03 20)[vii]

Faccio inoltre notare che si tratta di una disponibilità tardiva (un certo lasso di tempo dopo l’avvio della emergenza da coronavirus), limitata e probabilmente molto ben compensata con risorse pubbliche.

D’altra parte, la “sanità privata” si autocelebra in tutti i modi invece come “settore privato”, in quanto è proprio quella privata in realtà la sua natura, ed è quella anche la sua prospettiva di espansione per quanto riguarda il business. Tanto è vero che si occupa molto e bene del suo marketing strategico.

L’emergenza del coronavirus è una cartina di tornasole. Ma, se si va un po’ oltre potremmo anche ammettere che ci sono altre considerazioni che ci fanno esprimere preoccupazione dal punto di vista del paziente cittadino. Quanto ci rassicura la consistente presenza della sanità privata di fronte ad iniziative che per la loro criticità e gravità devono essere imposte da una istituzione pubblica agli erogatori e che richiedono, da parte del management e del personale sanitario, una abnegazione e una forte motivazione deontologica più che un orientamento al profitto o, per quanto riguarda il personale, una motivazione circoscritta ad interessi personali, economici o di altro tipo?

La garanzia della salute pubblica sembra venire da una sanità pubblica finanziata, integrata, ben organizzata e controllata, insomma ben governata. Esattamente la politica sanitaria opposta a quella realizzata nel corso degli ultimi decenni, basata sulla “governance”, cioè su un governo e un controllo laschi sugli aspetti maggiormente critici del sistema. Serve allora un altro modello organizzativo: molto integrato.

Va decisamente invertita la rotta del SSR della Lombardia.


Maria Elisa Sartor è professore a contratto, Dipartimento di Scienze Cliniche e di Comunità, Università degli Studi di Milano. Ha curato e tradotto dall’inglese il libro di Jacky Davis e Raymond Tallis, “SOS SSN dall’Inghilterra. Come il Servizio Sanitario nazionale inglese è stato tradito e come si è deciso di salvarlo” (Jago edizioni 2017)


[i] Uno delle prime possibili sedi di confronto potrebbe essere quella della valutazione congiunta Ministero della Sanità e Regione Lombardia dell’impianto della riforma sanitaria del 2015 (vedi Legge regionale n. 23/2015, art. 1 bis), prevista a 3 e a 5 anni dalla riforma stessa. Quindi da fare nel corso del 2020.

[ii] A 8 giorni da quando sono emersi i primi ricoveri per coronavirus in Lombardia.

[iii] Queste le strutture di ricovero e cura in prima linea. L’Ospedale di Codogno (LO) in zona rossa è stato l’epicentro del focolaio ed ora è chiuso.  È il pronto soccorso a cui si è rivolto il paziente 1.  Si tratta di un presidio della Azienda sociosanitaria territoriale di Lodi (ASST) il cui ospedale capofila è a Lodi. Ospedale maggiore di Lodi (LO), in zona gialla, che rientra nel territorio della Agenzia di tutela della salute (ATS) di Milano Città metropolitana. Il territorio metropolitano della ATS comprende sia le ex province di Milano e di Lodi, e in esso rientrano sia zone rosse sia zone gialle. Della stessa ASST di Lodi fanno parte anche gli ospedali pubblici di Casalpusterlengo (zona rossa) e di Santangelo lodigiano (LO) in zona gialla (quest’ultimo in fase di depotenziamento, non ha un reparto di infettivologia in grado di accogliere le emergenze). Due dei quattro ospedali della ASST di Lodi sono quindi collocati nella zona rossa. Altra informazione significativa, il territorio della ex provincia di Lodi, che è parte della città metropolitana di Milano, è servito solo da presidi ospedalieri e pronti soccorso pubblici. Ospedale di Crema (CR) in zona gialla o Azienda sociosanitaria territoriale Ospedale Maggiore di Crema, della AST della Val Padana.  Ospedale di Cremona (CR) in zona gialla della Azienda sanitaria territoriale di Cremona appartiene al territorio della ATS della Val Padana, è l’ospedale di riferimento per la zona rossa del lodigiano dove sono stati ricoverati, fin dai primi giorni, un numero crescente di contagiati.  Ora è totalmente impegnato e non ha più alcuna capacità di ricovero. Il Sacco (MI) in zona gialla, uno dei 4 presidi ospedalieri della Azienda sociosanitaria territoriale Fatebenefratelli Sacco Buzzi (e Melloni), ASST costituita dalle tre rispettive ex aziende ospedaliere citate, allocata all’interno del territorio della ATS di Milano Città metropolitana; il Sacco dispone di un centro specializzato per le malattie infettive e di un laboratorio che sta anche processando una grande quantità di tamponi. Ospedale Niguarda (MI) in zona gialla, corrisponde alla ASST Grande ospedale metropolitano Niguarda, della ATS della Città metropolitana. Ospedale San Paolo (MI) in zona gialla, corrisponde alla ASST Santi Paolo e Carlo, della ATS della Città metropolitana. IRCCS Policlinico Ca’ Granda (MI) in zona gialla, Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico, costituito in fondazione, nel territorio della ATS di Milano città metropolitana.Ha un reparto di malattie infettive, ma non contempla i ricoveri.Il San Matteo (PV) in zona gialla, un IRCCS pubblico, costituito in fondazione che opera all’interno del territorio della ATS di Pavia. Il san Gerardo di Monza (MB) in zona gialla, un’Azienda sociosanitaria territoriale ASST della ATS della Brianza Gli Spedali civili (BS) in zona gialla, il principale presidio pubblico della ATS di Brescia. Il Sant’Anna (CO) in zona gialla, corrispondente alla ASST Lariana, della ATS Insubria. L’ospedale Papa Giovanni XXIII (BG) in zona gialla della ASST Papa Giovanni XIII nel territorio della ATS di Bergamo. Ospedale Carlo Poma (MN), in zona gialla, della ASST di Mantova nel territorio della ATS della Val Padana. Queste sono le strutture di cui ci è stata data notizia ufficiale (29 febbraio 2020).

[iv] Le ATS nel territorio delle quali lavorano gli ospedali pubblici in prima linea sono 7 sulle 8 totali: ATS della Città metropolitana di Milano, ATS della Val padana, ATS della Brianza, ATS di Pavia, ATS di Brescia, ATS della Insubria. Nell’elenco manca l’ATS della Montagna. Si tratta di strutture che in altre regioni potrebbero essere associate alle ASL, in quanto delle ASL svolgono le funzioni di prevenzione medica e veterinaria, le funzioni di convenzione e organizzazione della medicina di base e delle farmacie e, oltre a ciò, svolgono in buona parte le funzioni connesse all’autorizzazione all’esercizio e  all’accreditamento delle strutture sanitarie,  e le funzioni di committenza dei servizi da acquistare presso gli erogatori pubblici e privati a contratto con il SSR, di negoziazione delle condizioni del contratto, e di controllo sia della permanenza nel tempo dei requisiti autorizzativi e di accreditamento sia di controllo del regolare svolgimento delle attività delle strutture a contratto, quindi parte del SSR.

[v] Se le strutture locali del SSN, ovvero le ASL, svolgono tutte le funzioni citate al loro interno in modo integrato, vengono denominate “ASL a modello integrato”.

[vi] Questa locuzione è apparsa in un saggio riferito alle politiche della sanità lombarde ed è di un autore noto per essere un sostenitore attivo del modello lombardo della sanità.

[vii] Il testo completo della dichiarazione del Presidente Fontana del 1 marzo è il seguente: “Ringrazio il settore privato che ha dichiarato la volontà di collaborare in maniera fattiva. Già da domani 14 medici entreranno nel nostro sistema per collaborare”.