La rivoluzione democratica del Sudan: come l’han fatta | Stephen Zunes

Le condizioni sotto l‘oppressivo regime autocratico del Sudan non corrispondevano a quelle considerate giuste dagli analisti occidentali per uno riuscito movimento di resistenza civile pro-democrazia, eppure sono risultate vittoriose—almeno per ora. Tra l’altro, il suo successo indica forse il singolo fattore determinante: la disciplina nonviolenta.

Quando la storia turbolenta e sovente tragica dello scorso decennio in Medio Oriente e Nord Africa sia scritta, la rivoluzione pro-democrazia del 2019 in Sudan sarà probabilmente considerata uno dei pochi punti luminosi. Una delle dittature più brutali del mondo—al potere da oltre 30 anni—fu rovesciata in una massiccia insurrezione civile nonviolenta che coinvolse milioni di sudanesi, e insediata un’amministrazione civile tecnocratica liberale. Resta da vedere se il governo democratico civile sopravvivrà alle gravi sfide che il paese ha di fronte, ma per ora una domanda chiave è: come hanno fatto?

Il Sudan non corrispondeva alle condizioni che per alcuni analisti occidentali ci vogliono per un movimento di resistenza civile pro-democrazia riuscito. Si pensava che il regime fosse troppo oppressivo, troppo asserragliato, e di troppo successo nelle sue tattiche divide et impera della grande ed etnicamente eterogenea nazione. Il suo dominio islamista reazionario privava d’influenza le donne. La società civile era stata decimata sotto it re decenni di governo militare e i sudanesi erano considerati troppo impoveriti, poco istruiti, e isolati. Oltre cinque milioni dei più brillanti, istruiti, e più ambiziosi leader potenziali del paese erano emigrati. Le ricche monarchie del Golfo aiutavano a sorreggere il regime militare. E gran parte dell’Occidente aveva più o meno depennato il Sudan come caso disperato.

Omar al Bashir nel 2009. Di U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist 2nd Class Jesse B. Awalt/Released)

Ciononostante, a partire dal dicembre 2018 è emerso un movimento che infine ha portato milioni di sudanesi in strada; e non più tardi che nell’aprile 2019 il generale Omar al-Bashir fu rovesciato da commilitoni. Le proteste continuarono e, nonostante centinaia di morti in più, in agosto i militari si dimisero a favore di un governo transitorio a guida civile.

Le ragioni del loro successo sembrano fra l’altro le seguenti:

C’erano precedenti: ben prima delle Primavere Arabe, delle rivoluzioni est-europee e altre insurrezioni democratiche popolari che attirarono l’attenzione del mondo, i sudanesi avevano rovesciato dittature nel 1964 e nel 1985 con massicce campagne di resistenza civile.

Un vantaggio fu che alcune componenti principali dell’apparato repressive del regime—polizia, intelligence, militari e forze speciali—erano divise, e l’opposizione fece un gran lavoro nell’ esacerbare quelle divisioni utilizzandole a vantaggio del movimento. Un altro fattore fu che l’Unione Africana e gli europei erano a fianco del movimento, grazie in part e a sforzi della comunità in esilio e di altri nel mobilitare il loro sostegno. Un fattore fu ancora che gli uomini d’affari, anche quelli che avevano sostenuto il partito al potere, si resero conto che per amore dell’economia e quindi del proprio interesse dovevano por fine al proprio sostegno al dominio militare e sostenere invece una  governance democratica.

Il regime sudanese era inoltre semplicemente incompetente. L’economia era al caos. Istruzione, trasporti, sanità, agricoltura e altre infrastrutture basilari si erano alquanto deteriorate durante i suoi tre decenni al potere. Il regime aveva perso il terzo meridionale del paese insieme alla gran parte delle riserve di petrolio allorché il Sud Sudan divenne indipendente nel 2011. Le sanzioni Internazionali contribuirono con la corruzione e la mala gestione croniche a indebolire l’economia di una nazione già impoverita. Pur con la sua brutalità, lo stato era debole sotto vari aspetti. I giovani sudanesi ne avevano avuto abbastanza; sentivano di non avere un futuro e non avevano altro da perdere.

Più importante fu quel che accadde sul terreno. Un fattore critico era la portata e la scala del movimento. A differenza di alcune insurrezioni civili—che furono quasi esclusivamente nella capitale per lo più col sostegno del ceto medio—la rivoluzione sudanese ebbe luogo in tutto il paese, in tutte le varie regioni, con varia partecipazione di classe e etnica. Le associazioni professionali giocarono un ruolo chiave di guida, ma anche i comitati di resistenza popolare furono attivi financo nei quartieri più poveri. Effettivamente, la capacità di costruire una coalizione così ampia fu vitalmente important, data la dimensione e la complessità del paese.

Per decenni, il regime cercò di dividere i sudanesi secondo nord e sud, arabi e non-arabi, musulmani e non. I dimostranti pro-democrazia hanno riconosciuto che l’unità nazionale era criticamente importante e hanno consapevolmente resistito ai tentativi di divide-et-impera.

Per esempio, benché storicamente nella parte del Sudan a dominanza araba, la grande Khartoum è un’area urbana multi-etnica, in quanto i fuggiaschi dalla violenza e dalla povertà delle minoranze regionali sono migrati nella zona della capitale. Quando iniziarono le proteste, il regime tentò di incolpare dell’insurrezione i Fur, popolazione indigena del Darfur soggetta a una campagna genocidaria da parte del regime. In risposta, i dimostranti prevalentemente arabi ma multi-etnici cominciarono a intonare “Siamo tutti Darfur!” Per solidarietà, i manifestanti ad Al Fashir, capoluogo del Darfur, cominciarono a intonare “Siamo tutti Khartoum!”

Correlata a tale varietà è stata la forte partecipazione e leadership di donne, che non solo servì ad aumentare il numero dei dimostranti, ma fornì una prospettiva che incoraggiava la disciplina non-violenta, un processo democratico, una maggiore credibilità, e una migliore percezione popolare del movimento e dei suoi obiettivi. Col governo di al-Bashir, le donne erano state gravemente represse in termini di codice d’abbigliamento, d’impiego, e anche di capacità di uscire di casa senza accompagnamento di un parente stretto maschio. Un tema frequente illustrato in murales, cartelli e altrimenti durante la rivoluzione coinvolse la Kandaka, una dinastia matrilineare di potenti regine del primo millennio a.C., che serviva da ispirazione per le donne e da monito che l’interpretazione ultra-conservatrice dell’islam, pesantemente limitativa dei loro diritti, non era/è inerente alla storia o cultura sudanese.

Forse il singolo fattore più importante è stata la disciplina nonviolenta. Restare nonviolenti pur con enormi provocazioni rese difficile al regime dipingere il movimento in una luce negativa. La non-violenza ha conquistato la simpatia del movimento, che avrebbe se no perso con tattiche violente, e reso possibile sentirsi più a proprio agio nell’unirsi alle dimostrazioni, aumentandone quindi il numero.

L’opposizione sottolineò l’importanza di mantenere una disciplina nonviolenta non per un impegno morale alla nonviolenza per sé, bensì per la convinzione che fosse tatticamente e strategicamente il modo migliore per poter vincere. Se fossero ricorsi alla violenza, il regime ne avrebbe sempre avuto un vantaggio. Scegliendo quel che risultava essere un diverso sistema d’arma—proteste pacifiche, sit-in, scioperi, e altro ancora—non si era in grado di presentare i dimostranti come terroristi che avrebbero recato violenza e caos.

L’opposizione sudanese aveva in precedenza ingaggiato lotte violente. Un movimento di guerriglia armata iniziò nel 1993, partendo da basi in Eritrea, ma non arrivò mai lontano, non riuscendo e provocare un’insurrezione popolare più diffusa; la ribellione terminò formalmente nel 2005. Analogamente, la repressione contro l’insurrezione civile del 2013 risultò in una reazione combattiva da parte di molti e fu sgominata in una questione di giorni dopo ventine di morti civili.

Riconoscendo che sia la lotta armata sia i tumulti facevano il gioco del regime, l’opposizione riconobbe che la disciplina nonviolenta era critica.

Importante fu anche che il movimento pro-democrazia non si fermò quando al-Bashir fu spinto da parte dai militari in aprile. A differenza dall’Egitto, dove l’opposizione ingenuamente si fidò dei militari, i sudanesi esigettero che si dimettessero e facessero spazio a una leadership civile. Un risultato fu il massacro del 3 giugno [2019], con ben oltre 100 morti. Ma questo parve rendere ben presente ai militari che avrebbero dovuto ricorrere a una violenza massiccia per reprimere la ribellione, il che li avrebbe ulteriormente screditati e posti in una situazione ancor meno gestibile.

Il nuovo premier del Sudan, Abdalla Hamdok

C’è ancora molto da fare per consolidare la democrazia e un governo civile in Sudan: benché i civili dominino il governo di transizione, i militari e altri elementi della vecchia guardia fanno tuttora parte del sistema.

Tuttavia il rovesciamento di al-Bashir e dei suoi sostenitori militari è pur sempre una conquista sbalorditiva. Che dimostra che, qualunque siano gli ostacoli strutturali, un valido pensiero strategico e la tenacia da parte di un movimento popolare d’opposizione può in definitiva vincere. Ciò dovrebbe essere una lezione per coloro che lottano per una maggiore libertà politica e giustizia sociale nel Medio Oriente, ampiamente inteso. Effettivamente, se un’insurrezione civile democratica disarmata può riuscire in un paese come il Sudan, può riuscire quasi ovunque.


26.02.20 – Inside Arabia

Titolo originale:

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.