La fotografia ritrovata | Marco Labbate

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Nella Montefiori era nata ad Ancona il 1 settembre 1905 da Gino ed Elisa. Fino alla promulgazione delle leggi antiebraiche, quando viene allontanata dalla scuola, era stata una maestra elementare nella città marchigiana. Come molti altri ebrei anconetani impossibilitati a svolgere la loro professione si trasferisce a Roma. Spostarsi nelle comunità più grandi dava maggiori garanzie di riuscire a tirare avanti, per chi aveva perduto il lavoro in seguito alla persecuzione fascista. Lì la raggiunge il terribile 1943, quando i tedeschi occupano Roma. Il 16 ottobre il comando militare nazista ordina il rastrellamento del ghetto. La caccia agli ebrei viene data casa per casa in tutta la città. Quella mattina Nella è in strada assieme a sua sorella Ada. Le due sorelle sentono arrivare una camionetta di tedeschi alle loro spalle e scappano istintivamente in direzioni diverse, separandosi. Ada, entrando in un portone aperto, si salva. Nella va nella direzione opposta e viene arrestata in via Cola di Rienzo. La portano al Collegio militare di via della Lungara e il 18 ottobre viene caricata su uno dei carri merci al binario numero uno della Stazione Tiburtina. Nella Montefiori è una dei 1.021 deportati. Il treno arriva alla sua destinazione cinque giorni dopo. Nella fa parte del gruppo delle donne mandate subito alle camere a gas. Aveva compiuto da poco 38 anni.

L’anno scorso è stata posta una pietra di inciampo davanti alla casa dove ha abitato a Roma. Quest’anno, a gennaio, ne è stata incastonata una seconda nel tessuto urbano di Ancona, nell’ultima sua residenza marchigiana, almeno secondo i dati conservati dall’anagrafe. Assieme ad altre organizzazioni coordinate dal Consiglio regionale delle Marche ho curato la posa di questa e di altre otto pietre d’inciampo nella provincia di Ancona. Di Nella ci è rimasto pochissimo. Ciò che resta della sua storia lo si deve soprattutto alla nipote Anna Padovani, che ne ha recuperato e custodito la memoria. Di Nella non conoscevamo nemmeno il volto. Anna ha cercato in tutti i modi un suo ritratto, ma alla devastazione dell’occupazione nazista nessuna foto era sopravvissuta.

Tutto questo fino a una settimana fa. Francesca, una cittadina di Ancona, ha letto la notizia della posa della pietra di Nella Montefiori e l’ha comunicata alla madre, Maria. La zia era un’intima amica di Nella e Ada. E Maria aveva conservato alcune foto di quell’amicizia, persino delle lettere scritte da Ada. Tra questi ricordi è riemerso il volto di Nella.

Ora questo racconto può apparire una piccola cosa. Ma racchiude una traccia preziosa, che va custodita. Trovo commovente questa restituzione di un volto a una vita straziata. Non è un riportare in vita, ma è comunque uno strappare alla morte. Contiene una premura, una delicatezza che ci aiuta a vivere una quotidianità di uomini e donne non indifferenti, non rassegnati. Non c’è nulla di grandioso ma è questa la sua bellezza: tessuta da una catena di gesti minuti, da una cura che ha attraversato il tempo e le generazioni. Piccole carezze posate su una vita umana di cui restano tracce sommesse, semicancellate: e ci insegnano a perseverare nella restituzione di dignità a tutte le vite perdute.