Non si torna indietro: la rivoluzione degli iracheni continua | Mohammed Shamandafar

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19 FEBBRAIO 2020

Le voci di un paese che vuole cambiare davvero, senza accettare compromessi

“Voglio un Paese bello come gli occhi della mia amata. Lunga vita all’Iraq!” Poche ma significative le parole che Haider al-Rubaei ha voluto lasciare a chiunque le avesse trovate, scritte a mano in un piccolo foglio di carta. Riavvolto in un taschino, è stato ritrovato dai suoi amici mentre cercavano di rianimarlo, invano, lo scorso 21 gennaio, a Baghdad, nei pressi di piazza Tahrir. Era appena rimasto ferito dagli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza. Oltre a quelle parole e il suo nome, di Haider sappiamo la sua data di nascita e che abitava nel quartiere di al-Zafaraniya. Il 25 giugno avrebbe compiuto 15 anni, e invece si aggiunge alla drammatica lista di oltre 600 persone uccise dal 1 Ottobre 2019, quando la popolazione civile irachena, soprattutto giovani e giovanissimi come lui, stanno chiedendo libertà, democrazia e un futuro senza corruzione e settarismo.

Ad oggi il suo nome sarà stato già aggiunto al “muro dei martiri” di piazza Tahrir, una lista su sfondo nero raffigurante i nomi dei manifestanti morti a Baghdad negli ultimi 4 mesi e mezzo.

Una lista drammatica che difficilmente trova l’attenzione e il risalto di cui soltanto due personaggi hanno goduto sui media internazionali all’alba del nuovo anno, periodo in cui il mondo si era finalmente accorto che in Iraq stesse succedendo qualcosa.

Dell’uccisione di Qassem Soleimani e Abu Mahdi Muhandis, due perfetti sconosciuti ai più fino ad allora, avvenuta all’aeroporto di Baghdad il 1 gennaio ad opera di un drone militare statunitense, giornali, tv e web hanno infatti scritto e detto molto, così come di tutto ciò che è seguito in merito all’escalation di tensioni tra USA e Iran.

Mancando però di comprendere la complessità delle dinamiche sociali e politiche del contesto in cui queste “celebri” uccisioni sono avvenute. In sostanza, il contesto di un paese, l’Iraq, che da oltre trent’anni è territorio di scontro e influenza tra le due potenze (e non solo), le quali dall’abbattimento della terribile dittatura di Saddam Hussein nel 2003 non hanno fatto altro che esacerbare i conflitti interni al Paese, sostenendo un fragile e soprattutto artificiale equilibrio tra le comunità sciite, sunnite e curde.

Tralasciando il fatto che in Iraq di comunità ce ne sono tante altre, l’uccisione di Muhandis e Sulaimani, in particolare di quest’ultimo, hanno di fatto offuscato la già poca luce sulle manifestazioni di protesta, della cui portata rivoluzionaria, come mai nel Paese e nel resto del Medio Oriente si era visto fino ad oggi, e di cui invece si è parlato e si continua a parlare poco. Perché in sostanza, come ha scritto Riccardo Cristiano su Reset, alla narrativa dello scontro di civiltà questo tipo di piazze e racconti non servono, anzi.

Ciononostante gli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza sono stati più violenti e intensi che mai nelle ultime settimane in Iraq.

Soltanto tra il 20 e il 22 gennaio tra Baghdad, Bassora, Karbala e Dyala sono 12 gli attivisti rimaste vittime di una repressione definita “brutale” in un nuovo comunicato pubblicato da Amnesty International . A questi si aggiungono, di nuovo, decine di persone arrestate in modo sommario, sottoposte a maltrattamenti di ogni sorta.

“Questi fatti preoccupanti rendono evidente che le forze di sicurezza irachene hanno ripreso la loro campagna di repressione letale contro i manifestanti, i quali esercitano semplicemente la loro libertà di espressione e il diritto di assemblea. L’escalation di questi giorni è una chiara indicazione che le autorità irachene non hanno alcuna intenzione di mettere seriamente fine a queste gravi violazioni”, ha dichiarato Lynn Maalouf, direttrice della sezione ‘Ricerca Medio Oriente’ di Amnesty

Nulla è dunque cambiato dai richiami e gli appelli che questa ed altre organizzazioni, incluse le Nazioni Unite, hanno lanciato sin dallo scorso ottobre. Ad eccezione dei morti, feriti e rapimenti che sono aumentati giorno dopo giorno, causati da tecniche di repressione sempre più brutali.

Come ad esempio l’utilizzo dei lacrimogeni non per disperdere le folle con il rilascio del gas, ma piuttosto per colpire direttamente gli attivisti. Lo ha dimostrato un’inchiesta della stessa Amnesty che ha analizzato gli effetti di alcune bombole adottate dalle forze di sicurezza negli ultimi mesi a Baghdad.

Le particolarità “letali” di queste sarebbero tre: sono più piccole rispetto a dei lacrimogeni ordinari ma hanno un peso dieci volte più grande, e soprattutto vengono usate come proiettili sparati ad altezza d’uomo in modo da colpire un obiettivo direttamente in testa o al petto. “L’evidenza raccolta dimostra che le forze di sicurezza stanno utilizzando i lacrimogeni con effetti devastanti. In più casi le vittime hanno riportato ferite raccapriccianti al cranio, con perforazioni letali e parti delle bombole rimaste incastrate all’interno”, si legge nell’inchiesta.

Brutalità di ogni sorta sono state riportate anche dalle testimonianze di manifestanti arrestati, per loro fortuna rilasciati o che sono riusciti a fuggire. “Tutti i detenuti che abbiamo ascoltato ci hanno confermato di essere stati soggetti a violenze e insulti di vario tipo, come se fossero terroristi”, ha dichiarato a Q Code Mag Haider Hamzoz, membro e fondatore dell’Iraqi Network for Social Media.

“Abbiamo ascoltato diversi casi di vere e proprie torture”, afferma, “di detenuti bendati e legati, maltrattati con stecche da biliardo usate per colpire in zone sensibili, estrazioni di unghie, scariche elettriche e gettiti di acqua gelata”.

Oltre ai detenuti, Hamzoz ha avuto modo di accedere a testimonianze di alcuni ufficiali del Ministero della Difesa, degli Interni e altri dipartimenti pubblici che “starebbero collaborando per investigare i manifestanti. “Il nostro compito è di fermare queste proteste ad ogni costo! Non abbiamo un mandato di accusa preciso, dobbiamo solo fermarli, soprattutto le voci più influenti…”.

Dichiarazioni che non confermano i casi di tortura, ma che neanche li smentiscono, e che in situazioni normali metterebbero in imbarazzo qualsiasi governo. Evidentemente non quello iracheno, che nonostante le ripetute promesse di inchieste indipendenti per dare giustizia alle famiglie delle centinaia di manifestanti morti non ha ancora prodotto alcun risultato, per lo meno per fermare le uccisioni e le violenze.

Queste ultime, al contrario, non fanno che intensificarsi, in particolar modo nelle ultime due settimane anche causa di dinamiche politiche innescate dal leader sciita Moqtada al-Sadr.

Alla ricerca di consenso e legittimità popolari indeboliti, che hanno visto anche lui tra gli obiettivi delle manifestazioni degli ultimi mesi, al-Sadr ha cercato di inserirsi tra le tensioni tra Iran e USA richiamando i suoi seguaci ad una “marcia del milione” contro la presenza statunitense in Iraq. All’appello hanno risposto “solo” circa 300mila persone che hanno partecipato ad una manifestazione che, tenutasi venerdì 24 gennaio a Baghdad e durata circa due ore, ha lasciato piuttosto il segno per quanto avvenuto alla fine.

Poco dopo l’annuncio a sorpresa dello stesso leader della decisione di non supportare più le “proteste contro il governo”, alcune milizie armate hanno preso d’assalto gli accampamenti dei manifestanti di piazza Tahrir, incendiandoli con il chiaro tentativo di sgomberare l’area.

Da quell’episodio, che ha visto tuttavia i manifestanti laici e pacifici resistere e ricostruire gli accampamenti già il giorno dopo, “il movimento sadrista si sta dividendo al suo interno, tra coloro che intendono rimanere fedeli a qualsiasi ordine venga impartito dal loro leader, e tra chi invece si è stufato delle sue incoerenze e sceglie di continuare a manifestare”, afferma Hamzoz. La serie di decisioni-voltafaccia di Sadr, tuttavia, è proseguita dopo l’episodio della “marcia del milione” con altre tre puntate.

In risposta all’evidente disappunto suscitato tra i suoi sostenitori, il leader di Najaf ha emanato un’altra dichiarazione in cui ha chiesto sostanzialmente ‘di tornare a dimostrare a fianco dei ‘fratelli’ manifestanti’, dicendosi dispiaciuto per le divisioni create dalle sue affermazioni precedenti.

Nel frattempo, allo scadere della data ultima affinché i le forze politiche parlamentari si accordassero sul nome del nuovo primo ministro, sabato 1 Febbraio il presidente della Repubblica Barham Salih ha conferito il delicato compito a Muhammad Tawfiq Allawi. Già più volte ministro dei governi di Nouri al Maliki, Allawi aveva già riscosso l’opposizione delle piazze nel corso delle ore precedenti la sua nomina, in quanto accusato di essere “un’altra espressione della ‘muhasasa”, il sistema settario contro cui i manifestanti protestano incessantemente.

Muqtada al-Sadr, per contro, si è inserito con una dichiarazione di supporto al nuovo primo ministro, rivelando dunque il suo ruolo decisivo nel negoziare il nome di Allawi con le altre forze politiche e al tempo stesso creando ulteriore confusione in seno al suo elettorato e innalzando ulteriormente il livello di scontro tra i manifestanti.

Infatti, poco dopo la dichiarazione, alcuni sostenitori di Sadr armati di bastoni e coltelli hanno preso d’assalto uno dei luoghi simbolo delle proteste sin dal loro inizio, ovvero l’edificio del cosiddetto “ristorante turco” che risiede a piazza Tahrir a Baghdad, di fatto cacciando i manifestanti ‘laici’ ed assumendone il controllo.

Scene ben più violente si sono ripetute la settimana successiva a Najaf, città ‘sacra’ per gli sciiti e roccaforte di al-Sadr, quando di notte i “cappelli blu” (ndr: dal colore del cappello che i più ferventi sostenitori del leader sciita indossano durante le manifestazioni) hanno attaccato le tende dei manifestanti nella piazza principale, incendiandole e dando il via ad una guerriglia urbana che ha provocato la morte di 8 persone e il ferimento oltre 50.

Dal canto suo, ufficialmente Sadr ha risposto negando il coinvolgimento del suo movimento con altre due mosse che probabilmente avranno ripercussioni ancora più negative rispetto alla sua credibilità. In primis, uno degli esponenti più importanti del ‘culto sadrista’ ha dichiarato al canale pubblico Al-Iraqia che “gli scontri di Najaf non si tratterebbero di nient’altro che fake news, risultato di ‘produzioni holliwoodiane’ di cui i manifestanti si sono già dimostrati capaci di fare.

Dall’altro, lo stesso Sadr ha diffuso attraverso il suo profilo Twitter una lista di 18 punti denominata la “Carta della Rivoluzione e delle Riforme” in cui si enunciano una serie di norme sociali da seguire per mantenere le proteste pacifiche. Tra queste ne risalta uno in particolare in cui si fa appello a “non mischiare i sessi durante le manifestazioni” e contro il quale giovedì 13 Febbraio a Baghdad, Bassora, Najaf e tutte le città principali del centro e sud del Paese (persino nelle più conservatrici Nassiria e Karbala) cortei di sole donne hanno espresso la loro netta opposizione.  “Sadr e certi leader religiosi confermano di vivere fuori dalla realtà”, ha detto una delle manifestanti a Baghdad.

“Sin dall’inizio siamo scese in piazza insieme agli uomini, senza fare caso ad alcuna differenza di genere”, a conferma di come le richieste degli iracheni di libertà, democrazia, indipendenza trascendano qualsiasi livello sociale, religioso e politico, nonostante dall’inizio delle proteste si stia tentando di tutto per reprimerle.

Non solo all’interno del Paese, ma anche e soprattutto a causa di fattori esterni, secondo Latif al-Saadi, giornalista, attivista e poeta iracheno, esiliato in Italia da 25 anni . “Ci sono tanti, troppi interessi sull’Iraq da parte di forze politiche esterne, in primis Iran e Stati Uniti, che dal 2003 non fanno altro che dividere l’Iraq e impedire ai loro cittadini di poter pianificare il loro futuro, di portare avanti uno sviluppo democratico autonomo”, ha rilasciato a Q Code Mag.

“Gli iracheni vogliono una patria, come dice il loro slogan che cantano nelle piazze. E per ottenerla hanno capito che il Paese deve risvegliarsi dall’incubo del sistema settario. Sono giovani, giovanissimi, e sono molto più coraggiosi delle generazioni precedenti che hanno lottato per un Iraq democratico ma non sono riuscite a raggiungere l’obiettivo. Occorre fare tutti dall’esterno uno sforzo per sostenere gli attivisti pacifici e civili in Iraq. La speranza è che le violenze cessino e si arrivi a un governo transitorio che porti ad elezioni supervisionate dalle Nazioni Unite.”

L’Iraq, tuttavia, rimane un Paese pericoloso per avere speranza. A due settimane dal suo insediamento, il nuovo premier Allawi ha condannato a più riprese le violenze ma sul campo la realtà risulta sempre più dura per i manifestanti. Piazza Tahrir a Baghdad sembra scivolare gradualmente sotto il controllo dei “cappelli blu”, che avrebbero l’ordine di attaccare chiunque protesti o canti slogan contro al-Sadr e Allawi.

Le minacce di morte contro chi continua a manifestare non cessano,  così come di pari passo non vengono scalfite la resilienza e il coraggio di chi le riceve. E’ il caso, ad esempio, di Ali Mohammed, 17enne di Baghdad che protesta da Ottobre e che da allora ha ricevuto tre lettere minatorie.

Nell’ultima, a renderla più esplicita c’erano dei proiettili e una sola frase: ‘comportati da bravo ragazzo’. “L’ho ignorata, e sono tornato più determinato di prima a manifestare”, è stata la reazione di Ali. Come lui, tantissimi altri iracheni non intendono tornare alla realtà antecedente al primo ottobre dell’anno scorso. Hamzoz sintetizza il concetto così: “Ciò che sta succedendo in Iraq non è soltanto una rivoluzione contro un sistema politico corrotto. E’ una rivoluzione contro noi stessi. Dovremmo chiederci quanto siamo davvero cambiati dallo scorso ottobre come iracheni. Questa è una lotta tra chi vuole uno stato e chi invece vuole continuare a vivere sotto l’influenza esterna; tra chi crede nella muhasasa e chi sostiene uno stato laico; tra autoritarismo e libertà di pensiero, espressione, libertà di vivere!”.

Fonte: QCode Magazine