Slow, lean and sober… Lento, snello e sobrio… | Elena Camino

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I lettori e lettrici del sito del centro studi hanno già sentito parlare di ‘slow tech’: da alcuni anni infatti è attivo presso il Centro Studi Sereno Regis un piccolo gruppo di lavoro che sta riflettendo sulle opportunità di produrre e utilizzare un’informatica buona, giusta e pulita, ed è impegnato a favorire la consapevolezza delle persone sulle implicazioni sociali, ambientali, etiche associate all’infosfera, la rete globale che connette ormai ogni luogo/persona della Terra, o via cavo o via etere.

In alcuni articoli recenti ho trovato altri due aggettivi: sobrio (nel senso di moderato, parco nel soddisfare i bisogni e gli istinti naturali) e magro (ma anche sottile, snello, flessibile…).

Tra i vari contributi disponibili farò riferimento a un paio di articoli che illustrano un progetto “The Shift Project” con cui gli Autori intendono contribuire alla riduzione delle emissioni di Carbonio in atmosfera: Lean ICT, towards digital sobriety (ICT snello, verso la sobrietà digitale). I membri di questo progetto fanno parte di una società no profit francese creata nel 2010, che mira a limitare sia i cambiamenti climatici, sia la dipendenza della nostra economia dai combustibili fossili.

Il mondo digitale: impalpabile ma energivoro

Nel presentare il loro lavoro (nel 2018 – 19) gli Autori fanno notare che infrastrutture e prodotti digitali stanno ‘divorando’ energia al di fuori di ogni controllo: i consumi energetici delle tecnologie dell’Informazione e Comunicazione (ICT) aumentano del 9% ogni anno, e nel 2018 contribuivano già con il 3,7% delle emissioni di gas a effetto serra (GHG). La transizione digitale in atto – secondo loro – sta contribuendo ad aumentare il riscaldamento globale, invece di ridurlo: occorre quindi mettere rapidamente in atto delle strategie che consentano di utilizzare queste tecnologie in modo che non siano parte del problema, ma contribuiscano invece alla soluzione.  L’impatto ambientale del processo di digitalizzazione diventa gestibile e contenibile se a livello individuale e collettivo si accoglie la sfida di mettere in atto comportamenti digitalmente ‘snelli’ e ‘sobri’.

In effetti la digitalizzazione crescente delle società e delle sue strutture economiche e sociali viene considerata una via importante per combattere il cambiamento climatico; al tempo stesso ciascun soggetto, individuale o collettivo, è ormai talmente inserito in reti digitali da rendere improbabile dei passi indietro… Ma le cose non stanno così. È quindi molto importante una presa di consapevolezza e una assunzione di responsabilità da parte di tutti, in modo da invertire il trend che ormai da più di un decennio vede lo sviluppo dell’ICT associato a un aumento crescente dell’impronta ecologica, e in particolare della produzione di CO2.

Ogni anno l’intensità energetica dell’industria digitale aumenta del 4%, con vistose disparità tra consumatori: in media un abitante degli USA possiede 10 dispositivi elettronici, e consuma 140 GB[1] al mese, mentre un abitante dell’India in media possiede un solo apparecchio, e consuma 2 GB al mese. Occorre dunque pianificare investimenti che siano funzionali a equilibrare la situazione, limitando l’eccessivo consumo da un lato, e favorendo lo sviluppo di servizi essenziali dove mancano. L’attuale impronta ecologica dell’ICT, che sta aumentando al ritmo del 9% annuo, è associata alla crescente produzione e uso di server, terminali, reti: al punto che rischia di entrare in concorrenza con la fornitura di elettricità per gli usi domestici civili.  Gli autori individuano le cause principali del crescente consumo con il boom di utilizzo di segnali video (skype, streaming) e con la rapida obsolescenza programmata dalle case produttrici dei dispositivi digitali, che incoraggiano gli utenti a cambiare frequentemente modello.

Digitalizzare non vuol dire dematerializzare

C’è la propensione a pensare che quando un processo viene digitalizzato, è anche ‘dematerializzato’. Gli autori dello ‘Shift Project’ hanno voluto indagare più a fondo questo aspetto, per capire se e in che misura la transizione digitale delle società riduce davvero i flussi di materia movimentati dall’ICT: in altre parole, se questo processo è davvero ambientalmente sostenibile. Alcuni dati possono aiutare a capire quali parti o funzioni di un sistema ICT pesano di più sui sistemi naturali, sia in termini di risorse materiali utilizzate che di energia consumata.  Per esempio, produrre uno smartphone del peso di 140 gr richiede 0,700 GJ di energia primaria; la costruzione di un’auto di 1.400 kg richiede 85 GJ. Se si mette a confronto l’energia necessaria per produrre ‘un grammo di smartphone’ e quella per produrre ‘un grammo di auto’ il rapporto è di 80: 1. La miniaturizzazione, quindi, è accompagnata da un notevole incremento della richiesta di energia, non solo nella fase di costruzione, ma anche nel processo di riciclo, data la maggiore complessità del dispositivo digitale. Come già molte pubblicazioni avevano denunciato, gli Autori di questo Progetto hanno messo in evidenza che dietro a ogni byte ci sono estrazioni di risorse minerali, processi di trasformazione dei metalli, estrazione e consumo di combustibili fossili, produzione di prodotti petrolchimici, trasporti, costruzione di infrastrutture, centrali termoelettriche ecc.  Con l’aumento esponenziale di dispositivi digitali nel mondo, il vantaggio della miniaturizzazione è stato ampiamente cancellato dalla quantità di oggetti in circolazione, piccoli ma sempre più numerosi.

 Se davvero si vuole collaborare alla riduzione dei gas a effetto serra occorre che tutti – dalle grandi aziende produttrici alle istituzioni pubbliche, ai decisori politici, ai singoli cittadini – sappiano quali scelte compiere per limitare e, se possibile, ridurre gli impatti ambientali dell’ICT.

Consumi sottovalutati

I ricercatori del Progetto hanno scelto un caso specifico – il consumo di video online – come esempio per illustrare come le scelte istituzionali e le decisioni individuali possono incidere significativamente sul peso dell’ICT e sulla progettazione delle offerte industriali e commerciali per il futuro. Tra i flussi di videodati – che rappresentano l’80% del traffico mondiale – hanno preso in considerazione solo una parte, quella che viene identificata come ‘online video’ e soddisfa gli usi ‘on demand’, che ne costituisce il 60%. Si tratta di file video ospitati su un server fisicamente separato dal terminale su quale vengono visti, e al quale sono accessibili o attraverso una trasmissione via Internet (per es.  YouTube, Netflix, ecc.) oppure tramite circuiti di trasmissione diretti (per es. operatori di ‘pacchetti’) che trasmettono su richiesta senza che gli utenti debbano scaricare i file sul proprio computer in modo permanente. La tecnologia usata per eseguire questa operazione è nota come ‘streaming’.

Usi insostenibili dei video online

Immagazzinati nei data center, i video sono trasferiti ai nostri terminali (PC, smartphone, TV connesse ecc.) tramite network: cavi, fibre ottiche, modem, antenne…): tutti questi processi richiedono energia elettrica, la cui produzione consuma risorse ed emette CO2. Il video è un mezzo di trasmissione di informazioni molto ‘denso’: 10 ore di trasmissione video ad alta definizione contengono più dati di tutti gli articoli in inglese di Wikipedia in formato testo.

Secondo gli Autori del Progetto ‘Shift’, nel 2018 la visione di video online ha generato gas con effetto serra pari alla quantità prodotta dall’intera Spagna. Le emissioni di gas serra dei servizi ‘video on demand’ (come Netfix e Amazon Prime) sono state equivalenti a quelle di un Paese come il Cile (100 Mt CO2e/anno). 

Verso la sobrietà digitale?

Secondo gli Autori del Progetto è necessario regolamentare l’uso dell’ICT, e in particolare di questo settore – i video online –agendo su vari fronti: uno è l’aspetto legislativo, volto a stabilire delle norme di uso corretto, tali da rispettare i vincoli biofisici della Terra; un altro è il design, la progettazione: per esempio sistemi che favoriscono la dipendenza degli utenti, massimizzando la quantità di contenuto utilizzato, sono incompatibili con un utilizzo sostenibile.  In generale, è possibile e doveroso agire per favorire un uso ‘sobrio’ in quanto a uso e dimensione. A livello personale questo vuol dire essere selettivi sulla scelta dei video da guardare, e scegliere basse definizioni; a livello collettivo è necessario che si stabiliscano delle collaborazioni tra i diversi soggetti (enti di controllo, politici, providers, utilizzatori) che definiscano delle priorità d’uso.

Nella loro indagine sui video on line gli Autori distinguono quattro categorie di contenuti, e ne stimano le percentuali relative:  il 34% sono video on demand  (per lo più film e serie TV, per esempio Netfix e Amazon Prime);  il 21% sono video con vari tipi di contenuti e varie categorie di utenti (tipo YouTube, Dailymotion ecc.); il 18% sono video ospitati dai social network (Facebook, Instagram ecc.); infine, il 27% sono video a contenuto pornografico visibili in streaming  e ospitati su piattaforme dedicate (Pornhub, Youprn ecc.).

Un vincolo climatico è anche un vincolo sociale

La conclusione dello studio realizzato dai membri dello ‘Shift Project’ è sintetizzata in due punti:

  1. Il cambiamento climatico in corso, e la consapevolezza del crescente impatto dell’ICT sugli ecosistemi, rende necessario porre limiti tecnici in termini di consumi energetici e produzioni di gas con effetto serra.
  2. L’implementazione pratica della sobrietà digitale richiede di affrontare anche i problemi sociali che ne derivano. Poiché la sobrietà non è un concetto teorico ma una proposta propositiva, i decisori sono invitati ad avviare discussioni politiche esplicite e concrete sugli usi e sulle loro inevitabili dimensioni politiche ed etiche.  Ciò non può avvenire senza un pubblico dibattito sugli usi e sulle priorità, in vista di una gestione collettiva che tenga conto di tutti gli attori e dell’importanza relativa di ciascun settore in confronto con gli altri.

L’arrivo dei 5G e l’aumento dei problemi etici

Da tempo si parla del nuovo sistema di trasmissione dati, quello di 5° generazione, destinato secondo molti a sostituire rapidamente i precedenti sistemi di comunicazione. Le frequenze di trasmissione del segnale previste per la tecnologia 5G sono: 700 MHz (quella attualmente utilizzate dalle TV), 3600-3800 MHz e 26 GHz. Entro la fine del 2024 si stima che il 5G raggiungerà oltre il 40% della popolazione globale e che ci saranno 1,5 miliardi di abbonamenti alla nuova tecnologia. Le reti 5G saranno reti di reti. Secondo uno studio di Opel Signal  già nei primi mesi del 2019 la velocità di download massima risulta sino a 2,7 volte maggiore rispetto a quella del 4G. Al primo posto si collocano gli Stati Uniti, seguiti dalla Svizzera e dalla Corea del Sud. L’Italia si trova in sesta posizione con una velocità massima registrata di 657 Mbps[2] contro i 428 Mbps del 4G, quindi le reti 5G nel nostro Paese offrono una velocità massima di download circa 1,5 maggiore rispetto a quelle di precedente generazione.

Un’utile schema pubblicato dall’ARPA dell’Emilia-Romagna riassume così le principali caratteristiche dei 5G:

  • Velocità: la velocità di trasmissione dei dati del 5G è fino a 100 volte superiore di quella del 4G. La velocità potenziale massima di 20 Gbps (Giga bit per secondo) permette di scaricare rapidamente grandi quantità di dati. Es.: il download di un film richiede qualche secondo.
  • Consumo energetico: le celle 5G dovranno avere un consumo energetico molto limitato anche quando saranno sotto carico e dovranno essere dotate di una modalità di risparmio energetico quando non saranno utilizzate.
  • Capacità: il 5G aumenta la capacità di trasmissione dati, il cui traffico raddoppia ogni anno.
  • Latenza: tra l’invio del segnale e la sua ricezione la risposta dei 5G è da 30 a 50 volte inferiore al 4G. Ciò permette di comandare a distanza e in tempo reale dispositivi e apparecchi (veicoli a guida autonoma, operazioni chirurgiche a distanza, gestione del traffico di strade, porti e aeroporti, ecc.) e di monitorare in tempo reale lo stato delle infrastrutture (IoT, Internet of things o Internet delle cose).
  • Densità: il 5G permette di collegare fino a un milione di oggetti per km2, 100 volte di più che il 4G, senza ridurre la velocità di connessione. In particolare, quest’ultima caratteristica è quella che dovrebbe consentire lo sviluppo dell’Internet delle cose. 

Nella prospettiva di un’ICT snello e sobrio, l’introduzione della tecnologia 5G pone chiaramente gravi problemi di natura tecnica:  come regolamentare un sistema che è stato costruito apposta per aumentare quantità e velocità di trasmissione, quindi per aumentare sempre più il carico sui sistemi naturali? Ma c’è altro: emergono problemi di natura etica che vanno al di là delle scelte di regolamentazione tecnica e sociale.  Quali sono le reali necessità di uso della trasmissione a 5G? Il crescente interesse del settore militare fa pensare che – più che vantaggi alla società civile – lo straordinario aumento di velocità di trasmissione, di quantità di informazioni trasmesse e di rapidità di risposta offrano possibilità nuove e sempre più inquietanti di condurre la guerra ultra-moderna. Attualmente i leader mondiali sono ancora vincolati a ‘lente’ trasmissioni satellitari, che rallentano i processi decisionali nelle operazioni tattiche; con il 5G i sistemi di intelligence, sorveglianza e ricognizione elaborerebbero e diffonderebbero informazioni dai sensori dello spazio di battaglia e potrebbero immediatamente far uso  delle informazioni acquisite. Dunque, c’è il sospetto che le più importanti applicazioni del 5G saranno realizzate non in campo civile ma in campo militare: la rete commerciale del 5G, realizzata da società private e pagata dalla società civile, sarà usata dalle forze armate con una spesa molto più bassa di quella che sarebbe necessaria se la rete fosse realizzata unicamente a scopo militare.  

Alle lettrici e ai lettori che visitano il sito del CSSR sarà venuta in mente una frase di Gandhi diventata famosa, e tante volte ripresa nelle pagine della NL; una frase che è anche un suggerimento particolarmente adatto a chi voglia fare un uso lento, snello e sobrio del mondo digitale.

«Vivere semplicemente per permettere agli altri semplicemente di vivere.»

Riferimenti

-LEAN ICT-TOWARDS DIGITAL SOBRIETY. REP ORT OF THE WORKING GROUP DIRECTED BY HUGUES FERREBOEUF FOR THE THINK TANK “The Shift Project” –march 2019 https://theshiftproject.org/wp-content/uploads/2019/03/Lean-ICT-Report_The-Shift-Project_2019.pdf

CLIMATE CRISIS: THE UNSUSTAINABLE USE OF ONLINE VIDEO. The practical case for digital sobriety https://theshiftproject.org/wp-content/uploads/2019/07/2019-02.pdf


[1] 1 GB = 109 Bytes = 1 miliardo di Bytes (è una misura della quantità di dati). 1 byte = sequenza di 8 bit

[2] Mbps: 106bit al secondo (è una misura della velocità di trasmissione)