Iraq: restare per la pace | Benedetta Pisani

Si vis pacem, para bellum. Se vuoi la pace, prepara la guerra.

Ma in che modo prepararsi alla guerra può favorire la pace, se questo significa sovradimensionare le spese militari a danno di quelle civili e implementare politiche militariste e interventiste che minacciano il benessere, la sicurezza e la libertà?

Se lasciate in balìa di interessi puramente economici, le forze armate rischiano di devolvere da “strumento di difesa collettiva” a grave minaccia per la sopravvivenza dei governi democratici, laddove questi decidano di sostenere l’industria bellica nazionale, penalizzando gli altri settori industriali.

Il rafforzamento dell’apparato militare produce un graduale e progressivo potenziamento dei vertici militari, sempre più refrattari a fornire al Parlamento informazioni chiare e dettagliate in materia di spese militari, creando un forte rischio a danno della collettività, delle istituzioni democratiche e delle sue risorse economiche, tecniche e umane.

Come riportato nel dossier Iraq. Quattordici anni di missioni italiane, nato dalla collaborazione tra Un Ponte Per…, Iraqi Social Forum e l’Osservatorio sulle spese militari Mil€x, in Italia, si spendono 2.5 milioni di euro all’ora per armare l’esercito. E di questa cifra spropositata, un quinto viene impiegato nell’acquisto di nuovi armamenti, non motivato da effettive esigenze di sicurezza nazionale.

Le “bombe pacifiste” che, travestite da “operazioni di polizia internazionale”, esplodono ogni giorno in regioni del mondo che finiamo con il percepire sempre più distanti da noi, diventano così uno strumento “normale” della politica italiana.

La presenza delle truppe militari al di fuori dei confini nazionali si è trasformata in permanenza a partire dal 1990, quando Saddam Hussein ordinò l’invasione del Kuwait, rivendicando l’appartenenza dello Stato (e delle sue ricche riserve di petrolio) alla comunità nazionale irachena.

Lo scoppio della prima guerra del Golfo provocò la quasi immediata reazione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Uniti che condannava l’invasione, prevedendo rigide sanzioni economiche contro l’Iraq, e autorizzava gli Stati membri a intervenire per ristabilire la legalità nell’area.

Ne ha fatto seguito una vera e propria guerra, la cui natura violenta e distruttiva viene celata dietro la ossimorica definizione di “missione umanitaria” o “guerra contro il terrorismo”. E l’ipocrisia con cui lo Stato tenta di occultare la realtà ha il solo risultato di fomentarle, queste minacce.

Durante la seconda guerra del Golfo (2003-2017), poi, l’Italia ha dato il peggio di sé. È la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale che le sue forze armate vengono direttamente impiegate nei bombardamenti, schierando nove unità navali e dieci velivoli da combattimento.

Ma ancora più crudele è stata l’adesione dell’Italia all’embargo che ha costretto l’Iraq ad un isolamento forzato, interrompendo tutti i rapporti economici e l’importazione di qualunque tipo di prodotto, compresi cibo e medicinali.

«Dobbiamo fare qualcosa per risarcire le popolazioni di quello che i nostri governi hanno fatto».

Con questa idea in mente, un gruppo di attivisti-pacifisti ha dato vita all’associazione Un Ponte Per… e, nel 1994, ha lanciato la campagna internazionale “Anche il silenzio uccide. EMBARGO = GUERRA”, la prima di una serie di iniziative volte a denunciare e porre fine alle strazianti conseguenze dell’embargo sulla salute della popolazione irachena.

Nell’estate del 2000, Un Ponte Per… ha deciso, poi, di intraprendere un’importante azione di disobbedienza civile, il “contrabbando etico” di datteri coltivati nella periferia di Bassora, rompendo così la totale complicità italiana in questo “moderno genocidio”, che ha causato circa due milioni di vittime.

Nel corso degli innumerevoli conflitti che da anni destabilizzano tutta l’area geopolitica mediorientale,  l’associazione ha lanciato molte campagne di sensibilizzazione a sostegno della popolazione irachena e, nel 2009, ha raggiunto un importante traguardo con la fondazione della “Iraqi Civil Society Solidarity Initiative” (ICSSI), una coalizione internazionale di organizzazioni che, attraverso un utilizzo attento e attivo dei social media, si pone l’obiettivo di dare voce alle denunce e alle campagne nate sul territorio iracheno.

Per offrire spunti di riflessione sul tema e intraprendere un dibattito analitico e propositivo riguardo gli avvenimenti attualmente in corso in Iraq, il Centro Studi Sereno Regis ha aperto le porte di Sala Poli per ospitare Ismaeel Dawood, Civil Society Officer di Un Ponte Per…, e il suo giovane collega e amico, l’attivista Mohamed Ambrosini.

Ismael Dawood e Mohamed Wisam Ambrosini

Dal 1° ottobre 2019, Piazza Tahrir, a Baghdad, è diventata l’icona della rivolta nonviolenta guidata dalla pulsante esigenza dei giovani iracheni di ribaltare il regime politico settario imposto nel Paese a seguito dell’invasione americana del 2003. Questo sistema ha frammentato la popolazione in diversi gruppi etnico-religiosi, principalmente sciiti, sunniti e curdi, disintegrandone l’unica identità nazionale, quella irachena.

Si sta assistendo a una protesta trasversale, che abbraccia tutta la popolazione a prescindere dal genere e dall’appartenenza etnico-religiosa. I sit-in hanno luogo nelle piazze principali di dieci province del Paese e coinvolgono centinaia di persone ogni giorno, tutte unite per un solo obiettivo, la difesa dei diritti civili.

Non è la prima manifestazione in Iraq, ma a differenza delle altre, quella di Piazza Tahrir è una rivolta radicale, in cui la questione principale non è tanto chi sarà il nuovo leader, quanto piuttosto quali procedure e istituzioni saranno utilizzate per selezionare questo leader.
In pochi mesi, sono stati raggiunti importanti progressi nel processo di transizione dal governo settario ad uno realmente rappresentativo e trasparente. Il Parlamento iracheno ha approvato all’unanimità una riforma elettorale, con cui si prevede che la Commissione sarà composta da nove membri, di cui sette saranno giudici, estratti a sorte, mentre gli altri due verranno scelti dal Consiglio Consultivo Statale.

In Iraq, il 60% della popolazione ha meno di 25 anni e il tasso di disoccupazione giovanile è allarmante.
Gli iracheni sono pronti a lottare disarmati per un futuro migliore e il loro movimento giovane incontra la solidarietà di molte famiglie, le quali contribuiscono con coperte, cibo e denaro: piccoli gesti, preziosi per la sopravvivenza della protesta.

«Sono sempre in ansia quando scendi in strada e ti unisci alle manifestazioni. Ma voi giovani siete ribelli per natura. Una generazione di ribelli. Spero solo che diversamente da noi riuscirete nel vostro intento! Per me è qualcosa di nuovo, ho un po’ paura perché non so cosa aspettarmi»
(dal videoreportage di ArteTV Iraq: gioventù in prima linea).

Quando il governo non blocca l’accesso a internet, i giovani attivisti fanno ricorso ai social media per coinvolgere sempre più persone nelle numerose iniziative sociali, finalizzate a mostrare l’impegno dei manifestanti affinché il loro sia un gesto d’amore nei confronti dell’Iraq e non di sola pura ribellione.

“Le nostre attività non devono rimanere azioni isolate. Dobbiamo farci conoscere meglio, spiegare bene le nostre idee, presentarci e prendere la parola. Il nostro obiettivo dev’essere illustrate i nostri intenti e sensibilizzare la gente. Chi legge un nostro post, deve capire che è un gruppo coordinato ad invitarli a ripulire insieme le strade.”

È un movimento laico e consapevole, in cui la protesta sociale si unisce alla rivoltaglobale per le libertà, per il clima e l’ambiente, per i diritti, l’uguaglianza di genere e l’emancipazione femminile.

“Credo sia la prima volta che le donne si uniscano ai manifestanti in piazza. Che partecipano, non solo per esserci, ma per fare la differenza. La presenza delle donne in piazza non cambia solo la rivoluzione, ma anche tutta la società. È una seconda rivoluzione, una rivoluzione nella rivoluzione.”

Uno degli elementi storicamente nuovi, che differenzia l’attuale manifestazione da quelle precedenti, è il ruolo protagonista delle donne. Un grandissimo cambiamento culturale che potrà modificare profondamente il futuro dell’Iraq, “come la Rivoluzione francese ha fatto in Europa”, afferma fieramente Ismaeel. “Gli abusi sessuali contro le giovani manifestanti sono notevolmente diminuiti e oggi le ragazze dormono nelle tende in piazza, insieme ai loro compagni.”

È anche una rivoluzione culturale e artistica, oltre che politica. I manifestanti hanno dipinto coloratissimi murales per testimoniare e imprimere visivamente un evento storico vivace e multiforme, e vicino piazza Tahrir è stata posta una lavagna sulla quale gli iracheni possono mettere nero su bianco rabbia e speranza, opinioni e commenti spassionati.

Nonostante la natura assolutamente pacifica della manifestazione, da ottobre si contano più di 20.000 feriti e circa 600 vittime, anche se presumibilmente il numero è ben più alto se si considerano non solo le uccisioni in piazza, ma anche gli assassini, caratterizzati dal grado di premeditazione e dalla modalità di attuazione: non avvengono nelle piazze pubbliche, ma su “commissione” presso le abitazioni private.

“Pallottole e gas lacrimogeni. Questa è la risposta del governo alla nostre rivendicazioni, avanzate in modo pacifico. Perché mai ho deciso di correre questo rischio e affrontare il pericolo durante queste manifestazioni? Perché questa è la nostra ultima chance per realizzare il cambiamento di cui abbiamo bisogno!”

Ultimamente sono stati rapiti alcuni giovani manifestanti durante le proteste in piazza e la Iraqi Civil Society Solidarity si è immediatamente attivata, scrivendo a organizzazioni internazionali e al Relatore speciale dell’ONU per i Diritti Umani. Dopo pochi giorni, a seguito delle numerose campagne lanciate a livello internazionale, i ragazzi sono stati liberati.
Questo episodio esprime il valore inestimabile della solidarietà internazionale e testimonia come la società civile, mossa dalla volontà di agire velocemente e in modo mirato, possa realmente influenzare il corso degli avvenimenti storici e apportare quel cambiamento per cui gli iracheni lottano tenacemente.

Nonostante il caos politico ed economico e gli enormi rischi, i giovani iracheni non abbandoneranno Piazza Tahrir.

“Io voglio rimanere. Perché se tutti vanno via, chi cambierà le cose? Chi continuerà a lottare? Chi ridarà nuova linfa all’Iraq?”

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