Palestina: la libertà è una lotta continua | Benedetta Pisani

Il mattino del 5 giugno 1967 segna l’inizio di un conflitto, breve e rivoluzionario, destinato a ridisegnare la “mappa” delle relazioni internazionali e a cambiare profondamente la narrativa sulla questione palestinese che si vede ridotta a mera “occupazione”, tra le più longeve della storia.
Dopo la fine della guerra del ’67, infatti, non si parla più di diritti umani e autodeterminazione dei popoli, ma solo di disoccupazione in termini geopolitici.

Freedom is a constant struggle.

Titolo dell’ampia e scrupolosa opera di ricerca di Angela Y. Davis, la quale analizzando alcuni importanti esempi storici di lotta per la conquista della libertà, dal black feminism al movimento sudafricano anti-apartheid, guida il lettore in una profonda riflessione sulla condizione attuale dell’essere umano e lo conduce ad una cruda consapevolezza: quando si spegne un fuoco, un nuovo focolaio sarà già pronto per divampare. In altre parole, se pensassimo che, da un giorno all’altro, le ingiustizie del mondo potessero essere risolte, saremmo degli ingenui.

La Nakba del ’48 (in arabo «la catastrofe») ha attivato un circolo di violenza che, passando per la guerra dei sei giorni del ’67 (in arabo al-Naksa, ossia «la sconfitta»), è arrivato fino ad oggi e non si è ancora chiuso.

E ne è testimonianza l’assidua violazione e non applicazione della Risoluzione ONU 194/48, che prevede, tra le altre richieste, la smilitarizzazione e il libero accesso a Gerusalemme, nonché il ritorno dei profughi.

“La guerra non restaura diritti, ridefinisce poteri.”

(H. Arendt)

E, se per i diritti si combatte quando ci si sente deprivati della “sicurezza di essere liberi”, per il potere ci si affida alla “sicurezza politica ed economica”. E nel caso di Israele, questa sicurezza e il potere che ne deriva, proviene dall’esterno.
Il paradosso è che, oltre agli Stati Uniti, sono proprio i governi dell’UE ad implementare e prolungare l’occupazione del territorio palestinese, nonostante le continue violazioni delle stesse leggi europee, violazioni che diventano quasi una conseguenza inevitabile e “normale” della incessante lotta per l’esistenza, di cui Israele sembra essere l’unico protagonista.

Si sta assistendo a un revival della segregazione razziale in Sudafrica della seconda metà del ‘900.
Nel ventunesimo secolo, quando il totalitarismo ideologico dovrebbe aver ceduto il passo al rivoluzionarismo tecnologico, l’occupazione israeliana ha costruito un vero e proprio sistema istituzionalizzato di apartheid basato sull’etnia. E il “mondo civilizzato” occidentale è spettatore.

I looked at the birds in the sky and I felt angry. Why aren’t we like the birds? I see myself as a bird. I refuse the occupation because it is contrary to the law of nature. We are refugees and we demand to return our homes and the international law to be applied.”

Le parole di Ahmed Abu Artema, poeta e attivista di Gaza, invitato dagli studenti di Progetto Palestina, dalla sezione ANPI Valmessa e Avigliana e dal gruppo BDS Torino, al Campus Luigi Einaudi per raccontare la “Grande Marcia del Ritorno”, la lunga protesta iniziata a Gaza il 30 marzo 2018 contro le violazioni dei diritti umani da parte delle autorità israeliane.

Il secondo incontro con Ahmed, che si sarebbe dovuto tenere il 17 gennaio nella sala comunale di Almese, è stato annullato a causa di non meglio specificate pressioni esterne, che continuano a censurare qualunque tipo di attività filopalestinesi, bollate indistintamente come antisemite.
Gli attivisti di Progetto Palestina commentano l’accaduto, sottolineando come sia grave confondere due concetti profondamente distinti: antisemitismo e antisionismo non sono posizioni assimilabili.

«Rigettiamo l’abbinamento antisemitismo-antisionismo. L’antisemitismo lo combattiamo tutti giorni. Lottare contro politiche di apartheid israeliane è un atto doveroso per ogni cittadino e antifascista, che unisce la Resistenza di un tempo con questa».

Le radici dell’antisemitismo risalgono al Medioevo e, nel corso dei secoli, si sono ingigantite e incattivite, fino a costituire l’humus dello sviluppo delle politiche razziali naziste in Germania e fasciste in Italia.

In parole povere, si tratta di un’ideologia razzista costruita sull’idea del “capro espiatorio”, che considera gli ebrei esseri non umani geneticamente inferiori e causa di tutti i mali del mondo.

L’antisionismo, invece, ha origini completamente diverse. Prima del 1948, il sionismo era un movimento nazionalista ebraico che sosteneva la necessità di delineare i confini di uno Stato in cui gli ebrei perseguitati in tutto il mondo potessero sentirsi protetti e “autodeterminati”. Questo progetto era sostanzialmente fondato sulla percezione della religione come fattore etnicizzante, non condivisa, però, da tutti gli ebrei d’Europa.
La creazione dello Stato di Israele dopo la seconda guerra mondiale, ha dato inizio ad una guerra tra i sostenitori dell’ideologia sionista e gli abitanti della Palestina, che divennero vittime di quello che Ilan Pappé, intellettuale e studioso socialista, ebreo e anti-sionista, ha definito “processo di pulizia etnica”.

Anche l’attore Moni Ovadia accusa la ANPI per aver svolto un “atto squadrista” contro la libertà di pensiero e di espressione, censurando gli attivisti pacifisti filopalestinesi

«Il popolo palestinese è sottoposto a un vero apartheid e si vuole persino impedire di parlarne».

Carla Nespolo, Presidente nazionale ANPI, ha risposto alle accuse dichiarando che la decisione delle due sezioni locali di cancellare l’incontro con Ahmed Abu Artema è stata del tutto autonoma, e ha ribadito la posizione dell’Associazione nazionale in merito alla questione palestinese.

 “Giudichiamo severamente la politica di Netanyahu, perché ha ulteriormente inasprito il contenzioso con scelte provocatorie come il continuo incremento degli insediamenti in territori palestinesi e la sanguinaria repressione della cosiddetta “marcia del ritorno”; la condizione di vita degli abitanti di Gaza è semplicemente intollerabile; la violenza va sempre condannata da qualsiasi parte essa provenga.”

Una replica a “Palestina: la libertà è una lotta continua | Benedetta Pisani”

  1. Vorrei fare una precisione riguardo a quanto riportato riguardo alla dichiarazione della Presidente dell'Anpi Carla Nespolo che non ha detto che" la decisione delle due sezioni locali di cancellare l'incontro con Ahmed Abu Artema è stata del tutto autonoma" come scrive Benedetta Pisani bensì che " L'incontro, promosso anche da due locali sezioni Anpi, è stato cancellato per il ritiro della partecipazione da parte delle suddette sezioni, causato da non meglio precisate “pressioni”. Ci tengo a specificare che l'Anpi nazionale non è intervenuta in alcun modo sulla questione."
    In quanto appartenente al BDS Torino posso testimoniare che le due sezioni Anpi sono state diciamo "costrette" a cancellare l'incontro dopo avere subito un intervento censorio da parte della presidenza provinciale Anpi .
    Carlo Tagliacozzo

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