Giampaolo Pansa e la Resistenza condannata | Enrico Peyretti

         La morte appiana le polemiche, ma non si manca di riguardo verso chi muore se si fa tesoro delle differenze. Le quali spesso si aiutano l’una l’altra.

            Giampaolo Pansa ha cercato, nella storia della Resistenza, i fatti di violenza non giustificabile, per toglierle l’aura di eroismo, e per sottrarla al monopolio delle sinistre. Non si possono negare casi di violenza. Io stesso, all’età di nove anni (come ho scritto una quantità di volte), a fine aprile 1945, a Bagnone, in Lunigiana, a guerra appena finita, ho visto partigiani uccidere senza alcuna necessità tre soldati tedeschi sbandati nella ritirata, rimasti per sempre senza nome. Li ho visti vivi, e subito dopo morti, gettati su un carretto tirato da un asino. Erano dalla parte sbagliata, ma sono stati i miei primi maestri di pace, della necessità di abolire la guerra omicida, mentre cominciavo a osservare il mondo. Ho visitato, anni dopo, le loro tombe senza nome a Costermano.

Poco tempo prima, nel paesino dove eravamo sfollati, ho conosciuto il prete, don Lorenzelli, poi preso e ucciso dai partigiani, perché fascista entusiasta della bonifica pontina a beneficio di contadini poveri, e ammiratore pubblico di Mussolini. A noi bambini non insegnava male, in chiesa. Lo presero e lo uccisero. Forse uccidere pulisce le ammirazioni sbagliate? Uccisero anche un certo Lorenzino, nostro lontano parente, fascista esaltato, ma in realtà un po’ scemo. Avevo forse sette anni quando gli dissi, in casa sua, sulla moneta da 50 centesimi: «Ora l’aquila porta il tuo fascio sul mare e lo fa affondare». Mi fece vedere due o tre fucili, in una stanza buia: «Se lo dici di nuovo, ti sparo». Si fucila uno scemo fascista?

C’è chi, come Pansa, abusa di questi casi per condannare tutta la Resistenza. Ma c’è chi invece sottolinea che la più vasta componente della Resistenza, quella civile e non armata, indica soprattutto il profondo esteso risveglio di coscienza umana, dopo gli anni dell’ideologia esaltante la violenza, carattere essenziale del fascismo, che aveva infestato gli animi. I partigiani armati non erano terroristi. Insieme a chi lottava senza le armi, volevano uscire dal tempo della violenza bellica, come proclamerà la Costituzione del 1948 con l’articolo 11. Noi li esaltiamo non perché hanno vinto, ma per ciò che volevano, e perché erano dalla parte giusta.

C’è tutta una storiografia sulla Resistenza (italiana ed europea), seguita alla prima immagine, tutta militare, ma Pansa, e tanti altri storici, non ne hanno tenuto conto. Oggi non si può ignorare questa ricca documentazione. Anna Bravo, scomparsa recentemente, è una delle protagoniste di questa ricerca. Una ampia bibliografia, non solo italiana, Difesa senza guerra, è anche in internet e nel mio blog. Un volume che orienta molto bene è Resistenza nonviolenta 1943-1945, di Ercole Ongaro (Bologna 2013), che abbiamo brevemente segnalato in il foglio n. 412, maggio 2014. Si veda anche Conversazione sulla Resistenza, n. 424, settembre 2015, un confronto con lo storico De Luna.

La Resistenza civile non era attendismo

Richiamo qualche dato dal libro di Ongaro. Si stima che abbiano partecipato più persone alla Resistenza civile, non armata, che a quella armata (p. 14). L’appoggio non armato alla lotta armata non è da confondere con l’autonoma mobilitazione popolare in difesa dei diritti umani e civili né con la disobbedienza agli ordini nazi-fascisti (p. 15). Claudio Pavone, nel numero della rivista Il Ponte dedicato al 50°, nel 1995, riconobbe che la resistenza civile, documentata da storiche come Anna Bravo e altre, era tutt’altro che zona grigia o attendismo. Lutz Klinkhammer, il maggiore storico dell’occupazione tedesca dell’Italia, valuta che la resistenza civile in forme collettive può avere più forza di un gesto armato (p. 19). Più volte Lidia Menapace ha mostrato che la Resistenza fu un movimento essenzialmente politico, dove l’aspetto militare era del tutto strumentale, non fondativo, come invece in un esercito (p. 23). Così la Resistenza non è affatto una guerra: può essere violenta o nonviolenta una resistenza, ma una guerra è sempre violenta (p. 23-24).  A Lodi partecipò alla Resistenza lo scultore Ettore Archinti, che era stato obiettore di coscienza nella prima guerra mondiale (p. 52). 

            Tra coloro che aiutarono gli ebrei perseguitati si trovano molti preti, soprattutto del basso clero, ma anche alcuni vescovi, come il cardinale di Torino, Fossati (p. 67). Vi si può vedere un riscatto dall’appoggio cattolico dato al fascismo negli anni del regime. Si può aggiungere la testimonianza del milanese don Giovanni Barbareschi : http://anpcnazionale.com/2014/01/13/don-giovanni-barbareschi-un-prete-ribelle-per-amore/. Per salvare gli ebrei, si falsificavano abilmente le loro carte d’identità (p. 70): a questa operazione partecipò anche Gino Bartali, riconosciuto “giusto tra le nazioni” (p. 82, 238).  Nel momento del rastrellamento e deportazione degli ebrei di Roma, il 16 ottobre 1943, Pio XII restò in un ben discutibile silenzio, probabilmente temendo ritorsioni sui cattolici (p. 84-85). Ma, mentre 2091 furono gli ebrei romani deportati, 4.447 furono nascosti e salvati in istituti religiosi cattolici (p. 86). Gli ebrei in Italia erano 45.000: 8.566 furono deportati, 37.000 furono aiutati. Le lotte nelle fabbriche, nelle campagne e nelle scuole (p. 90 e ss., p. 118-19, 124) furono un vero prodromo della Resistenza attiva. A Genova due operai furono fucilati (p. 98-99) ma un gruppo di carabinieri con il loro tenente rifiutarono di fucilare otto prigionieri politici, condannati per rappresaglia dell’uccisione di un ufficiale tedesco. Anche le donne contadine si distinguono nella lotta (p. 113). Il rifiuto, a costo di gravi sofferenze fisiche e morali, dell’80-85% degli internati militari in Germania di venire rimpatriati a condizione di aderire all’esercito della Repubblica sociale collaborazionista dei tedeschi, fu solo tardivamente riconosciuto come vera eroica resistenza. Questo è un capitolo toccante. Io ho l’età sufficiente per ricordare bene la semplicità con cui, a guerra finita, questi militari tornarono a casa senza nessun vanto. Il mio giovane professore di lettere, Orlando Lecchini, in prima media, ottobre 1945, era appena rientrato e noi lo sapemmo dopo diversi anni.

            Morire per salvare altri

   Durante un viaggio in Grecia, nel giugno 2008, la guida Anita ci racconta che a Cefalonia, dopo l’8 settembre 1943, i tedeschi dicevano di voler salvare gli alto-atesini dal massacro dei soldati italiani presi prigionieri. Per dare possibilità ad un numero più alto di soldati di farsi credere tali, molti meridionali si segnalarono subito come non alto-atesini, sacrificandosi. I tedeschi fecero partire degli italiani verso Atene dove avrebbero trovato altri connazionali, ma minarono le navi che esplosero in mare. I cadaveri arrivavano a riva. Li bruciavano in pire sulla spiaggia. Dall’isola di Itaca, che è di fronte, gli abitanti vedevano i fuochi, si segnavano e pregavano. Gli anziani lo ricordano ancora oggi e quando vedono un fuoco si fanno il segno di croce e pregano per gli italiani, come allora.

La storia dei deportati politici e razziali è più nota. Anche tra loro ci furono reali frammenti di Resistenza, soprattutto per “restare umani” in un sistema studiato per distruggere la dignità umana (pp. 153-156). Tra i deportati politici, i più resistenti erano quelli sostenuti specialmente da una fede religiosa o politica ideale (p. 161-170). Ongaro, nel suo libro, indica sempre con accurata precisione i numeri dei deportati e delle vittime (come le donne a Ravensbrück, p. 175).

Nei vari lager d’Europa, e non solo in quelli di transito, si formarono comitati di resistenza che agivano, in condizioni inimmaginabili, con determinatezza e precisione (p. 176-184). Ciò dimostra «che un sistema aberrante e disumano può assassinare i suoi “nemici”, ma non può annientare i sentimenti umani e la dignità di chi sopravvive» (p. 184). I renitenti alla leva imposta dalla repubblica fascista erano causa di angoscia nelle famiglie, di arresto dei loro genitori (p. 185-188). Ci furono azioni nonviolente di donne a Crema, a Torino (p. 188-189). C’erano sanzioni fino alla pena di morte, e ciononostante avvennero fughe e diserzioni, aiuto della popolazione ai renitenti, manifestazioni di donne, ma anche fucilazioni. Giovani reclutati esprimevano dissenso sovversivo fin dentro le caserme. Alcuni, anche carabinieri, passavano ai ribelli (p. 192-197). Io stesso, bambino di otto anni, presente con i miei fratelli più piccoli, ho visto un bersagliere repubblichino, di nome Vismara, venire in casa, mettersi in borghese, e passare ai partigiani. Qualcuno insinuò poi che andasse come spia. Comunque, dopo guerra, lo ritrovammo al mare, vivo.

«Nella storia dell’Italia unita non era mai stata scritta una pagina di così intensa mobilitazione popolare e di diffusa disobbedienza civile per dire no ad un esercito che combatteva a fianco dell’occupante nazista» (p. 199). Anche al sud, in Sicilia, al momento di un nuovo reclutamento nel contingente italiano che combatteva con gli Alleati sulla Linea Gotica, una donna, Maria Occhipinti, si ribella quando è richiamato il marito, e solleva una rivolta popolare, con numerose vittime, contro la continuazione della guerra (p. 199). Mussolini non era più lo spavaldo dittatore della nazione. Nel gennaio 1945, passò in Lunigiana, fingendo una visita al fronte non lontano. Madre e figlia Berardi, nostre conoscenti, che furono obbligate a ospitarlo nell’unica casa signorile di Mocrone, ci raccontavano che era anche fisicamente irriconoscibile.

Resistenza delle donne

Tutto il capitolo 9 di Ongaro è dedicato alla resistenza delle donne, nella forma armata e in quella non armata. Le donne sono state nonviolente non per natura, ma per scelta morale e pratica (p. 204). Una toccante testimonianza mostra la relazione misteriosa tra madri che non si conoscevano: proteggendo qui un soldato in pericolo speravano che un’altra madre proteggesse il loro figlio lontano, in guerra (p. 207-208). A Roma, nel marzo 1944, manifestazioni di donne ottengono l’abolizione del traffico militare tedesco attraverso la “città aperta”. Due donne vengono uccise, altre dieci sono fucilate il 7 aprile (p. 210-211).

            Notevole il moto di migliaia di donne di Carrara, il 10-11 luglio 1944, che si ribellavano all’ordine di sgombero della città imposto dai tedeschi, fino a costringerli a revocarlo (p. 212-13). Io frequentai il ginnasio e liceo a Carrara dal 1948 al 53, solo quattro anni dopo, e mi sorprende il fatto che non seppi mai nulla di questa eroica azione. Si veda in internet la storia di Francesca Rolla. Il mio professore di filosofia si chiamava Rolla. Che fosse parente? Forse per modestia, pur essendo fortemente antifascista, non ci parlò mai di quella forte resistenza di donne? Ma ci raccontò un divertente aneddoto del padre e del bambino, durante il fascismo, una specie di teatro di strada: «O pa’, aiò fama!». «Grida alalà, e la fama t’ pasarà». Quell’uomo fece dei giorni di prigione, per questa scena di opposizione. Nell’aprile 1944, a Parma, una manifestazione tumultuosa di donne ottiene la revoca o sospensione di alcune condanne a morte di partigiani (p. 214-15).

Altro si dovrebbe segnalare, se lo spazio bastasse, sui capitoli dedicati alla stampa clandestina, vera arma nonviolenta di movimento delle coscienze, e ai Comitati di Liberazione Nazionale.

Pansa ha voluto vedere solo una guerra civile, ugualmente violenta dalle due parti. Ongaro si chiede nell’ultimo capitolo (p. 285-299): «Quale senso per la Resistenza armata?». Riconoscendo e rilevando il valore innovatore della Resistenza non armata, civile, nonviolenta, noi non condanniamo i partigiani che lottarono con le armi. Il libro di Ongaro mostra bene in quali condizioni molti decisero questa forma di lotta. Le forme nonviolente furono quasi solo spontanee, senza tecniche conosciute e organizzate. Molti partigiani usarono il meno possibile le armi, parecchi parteciparono senza mai usarle. Ci disse Norberto Bobbio in un incontro tra pochi, nel 1994: «A volte mi sono pentito di non avere ucciso un tedesco, ma so che se l’avessi fatto me ne pentirei».

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