Nonviolenza e altre a-menità (nel senso di fare a meno) | Cinzia Picchioni

2020, o anche vénti-vènti di novità, con una nuova Serie… No! Che avete capito? Non l’ennesima Serie televisiva, ma una sequela di articoli-riflessioni sui temi ultimamente tanto di moda: clima, riscaldamento globale, fridays for future, scioglimento dei ghiacci… Faccio l’insegnante di yoga dal 1987, e studiando i testi ho scoperto da tempo che i Maestri dell’antica disciplina hanno parlato, scritto, vissuto da oltre duemila anni i temi di cui oggi si urla nelle piazze. Criteri per uno stile di vita più «lieve» e sostenibile per il Pianeta racchiusi in 8 «passi» – tra i quali, ovviamente, ci sono anche le posizioni e le tecniche dello yoga, ma al terzo posto; i primi 2 riguardano proprio il modo di vivere, e contengono 10 indicazioni, anche molto pratiche, su come comportarsi, su quanto accontentarsi, su perché occorra praticare anche la giustizia (oltreché la posizione del loto, altrimenti non servirà!!!).
Articolo dopo articolo le conosceremo, a partire dalla prima, nonviolenza, che in realtà è il presupposto di tutte le altre 9.

C’era una volta…
…e Greta Thunberg non era nemmeno nata
di Cinzia Picchioni

Nonviolenza e altre a-menità (nel senso di fare a meno)

Tra il II e il IV secolo prima di Cristo visse un filosofo – forse – noto col nome di Patanjali; in India, si dice, nel Kashmir, e scrivo «forse» e «si dice» perché la vicenda è a metà tra il mito e la leggenda. Non si sa se, come spesso accade con i testi sacri, il suo libro più famoso sia stato effettivamente scritto da lui o «apparso» in qualche modo sulla Terra. Fatto sta che Yoga-sûtra è a tutt’oggi uno dei testi più importanti per chi pratichi, insegni, studi l’antica disciplina dello yoga.

L’antico studioso fu il primo a mettere un po’ d’ordine – sistematizzare, si dice in «yoghese» – l’enorme patrimonio di tecniche, posizioni, pratiche misteriose che fino a quel momento erano state riservate solo a eremiti e rishi che vivevano nei boschi avendo rinunciato del tutto al mondo materiale.

Con brevi sentenze (aforismi) il volumetto spiega tutto lo yoga. E senza nemmeno una foto (un’immagine, dato il tempo in cui fu scritto) né una spiegazione più lunga di 4 righe per alcune (e solo alcune) posizioni. Già. Ecco il punto. Lo yoga non è asana (cioè posizioni). Yoga è una disciplina spirituale: disciplina (cioè con discepoli che si disciplinano, giochiamo con le parole) spirituale (cioè che attiene al mondo della trascendenza e non dell’immanenza).

La genialità di Patanjali è stata di ridurre l’enorme concetto dello yoga in 8 Passi (o gradini, o membri, in sanscrito anga):

«Gli otto membri sono: proibizioni (yama), obblighi (niyama), positure (âsana), controllo del respiro (pranayama), astrazione, concentrazione, meditazione ed enstasi. Le proibizioni sono sono la nonviolenza, il dire la verità, il non rubare, l’astinenza sessuale, la povertà. Di esse, la nonviolenza è l’astensione dall’offesa in tutti i modi e in tutti i tempi, verso tutti gli esseri. Le rimanenti proibizioni e gli obblighi hanno in questa il proprio fondamento» (Yogasûtra, II, 29-32).

Questo brano – e anche tutti gli altri che troverete citati, ciascuno con pagine diverse – è tratto da: Cinzia Picchioni, Le regole per la vita quotidiana (yama-niyama), Magnanelli, Torino 20133, p. 10.

Essere o non essere

Comincia a delinearsi il motivo del titolo di questa serie di articoli (nome un po’ pomposo… chiamiamoli «riflessioni»)? No? Allora dobbiamo parlare di un altro filosofo, la grande anima.

Gandhi era un grande estimatore di Patanjali e dei suoi «8 passi» (Ashtanga yoga, o «Yoga di Patanjali»), tanto da assumere i primi due yama (nonviolenza e verità, in sanscrito ahimsa e satya) a sue guide per la vita. Gandhi ha definito satyagraha la teoria etica e politica che elaborò e praticò nei primi anni del Novecento (e che fu in seguito adottata da altri politici e attivisti, come Martin Luther King e Nelson Mandela). Ed è inutile spendere parole per l’ahimsa, la nonviolenza con cui Gandhi è da sempre stato identificato.

Il mio umile intento è riflettere insieme sul fatto che da millenni alcuni uomini e donne sensibili cercano di applicare i princìpi di cui «sardine» e adolescenti di tutto il pianeta sembrano accorgersi solo adesso.

Non potremo affrontare l’intero, fondamentale testo di Patanjali, ma ci limiteremo ai primi due anga che, non a caso, nell’elenco precedono (perché si intersecano con essi in realtà) tutti gli altri, dalle posizioni yoga alle respirazioni, fino alla meditazione e oltre. Come a dire – e parlo principalmente ai praticanti dell’antica disciplina oggi tanto di moda (pure quella), seppur con nomi e intenti che nulla hanno a che fare con la tradizione – che occorre fare riferimento prima – o più propriamente insieme – alle «regole» di condotta sociali e individuali indicate da Patanjali (sulla scia di quelle universali).

Yama e niyama sono 10 regole dunque, e la tentazione di pensare ai 10 comandamenti biblici è forte; tuttavia la condotta indicata da Patanjali mira alla crescita interiore, quelle che indica non sono proibizioni, ma passi progressivi in un percorso (yogico, ma non solo, come ci ha insegnato Gandhi per decenni della sua vita).

Facciamo uno schemino, come un Indice delle prossime puntate

Yama, voti di astinenza (sviluppano la giustizia nelle relazioni umane e le rendono felici)

1. Ahimsâ, nonviolenza
2. Satya, sincerità
3. Asteya, onestà
4. Brahmacharya, continenza sessuale
5. Aparigraha, non avidità nel possedere

Niyama, voti di osservanza (regole personali che sviluppano la disciplina individuale)

6. Shaucha, purificazione
7. Santosha, accontentarsi
8. Tapas, austerità
9. Svâdhyâya, studio e conoscenza di sé
10. Îshvarapranidhâna, abbandono alla volontà divina

Cercherò di trattarli, uno per uno, provando ad applicarli alla vita quotidiana, a uno stile di esistenza rispettoso del pianeta e non solo degli animali, o dei giovani, o delle donne, o degli uccelli, o degli animali da compagnia, o delle balene, o delle foreste o…; perché anche le pietre sono «esseri» in certe tradizioni spirituali, e tutto è sacro per altre, e siamo tutti interconnessi, regno animale, vegetale, minerale, acqua, aria e oltre. E tutto è stato già scritto – e indicato come percorso – oltre duemila anni fa. E da allora qualcuno cerca di praticarlo nella sua permanenza sulla Terra.

Nonviolenza

Tra i più noti che hanno provato a praticare yama e niyama nella vita di tutti i giorni c’è senz’altro M. K. Gandhi (Mohandas Karamchand i suoi nomi per esteso, a cui a volte si trova aggiunto un aggettivo – mahatma – che significa «grande anima»), il quale, dopo aver conosciuto e studiato Patanjali volle impostare la sua vita secondo – almeno – i due primi yama: nonviolenza (ahimsâ) e verità (satya). In realtà, se si leggono le sue biografie e si guarda alla storia di Gandhi si capisce che applicò e cercò di far applicare anche tutti gli altri otto…

Eccoci infine al motivo per cui ho pensato di condividere con chi legge la «newsletter» (e visita il sito) del Centro Studi Sereno Regis queste riflessioni: anche il pianeta è un essere vivente, ha un respiro, ha perfino un nome, Gaia. Perciò possiamo – e ormai dobbiamo – applicare ahimsa anche nei confronti della Terra (e non solo della terra, evitando i pesticidi). Bisogna che lo sguardo si allarghi, e allora non basterà più scendere in piazza a gridare «Non esiste un pianeta B» se per andare alla manifestazione ho usato il cellulare, ho comprato una bottiglietta di acqua minerale nella plastica, indosso una maglietta di cotone e mangerò un hamburger quando avrò fame per il molto marciare. Ogni scelta nonviolenta si riflette, e in realtà è rivolta, a tutto il pianeta; non possiamo agire «a compartimenti stagni», perché non ci sono più compartimenti, ora lo sappiamo, e qualcuno lo dice da secoli, ben prima che fosse di moda, ben prima che le aziende mettessero in atto le loro odiose azioni di «greenwashing» per illuderci – e noi ci caschiamo – di fare qualcosa per il pianeta.

«Come possiamo applicare le “regole” dello yoga nella nostra vita di ogni girno? Personalmente ho cominciato da quella che per me era, allora, la più semplice, ahimsâ, la nonviolenza. In realtà ho cominciato da quella perché mi ero resa conto che era sì la più immediatamente semplice, ma anche quella che avrebbe richiesto più tempo per essere applicata veramente e completamente […] e poi perché “prima comincio e meglio è”. […] Perché proprio ahimsâ per prima? Perché si può cominciare a praticarla da subito, da domani, anzi da adesso, con una decisione: quella di non mangiare più nessun animale, della cui morte siamo direttamente responsabili, sia che andiamo a caccia sia che andiamo dal macellaio o al supermercato dove la confezionano così bene che ci dimentichiamo persino del fatto che proviene da un essere vivente. […] Se non ce la sentiamo di fare una scelta vegetariana possiamo cominciare dal non uccidere né far uccidere animali per la nostra vanità. Gli animali non vengono sfruttati solo negli allevamenti per le pellicce e per la carne, ma anche per la nostra bellezza: forse non tutti sanno che le industrie cosmetiche (oltre a quelle farmaceutiche) testano i loro prodotti su animali inermi, per verificare che la tal crema non arrossi la pelle, che il collirio non danneggi gli occhi, che il mascara non faccia cadere le ciglia. […] utilizzando cavie vive, conigli albini (hanno gi occhi più sensibili), cani, gatti, topi e altri esseri viventi che di certo non si truccheranno. […] Questa è violenza indiretta, ma è sempre violenza che noi accettiamo e anzi giustifichiamo richiedendo e comperando i prodotti di quelle aziende  […] che fanno uso della sperimentazione animale […]. possiamo tentare di praticare ahimsâ […] non comperando più cosmetici, schiume da barba, trucchi, […] dentifrici, shampoo, balsami, ammorbidenti, detersivi […]», Cinzia Picchioni, op. cit., pp. 38-40.

Oggi ci sono studi e tabelle che ci informano sul fatto che anche solo smettendo di mangiare carne si aiuterebbe a ridurre la temperatura su tutta la Terra. Ai tempi di Patanjali non c’erano questi dati, ma forse si sapeva che con la nonviolenza si sarebbe risolto il problema ancor prima che nascesse. Ha espresso il concetto di nonviolenza con poche parole, tradotte più o meno così:

«Ahimsâ è nonviolenza verso cose, persone, animali, in ogni senso. Vuol dire non fare del male a nulla. […] è più una questione di attitudine che di azione. […] è non disturbare nessuno a nessun livello. […] per praticare ahimsâ occorre modificare non solo le azioni violente, ma anche i pensieri violenti o che generano violenza. […] È il caso dell’essere contento delle sventure di qualcun altro, del dare il nostro consenso per azioni che causano male ad altri», Cinzia Picchioni, op. cit., pp. 16-17.

Voglio una vita… s-pericolata (cioè senza pericolo)

Ho conosciuto quesi aspetti dello yoga – e della vita, perché lo yoga è la vita – oltre 30 anni fa, quando studiavo da insegnante, e lo yoga conosciuto fino ad allora si è immediatamente riempito di senso, e ha continuato a guidare la mia esistenza – e quella di chi mi stava accanto, in palestra e ovunque – fino ad oggi. Applicare anche solo uno dei 10 yama e niyama può richiedere tutta la vita, con un effetto domino che in breve ne coinvolge ogni aspetto.

Ecco perché sorrido amaro quando alle manifestazioni per il clima vedo ragazzi e ragazze con l’ultimo modello di smartphone in una mano e una lattina nell’altra, o le Nike ai piedi… Greta Thunberg, per viaggiare, l’aereo non lo prende. Non lo prende. Altrimenti le sue parole avrebbero meno potere. Ma è così per tutti. Tutti dobbiamo partire da noi, come nello yoga: prima delle posizioni c’è la vita e come la conduciamo. Per «prendere posizione» bisogna capire come si fa, altrimenti nessuno ci ascolterà, e tutti saranno subito pronti a notare le contraddizioni, che tolgono potere alle nostre, pur giuste, proteste.

Patanjali lo sapeva, Gandhi ha continuato a dirlo, con la sua frase più efficace: «Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo». L’ho vista scritta su qualche cartellone… ma con un pennarello tossicissimo e costosissimo (che è stato prodotto in una fabbrica dove lavorano persone che si sono avvelenate, che spargerà nell’aria i suoi veleni, che alla fine sarà un rifiuto che verrà bruciato continuando ad ammorbare l’aria di tutti per anni).

Pure tutto questo è violenza verso il pianeta, pure questo aumenta il riscaldamento globale, pure questo va pensato e cambiato. E pure questo era già stato detto. La domanda è: questo è violenza contro il pianeta? La risposta ci darà la direzione.


P.S.:

Gli U2, la famosa rock band irlandese, a novembre 2019 ha pubblicato un album intitolato Ahimsa, che celebra la diversità spirituale dell’India. La raccolta è stata realizzata in collaborazione col premio Oscar A. R. Rahman, “compositore indiano di colonne sonore cinematografiche (The Milllionaire e Bombay Dreams). […] L’introduzione della canzone è in lingua Tamil e dice: ‘Un brav’uomo non fa del male a nessuno. Se qualcuno provoca dolore agli altri al mattino, in qualche modo il male o il dolore arriveranno alla persona la sera. Non bisogna mai fare alcun male o ferire nessuno’ (testo tratto dalla letteratura tamil Thirukural scritto 2500 anni fa)”, “Azione Nonviolenta”, 6, nov-dic 2019, p. 45.

2 risposte a “Nonviolenza e altre a-menità (nel senso di fare a meno) | Cinzia Picchioni”

  1. Vero bello difficile ma bello e vero. Impossibile altro, a partire dal sè, dalle proprie contraddizioni, senza inutili sensi di colpa o fondamentalismi manichei. Un passo alla volta, tutti insieme fanno un cammino lunghissimo. Grazie

    • grazie cara Paola, ho sentito anche il tuo messaggio, e ho preferito risponderti qui, piuttosto che al cellulare (per ovvii motivi :-),
      mi fa molto piacere la condivisione – e il riscontro – tra chi si occupa degli stessi temi, anche per non sentirmi "folle".
      Baci
      Cinzia

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