La morte di Camus | Massimiliano Fortuna

È caduto in questi giorni il sessantesimo anniversario della morte di Albert Camus. Nonostante si tratti di uno scrittore che è stato uno dei miei amori letterari giovanili – o, al contrario, forse proprio per questo motivo – non sono in grado di scrivere su di lui un articolo capace di ricordarlo, tracciando un bilancio della sua opera e della sua vita. Del resto sarebbe forse inutile, vista la ricorrenza diversi scritti di questo tenore sono apparsi ultimamente sui giornali.

Ma non riesco a impedirmi di dire che poco tempo fa mi è capitato di rileggere uno dei suoi romanzi più noti, La peste. Libro del quale, debbo confessare, ricordavo molto poco, quasi nulla. Di sicuro non mi rammentavo della frase seguente, che Camus mette in bocca a uno dei suoi personaggi: «Ha notato che non si possono cumulare le malattie? Supponga di avere una malattia grave o incurabile, un cancro serio o una buona tubercolosi, e lei non prenderà mai la peste o il tifo, è impossibile. Del resto si va ancora oltre: non avrà mai veduto un malato di cancro morire in un incidente d’automobile».

Non mi è certo possibile sapere se Camus condividesse o meno queste considerazioni. Ovviamente non è detto che tutte le voci di un romanzo esprimano un punto di vista dell’autore. Sentendo citare la tubercolosi però non ho potuto fare a meno di pensare che Camus ne ha sofferto sin da molto giovane e che l’averla nominata potrebbe non essere stato del tutto casuale. Nel 1959, dodici anni dopo la pubblicazione de La peste, questa malattia aveva ormai reso le sue condizioni di salute molto precarie, tanto da costringerlo a rifiutare l’incarico di dirigere la Comédie Française, offertogli dall’allora ministro della cultura André Malraux. All’inizio dell’anno seguente, il 4 gennaio, Camus morì. A ucciderlo, come si sa, non fu la tubercolosi ma un incidente d’auto.

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«C’è la bellezza e ci sono gli oppressi. E per quanto difficile possa essere, io vorrei essere fedele a entrambi» (Albert Camus)

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