Iran-USA e la situazione in Iraq | Benedetta Pisani

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In seguito agli ultimi episodi di violenza tra Iran e Stati Uniti, sono diventati virali meme e vignette su una presunta imminente “Terza Guerra Mondiale” tra i due paesi, al fianco dei quali, come di norma accade nei conflitti internazionali, si sono schierati i relativi alleati storici.

In realtà, le tensioni tra USA e Iran sono tutt’altro che recenti.

Per comprendere l’origine delle ostilità è necessario fare un salto nel passato, partendo dal 1953, anno in cui il Primo Ministro iraniano, Mohammad Mossadeq, dispose la nazionalizzazione dell’industria petrolifera e, soprattutto, dei beni della Anglo-Iranian Oil Company, che sfruttava smoderatamente le ricchezze del suolo iraniano, oltre a imporre deplorevoli e disumanizzanti condizioni di lavoro al personale persiano.

In seguito alla decisione del governo iraniano, il Regno Unito rispose duramente, prima con un’intensa azione di boicottaggio, sostenuta dagli Stati Uniti, e poi con un colpo di Stato che, in una situazione economica e politica già fortemente debilitata, portò alla caduta del governo nazionalista di Mossadeq e al reinsediamento dello Shah.

Circa vent’anni dopo, nel 1979, l’Iran è stato travolto nelle mobilitazioni interne contro l’ultimo re persiano, accusato di corruzione a causa dei suoi legami con l’occidente, in particolare con l’America.

Il rancore nei confronti degli USA evidentemente è ancora molto forte e, l’attacco all’ambasciata americana e la presa in ostaggio di 50 diplomatici per 444 giorni durante la Rivoluzione Islamica, dal 4 novembre 1979 al 20 gennaio 1981, rimane senz’altro una ferita aperta.

In tutto ciò, è importante non sottovalutare la componente religiosa, una delle principali cause di tensione in Medio Oriente, soprattutto tra Iran e Arabia Saudita, la quale, non a caso, annovera fra i più forti alleati statunitensi nella regione.

Infatti, mentre l’Arabia Saudita e altri stati che si affacciano sul Golfo Persico, tra cui il Qatar, sostiene economicamente la maggioranza sunnita, rafforzando la loro assertività a discapito degli sciiti, uno degli obiettivi perseguiti dalla Iran’s Revolutionary Guard, di cui Qasem Soleimani era il Generale Maggiore, è al contrario quello di rafforzare lo Sh??a, l’Islam della minoranza sciita, in particolare in Iraq, Yemen e Libano.

Non dimentichiamo poi il celeberrimo 9/11, in seguito al quale gli Stati Uniti guidarono un’operazione militare diretta contro “la nazioni, organizzazioni o persone” accusate di aver “pianificato, commesso o favorito” gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001.

Il “caso”, poi, ha voluto che queste operazioni fossero indirizzate proprio in Afghanistan e in Iraq, geograficamente molto vicine all’Iran. Si fa strada, quindi, il sospetto che, a prescindere dalla lotta contro il terrorismo, la spedizione militare americana in Medio Oriente fosse stata guidata da ragionamenti meno lodevoli di natura meramente economica.

Anche quello è stato un conflitto armato internazionale a tutti gli effetti, nonostante i tentativi di celarne la natura attribuendogli nomignoli fuorvianti, come “guerra al terrore” o “guerra globale contro il terrorismo”.

Nel corso degli anni, le tensioni tra USA e Iran sono state aggravate dalla decisione della Repubblica Islamica di sviluppare un proprio programma nucleare per peaceful purposes (“Armi di distruzione di massa per la Pace”… Quasi superfluo commentare l’evidente distorsione linguistica).

Dopo mesi e mesi di negoziazioni, nel 2015, finalmente l’Iran ha firmato il Nuclear Deal con l’Unione Europea, la Russia, la Cina e gli Stati Uniti.

Tutto sembrava procedere (più o meno) nel verso giusto, quando l’8 novembre 2016 Donald Trump è stato eletto 58esimo presidente degli Stati Uniti d’America.

Marciando con i paraocchi sulla sua rotta imbrattata dallo slogan “America first!”, nel 2018 Trump ha dichiarato di volersi tirare fuori dall’accordo, ritendendo che non fosse adatto al perseguimento dei reali interessi del paese.

Per di più, Mr. President ha imposto, e continua a imporre, invalidanti sanzioni economiche all’Iran, il quale chiaramente non è nella posizione ottimale per poter competere con il ricco e saldamente equipaggiato esercito statunitense, e mai si è illuso di poterlo affrontare in una guerra “convenzionale”.

Ma ciò che rende l’Iran un avversario particolarmente temibile è proprio il suo approccio non convenzionale al warfare, nonché le profonde radici che, nel corso degli anni, ha piantato in tutta la regione, le quali gli consentono di compromettere le superiori capabilities americane, perseguendo la “strategia degli attacchi asimmetrici”, attuati nelle aree geograficamente più vicine, prima fra tutte l’Iraq.

È pericoloso, oltre che surreale, anche solo immaginare che una guerra in Medio Oriente possa rimanere “localizzata” in un’area circoscritta. In poco tempo, infatti, tenderà a precipitare in una spirale destabilizzante, trasformandosi in un affare d’interesse globale.

La situazione attuale è in continuo deterioramento, a partire dall’attacco da parte della Kataib Hezbollah, una milizia sciita stanziata in Iraq, che ha causato la morte di un imprenditore americano.

Non sorprendentemente, l’accaduto ha attivato una escalation di violenza, che ha raggiunto l’apice, sabato 4 gennaio, con l’uccisione del Generale Soleimani, colpito a Baghdad da un drone statunitense, a cui ha fatto seguito la risposta altrettanto violenta da parte dell’Iran.

Mercoledì scorso, poche ore dopo l’attacco missilistico lanciato dall’Iran contro due basi militari americane in Iraq, l’Ayatollah Khamenei ha dichiarato, in un live broadcast trasmesso sulla rete di Stato, che un incremento delle azioni contro gli USA non è sufficiente, e che è urgente e necessario rimuovere definitivamente la presenza militare americana dalla regione.

“What matters is that the presence of America, which is a source of corruption in this region, should come to an end”.

Questi ultimi episodi hanno infiammato ancor di più le proteste che, in Iraq, da mesi coinvolgono un gran numero di manifestanti nonviolenti, il cui obiettivo è sollecitare il Presidente della Repubblica, Barham Salih, a provvedere immediatamente alla scelta del nuovo primo ministro, senza alcun tipo di condizionamento esterno.

“We want our Iraq to be for Iraqis and we demand an indipendent government, with an indipendent presidency that works for Iraq only, not for the benefit of Iran or others”.

Purtroppo, l’attuale instabilità politica mette a dura prova il tentativo di formare un nuovo governo indipendente in Iraq. Alla guida del paese, infatti, ci sono leader ancora fortemente inconsapevoli della forza a cui l’autonomia può condurre, i quali, pertanto, continuano a percepire la presenza statunitense come elemento essenziale per poter bloccare l’influenza dell’Iran nella regione mediorientale.