Trump prepara la guerra all’Iran dal 2017 | Michele Giorgio

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Medio Oriente. L’escalation non è improvvisa, ma costruita dall’attuale amministrazione Usa fin dal suo insediamento. Smantellando l’accordo sul nucleare voluto da Obama e rispettato da Teheran e seguendo la linea degli avversari regionali della Repubblica islamica

Il presidente Usa Trump con il premier israeliano Netanyahu

Una cosa va detta subito. La grave crisi tra Stati uniti e Iran è responsabilità totale dell’amministrazione Trump. L’esortazione che lanciano alcuni «Né con gli Usa né con l’Iran» è fuori bersaglio, fuori dal contesto.

Piuttosto occorre proclamarsi contro un piano di guerra degli Stati uniti che è diventato operativo il giorno stesso in cui Donald Trump è entrato nella Casa bianca.

La memoria corta dei media occidentali in questi giorni trascura di ricordare che prima della vittoria alle presidenziali del tycoon americano i rapporti tra Washington e Tehran avevano visto un primo importante miglioramento.

A favorire la distensione dopo decenni di scontro era stata la firma, nel luglio del 2015, da parte dell’Iran e del P5+1 – i cinque paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu più la Germania – del Jcpoa (Joint Comprehensive Plan of Action), l’accordo internazionale sul programma di Tehran per la produzione di energia nucleare.

Un accordo giunto dopo anni di trattative estenuanti e dopo l’elezione a capo di Stato iraniano del moderato Hassan Rohani che aveva messo fine agli anni dello scontro tra l’ex presidente Ahmadinejad, gli Stati uniti e l’Europa.

Decisiva era stata la scelta, per certi versi storica, dell’ex presidente Barack Obama di dare il suo consenso al Jcpoa e di tendere una mano all’Iran al quale riconosceva il diritto a non vivere più sotto il regime di sanzioni economiche (e non solo) che aveva dovuto affrontare per anni e a non essere più tenuto ai margini della comunità internazionale.

Una svolta nella linea Usa che ha fatto infuriare Israele e Arabia saudita. Tel Aviv e Riyadh denunciano una presunta intenzione dell’Iran di volersi dotare segretamente di ordigni nucleari. Accusa che Tehran ha sempre smentito pur non negando di avere le capacità di poter arrivare alla bomba atomica.

Qualunque siano le intenzioni iraniane, il Jcpoa è un ottimo accordo che pone limiti decisivi all’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran (impedendo possibili deviazioni verso programmi proibiti) e stabilisce un sistema severo di controlli nelle varie fasi della produzione nucleare al quale Tehran non può sottrarsi. Accordo che è stato rispettato dall’Iran, come più volte certificato dagli stessi Stati uniti.

Su relazioni migliori con Usa ed Europa e la fine delle sanzioni, in nome del benessere della popolazione e della ripresa economica, Rohani ha puntato la sua presidenza, riuscendo a tenere a bada le pressioni dei falchi contrari al Jcpoa e che ammonivano dal «fidarsi degli americani».

Per oltre un anno si è vissuta una fase di distensione con tanti paesi, soprattutto europei, pronti a stringere intese con l’Iran. Questa fase ha avuto fine quando Trump è divenuto presidente.

Trump, personaggio che per competenze e conoscenze avrebbe difficoltà anche solo a gestire la portineria di un palazzo, ha definito il Jcpoa un «pessimo accordo» da modificare radicalmente o da annullare.

Mese dopo mese, dopo aver con riluttanza certificato più di una volta il rispetto dell’accordo da parte di Tehran, il presidente Usa e la sua amministrazione piena zeppa di guerrafondai hanno prima inferto picconate al Jcpoa e infine annunciato, nel maggio 2018, l’uscita degli Usa dalle intese del 2015 accompagnata da nuove sanzioni contro le esportazioni di petrolio di Tehran e da minacce ai paesi che manterranno rapporti con gli iraniani.

Sanzioni che si sono moltiplicate sotto le insistenti pressioni del premier israeliano Netanyahu che ha trovato in Trump un alleato di ferro e un formidabile esecutore di desideri, dopo aver inutilmente combattuto il Jcpoa sotto la presidenza Obama.

Donald Trump ha rovesciato il tavolo e i leader europei, tradendo le aspettative di Rohani e dei moderati iraniani, non hanno voluto opporsi concretamente alla sua politica incosciente.

In casa iraniana sono tornati a fare la voce grossa i falchi, ancor di più dopo l’assassinio del generale Soleimani ordinato dalla Casa bianca proprio allo scopo di chiudere l’Iran nell’angolo e spingerlo alla guerra. Denunciare chi ha innescato tutto questo è più utile degli appelli all’equidistanza.


il manifesto, EDIZIONE DEL 07.01.2020