Prima le persone. La “difesa dei confini” porta alla internazionalizzazione del conflitto libico | Fulvio Vassallo Paleologo

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Un recente rapporto dell’Associated Press ha riportato sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo la condizione terribile subita dai migranti in Libia e la collusione alimentata dai finanziamenti europei che arrivano ai trafficanti. Secondo l’AP, «Quando l’Ue ha incominciato a versare incanalare milioni di euro verso Libia per rallentare la marea di migranti che attraversano il Mediterraneo, i soldi sono arrivati con la promessa di migliorare i centri di detenzione, noti per gli abusi, e combattere la tratta di esseri umani. Non è successo. Al contrario, la miseria dei migranti in Libia ha generato una rete fiorente e altamente redditizia di imprese finanziate in parte dall’Ue e rese possibili dalle Nazioni Unite». Come conferma EURONEWS l’Italia e l’Unione Europea avrebbero riversato in Libia centinaia di milioni di euro che avrebbero dovuto finanziare i centri di detenzione “governativi”, e le attività della sedicente guardia costiera “libica”, finanziamenti che però sarebbero finiti nelle tasche delle stesse persone che si scambiavano i ruoli di carceriere e di trafficante.

Da anni si deve alle Organizzazioni non governative e a pochi coraggiosi giornalisti, adesso sotto scorta per le minacce ricevute, l’apertura di uno squarcio sulla collusione tra le milizie delle diverse fazioni libiche, in particolare di quelle schierate a sostegno del governo di Tripoli, ed i trafficanti che, ancora in questi mesi di internazionalizzazione del conflitto libico, commerciano persone migranti da una parte all’altra della Libia e torturano i prigionieri a scopo di estorsione. Una complicità, che gli organi di informazione esteri scoprono con qualche ritardo e che da tempo è suggellata dal ruolo ambivalente della sedicente guardia costiera “libica” foraggiata dai governi europei, legittimata dalla “invenzione” da parte dell’IMO (Organizzazione internazionale del mare facente capo alle Nazioni Unite) di una “zona SAR libica, e sostenuta dalle intese operative e dall’assistenza tecnica fornita dall’Italia (in base al Memorandum d’intesa del 2 febbraio 2017 e ai successivi Decreti sicurezza del governo Salvini- Conte- Di Maio). La Libia nelle sue diverse articolazioni territoriali, politiche e militari, oggi come ieri, non può garantire alcun porto sicuro di sbarco.

Chi voleva difendere i confini italiani ed europei e garantire la sicurezza attraverso il respingimento indiscriminato di tutti i migranti in fuga dalla Libia e la politica dell’abbandono in mare, attuata con l’attacco alle ONG che operavano soccorsi in acque internazionali, si ritrova all’inizio del 2020 con il Mediterraneo in guerra. Da quando nel 2016 ha firmato l’accordo con gli stati dell’Unione Europea per bloccare i profughi di guerra in Turchia, Erdogan, che sta inviando in Tripolitania milizie turche e siriane, puo’ ricattare come vuole le deboli democrazie europee ad un passo dal tracollo politico e morale. Le prime vittime sono stati i curdi del Rojava, adesso tocca ai libici ed alle persone migranti che saranno ancora di più merce di scambio tra milizie e trafficanti, che spesso, in Libia e negli stati del Sahel, sono la stessa cosa. Gli ultimi accordi tra Erdogan e Serraj, sull’alleanza militare, dopo quelli sulle zone di esclusivo interesse economico (ZEE) nel Mediterraneo orientale, sono la prova finale del fallimento delle politiche europee basate sulla esternalizzazione delle frontiere e sull’abbattimento del diritto di chiedere asilo in Europa. Sullo sfondo il disimpegno americano e la stretta intesa tra la Russia di Putin, Al Sisi in Egitto ed il generale Haftar che controlla ormai la maggior parte del territorio libico. Schieramenti che spiazzano continuamente l’ondivaga politica estera italiana, attenta soltanto alla propaganda sul blocco degli sbarchi, anche a costo di marcare la continuità con il governo Lega-Ciquestelle, al punto da trascurare gli interessi primari del paese, la pace nel Mediterraneo, e il rispetto dei diritti umani.

Gli “altolà” all’escalation militare del conflitto da parte dell’Italia e dell’Unione europea valgono meno di zero. Chi pensava di avere vinto la guerra contro le ONG e i migranti in fuga dalla Libia adesso si troverà in guerra. Come scriviamo da anni e come insegna l’esperienza del secolo scorso, l’unico sbocco del sovranismo e del nazionalismo è la guerra. Presto se ne accorgerà anche chi vota Salvini e la Meloni ed è convinto che il sovranismo proposto dalle destre costituisca l’unica garanzia per “fermare l’invasione” e “difendere i confini”.

Il nodo centrale del conflitto libico, la ragione più profonda della sua internazionalizzazione, consiste nel superamento del multilateralismo, con la conseguente crisi delle Nazioni Unite, costrette a schierarsi da una parte sola dei contendenti, dopo vari tentativi di risoluzione da parte del Consiglio di sicurezza, bloccato dai veti incrociati, e dal prevalere delle ragioni economiche dei grandi gruppi internazionali sul rispetto dei diritti umani e della vita delle persone.

Sui report giornalistici che arrivano sempre più spesso dalla Libia ( e dagli Stati Uniti) molte circostanze rimangono ancora da verificare e non è possibile dare alcun giudizio preventivo, ma nessuno dovrebbe trascurare il quadro piu’ realistico di quello che succede oggi alle persone migranti intrappolate in Libia alla vigilia dello scontro finale in Tripolitania. E nessuno racconta degli uomini, delle donne e dei minori scambiati come merce nel sud della Libia, nel Fezzan ormai sotto il controllo del genersle Haftar. In tutto il Sahel, a sud della Libia, si espande intanto la minaccia delle formazioni islamiste e dei tagliagole variamente affiliati all’ISIS. Mentre i commentatori nostrani ripropongono progetti e propositi destinati a fallire ancora una volta, basati sull’intervento di una non meglio precisata “comunita’ internazionale”, adesso che le Nazioni Unite sono schierate sul campo dalla parte di Serraj, mancano del tutto proposte mirate alla salvaguardia delle persone e del diritto internazionale, le uniche che possono aprire ancora qualche spiraglio di pace.

Prigionieri in Libia (foto UNHCR)

Occorre ritornare a una politica internazionale multilaterale che metta al centro il rispetto dei diritti umani. L’Unione Europea deve essere capace di una politica estera comune che non miri soltanto alla “difesa dei confini” e ai rimpatri di massa. Si devono riaprire canali umanitari di evacuazione dalla Libia, come si sta preparando a fare persino l’Algeria e trasferire in luoghi sicuri, subito, tutti i migranti ancora trattenuti nei centri di detenzione ancora gestiti dal Dipartimento antimmigrazione (DCIM) del governo Serraj. Non basterà certo “chiudere” alcuni centri di detenzione “governativi” e riportare centinaia di persone in Niger, senza alcuna realistica possibilità di ritrasferimento verso paesi sicuri. La situazione dei migranti in Libia è di totale insicurezzasi arriva a pagare per entrare in alcuni centri di detenzione, un modo per sfuggire alle milizie più crudeli in lotta tra loro. Non mancano neppure le proteste di chi viene abbandonato per strada a causa della chiusura del centro di detenzione nel quale si trova trattenuto.

L’intera comunità internazionale deve essere chamata a sostenere le richeste di “resettlement” avanzate dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, che i governi dei paesi occidentali trascurano sistematicamente. Se le Nazioni Unite vogliono recuperare un minimo di credibilità sullo scacchiere del Mediterraneo Centrale va cancellata immediatamente la finzione di una zona SAR “libica” affidata a una sedicente guardia costiera che corrisponde a un governo, il governo di Tripoli, e di alcune città libiche ancora alleate con Serraj, che però non controlla neppure l’intero territorio della Tripolitania. Per non parlare delle persistenti collusioni tra la stessa guardia costiera “libica” e i trafficanti come Bija a Zawia. Il governo italiano deve interrompere qualunque sostegno economico e operativo ad unità della Guardia costiera “libica” che fanno il gioco dei trafficanti.

In Italia occorre abrogare subito i due decreti sicurezza imposti con il precedente governo da Salvini, riconoscere la protezione speciale a tutti coloro che sono fuggiti dalla Libia a partire dal 2 febbraio 2017 (data degli accordi Italia – Libia) e liberare le navi delle Ong ancora sotto sequestro, si devono rispettare il principio della libertà di navigazione e gli obblighi di soccorso in mare, previsti dal diritto internazionale. A livello europeo occorre restituire FRONTEX e la missione EUNAVFOR MED alle attività di ricerca e salvataggio in mare che vanno ben oltre i compiti di intelligence e di montoraggio ancora affidati alle missioni europee nel Mediterraneo. I fondi europei, piuttosto che alle milizie libiche o a improbabili operazioni di rimpatrio di massa, andrebbero destinati a missioni di soccorso in mare. Vanno superati i veti incrociati al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ed adottare in quella sede una risoluzione sula garanzia di zone sicure smilitarizzate in Libia, in modo da garantire anche la popolazione libica residente, e sui soccorsi umanitari in mare. Tutto il resto, a partire dal rituale  rinvio a improbabili conferenze internazionali, dalla Conferenza fallita a Palermo lo scorso anno fino alla prossima Conferenza di Berlino, diventa complicità con il massacro che prosegue da anni, ma che adesso potrebbe trasformare la Libia in un gigantesco mattatoio. Good Morning Libya.