Radicalizzare lo yoga e portare la giustizia sociale sul tappetino | Stephanie Van Hook intervista Michelle C. Johnson

In un’intervista a Nonviolence Radio l’insegnante di yoga e attivista Michelle C. Johnson parla del suo libro Skill in Action

Quando penso allo yoga e alla nonviolenza, penso ai manifestanti di una dimostrazione di pazza che piantano un albero, non a un Centro di yoga. Michelle C. Johnson mi ha fatto cambiare idea.

Considerate questo: lo yoga è ben più delle posizioni che facciamo per allungare i nostri corpi. È più della costosa iscrizione (e anche delle costose attrezzature) per frequentare un corso di yoga presso uno studio. Lo yoga è – come descritto nel classico testo indù, la Bhagavad-Gita – «abilità nell’azione» [Skill in Action, appunto, come il titolo del libro, NdR], un percorso per riconoscere la nostra profonda interconnessione e guarire le nostre divisioni.

Ascoltate le intuizioni di Michelle C. Johnson sul potere di radicalizzare la pratica dello yoga per far arrivare il duro lavoro della giustizia sociale sui nostri tappetini e nel resto della nostra vita (e anche se non fai yoga questo è per te).

Stephanie: benvenuti a tutti in un altro episodio di Nonviolence Radio. Sono la vostra conduttrice, Stephanie Van Hook*, e sono qui in studio col mio co-conduttore e giornalista Michael Nagler. Nonviolence Radio esplora il potere della nonviolenza attiva, e oggi stiamo parlando con Michelle Cassandra Johnson, che è con noi dalla Carolina del Nord. Benvenuta in trasmissione, Michelle.

Michelle: grazie mille per avermi invitato.

Stephanie: sei un’insegnante di yoga. Sei un’attivista per la giustizia sociale. Sei un’assistente sociale clinica autorizzata e operi come formatrice per debellare il razzismo. Nel tuo libro Skill in Action [Abilità in azione, NdR], di cui vogliamo parlare oggi, spieghi anche dei corsi di formazione per queste attività, e speriamo di sviluppare ciò che si trova all’interno del libro, anche per vedere quanto siano importanti quei corsi di formazione nel nostro mondo, specialmente nell’attuale clima politico.

Leggendo Skill in Action ho avuto l’impressione che il tuo approccio allo yoga sia più che hatha yoga, più che semplicemente fare le posizioni dello yoga. Mi chiedevo se potessimo iniziare da lì. Come percepisci lo yoga quale strumento per la giustizia sociale?

Michelle: io sono arrivata al training per insegnanti di yoga proprio come formatrice anti-razzismo. Avevo già uno sguardo da attivista, l’esperienza per parlare del potere e di come è stato costruito, dell’identità e di come la cultura abbia creato le nostre identità e mi abbia reso consapevole; ho quella lente. E sono una donna di colore, quindi ho anche quell’obiettivo. Sono entrata così alla formazione per insegnanti di yoga. E lì è davvero scattato un «click», l’idea dell’intersezione tra yoga e giustizia: quando il mio insegnante, esaminando la filosofia yoga, ha parlato in particolare di due passi del «Percorso di Otto Passi» [Ashtanga Yoga, noto anche come Yoga di Patanjali, è in 8 anga (passi, membra, gradini), NdR]; uno che è chiamato yama e uno che è chiamato niyama.

Gli yama riguardano proprio il modo in cui trattiamo le altre persone. I niyama riguardano maggiormente il modo in cui trattiamo noi stessi; sono considerati come principi etici nella pratica dello yoga.

Un esempio di yama – perché è lì che mi sono davvero sentita connessa – è la nonviolenza, in sanscrito ahimsa; l’altro yama è satya, la verità e ce ne sono altri sull’avidità e il non rubare. Quando li ho sentiti, letti e studiati con gli altri ho pensato: «Sono molto sensati come modo per creare davvero un mondo giusto. È in quel modo che si può arrivare alla giustizia che vogliamo creare in questo mondo».

È lì che ho iniziato a pensare davvero a come intersecare queste cose?

Un altro momento in cui ho approfondito la mia curiosità sulle interazioni tra giustizia e yoga, è stato dopo aver partecipato a diverse lezioni di yoga in cui ero l’unica persona di colore nella stanza… ed è stato simile alla mia esperienza di interfaccia con altre istituzioni e non essere rappresentata, non essere ascoltata, non necessariamente essere vista.

Negli spazi yoga ho iniziato a chiedermi seriamente perché – con più persone di colore, persone con disabilità e persone di età diverse – lo spazio non fosse più diversificato. Mi sono proprio resa conto che quegli spazi riflettono il modo in cui altre istituzioni sono state costruite. Questo mi ha fatto riflettere sul mio addestramento all’antirazzismo e all’anti-oppressione. Mi ha fatto pensare all’industria dello yoga rispetto all’essenza della pratica.

L’essenza dello yoga è come gli yama e i niyama in cui entriamo, impariamo la meditazione, ci muoviamo attraverso l’essere umano, giusto? L’industria dello yoga è più come il capitalismo, in cui lo yoga è diventato un business, che a mio avviso replica solo i modi in cui le persone, nel sistema, sono continuamente emarginate.

Stephanie: in un certo senso, il sistema capitalista rafforza la pratica materialista, come a dire: «Si tratta solo di come si guarda all’esterno, di come si adatta il proprio corpo», ma questo non ha nulla a che fare con l’intenzione di ciò che hai disegnato nella tua formazione e nel tuo libro Skill in Action, cioè di andare oltre il tappetino da yoga, usando lo yoga come una via di accesso, come una porta per vivere il mondo in un modo più giusto.

Michelle: sì. In parte è come concentrarsi maggiormente su di noi, che è ciò di cui stai parlando e che è movimento. È così che molte persone si avvicinano alla pratica qui in questo paese. E poi penso che in parte riguardi chi ha accesso al benessere, giusto? Chi ha accesso allo yoga? Frequentare costa denaro; costa un corso di formazione per insegnanti di yoga. Per avere una pratica continua quando puoi studiare con un insegnante, devi investire su quello.

Penso a chi è stato escluso e a chi non ha accesso allo yoga. È lo stesso quando pensiamo ad altre istituzioni, come l’assistenza sanitaria. Chi non ha accesso all’assistenza sanitaria, all’istruzione o alle risorse? E così guardo allo yoga in quel modo, che è simile. Com’è lo yoga, perché è un business per così tante persone, come è potuto diventare simile ad altre istituzioni e in che modo si sono replicate le barriere (o se ne sono create) per le persone, cosicché non possano effettivamente impegnarsi in questa pratica?

Stephanie: ciò che sento dire anche da te è che quando cambiamo punto di vista e iniziamo a esplorare un Centro yoga e la pratica come spazi per la giustizia sociale, diventano in realtà più appaganti, vediamo che c’è altro da scoprire, che c’è qualcosa di magico che può accadere in quegli spazi, qualcosa di sacro… Puoi parlarcene?

Michelle: Sì. Penso che per me si tratti di vivere davvero la verità universale che lo yoga mi ha insegnato, che cioè non c’è separazione. Se non c’è separazione per me, significa che devo prestare attenzione a ciò che sta accadendo al di fuori dello spazio yoga. Devo prestare attenzione a quello che sta succedendo nella mia comunità, nel mio Stato, nel mondo, giusto? E nel nostro paese. E quando dico «Prestate attenzione», intendo che occorre guardare chi non è nella stanza e chi non vi ha accesso. Devo capire di più sulle questioni sociali che stanno accadendo. Devo capire perché le persone sono isolate e si sentono isolate. Perché questo è uno dei motivi per cui soffriamo, giusto? Secondo il percorso yogico, uno dei motivi per cui soffriamo è l’isolamento. Crediamo di essere soli.

Ci sono istituzioni che in realtà fanno in modo che le persone siano sole nella loro sofferenza, lasciandole senza risorse nel loro con malessere e senza curarle. L’idea di non separarsi è che ogni volta che entro in uno studio di yoga e calpesto il mio tappetino, o anche quando faccio pratica a casa, sto pensando a chi è fuori da casa mia o fuori dalla sala yoga.

Penso che sia la mia pratica, che non ci sia separazione. Non si tratta solo di non esserci separazione tra me e le altre persone nella stanza, è una consapevolezza di chi attualmente non è autorizzato a trovarsi in questa stanza, di chi non sembra che possa essere qui, comunque. Penso che le persone desiderino avere spazi per parlare di ciò che sta accadendo nelle loro comunità, nella loro cultura e nel loro paese. Penso che la gente li stia cercando.

Sento che alcune persone sono invitate a entrare negli spazi yoga per sfuggire a ciò che sta accadendo fuori dalla stanza. Per me quello non è yoga. Quando invito le persone a considerare che la pratica riguarda qualcosa di molto più grande di loro, penso che questo permetta loro di iniziare a capire di essere in relazione con altre persone che vivono su questo pianeta, che abbiamo una responsabilità reciproca. Abbiamo la responsabilità di prenderci cura gli uni degli altri. Penso che sia davvero ciò che sto ispirando le persone a pensare ed elaborare.

Stephanie: penso che a ispirare sia anche tu. Nella mia esperienza col tuo libro – che mi ha spinto a pensare a questo tema più profondamente – sento che il tuo intento è arrivato. Perché sei così pratica, e tutto è proprio così, qualcosa del tipo «Sì, lo è». Ma quando sono entrata nei Centri yoga, mi è stato detto, prendendo posto sul mio tappetino, «Lascia tutto fuori dalla stanza, fuori dalla stanza. Dimentica tutto quello che è successo nella tua giornata. Questo è dove sei adesso». Puoi parlarcene? È questa la tua direzione? Cioè: quando andiamo nello studio di yoga, stiamo portando i nostri corpi. Stiamo portando le nostre esperienze del giorno. Stiamo portando le sfide che la società sta affrontando con noi. Non andiamo nello spazio yoga per isolarci dal mondo.

Michelle: giusto. Sì. Questo è sicuramente ciò che offro alle persone. Oltre a una pratica di radicalizzazione, invito gli studenti a stare nel momento presente con ciò che è; e quando lo dico intendo di stare nel presente invece di essere nel passato e provare rimpianto o andare verso il futuro e anticipare. L’ho detto più volte in classe. E quando invito le persone ad essere nel momento presente, sto davvero dicendo: «Sii con ciò che è», con tutto ciò che hai appena nominato, con le cose che abbiamo vissuto durante il giorno, con ciò che sta succedendo nelle nostre comunità, con le cose di cui siamo preoccupati e le cose che ci spezzano il cuore, giusto? Invito le persone a essere presenti a questo. E poi a muoversi con quello invece di evitarlo o negarlo. Invito le persone a vedere che hanno una relazione con ogni essere che li circonda, le persone in questo spazio e le persone al di fuori di questo spazio.

Penso che possiamo fare entrambe le cose contemporaneamente. Penso che questo ispiri le persone a cominciare davvero a chiedersi: «Di che cosa si tratta? Che cos’è questa pratica e a cosa serve?» E se non si tratta solo di un principio e di un’esperienza individuali, come posso tradurlo nel collettivo e nel mio rapporto con le persone e tutti gli esseri sul pianeta?

Stephanie: proprio ieri stavo leggendo, nell’ultimo numero di «Yes! Magazine», della costruzione di ponti. E John Powell (dell’Haas Center for Inclusion and Diversity – Centro Haas per l’inclusione e la diversità [NdR] – presso l’UC Berkeley) ne stava parlando come di una metafora. Sapete? I ponti, noi camminiamo sui ponti. E c’è l’opposto della costruzione del ponte che è la rottura del ponte. Mi ha fatto pensare alla pratica dello yoga, alle posizioni «letterali» – come appunto proprio la postura del ponte – e al modo in cui gli asana [le posizioni dello yoga, NdR] vadano oltre il semplice allungamento dei nostri corpi, quando pensiamo che la posizione ci stia effettivamente chiedendo di incarnare quel momento, del più grande valore spirituale della costruzione di un ponte, di essere il ponte! Anche tu esplori questo aspetto nella tua pratica yoga, che cioè queste posizioni ci invitino a incarnarne il valore?

Michelle: sì. Penso che lo facciamo con la posizione del ponte o con qualsiasi apertura del cuore. Cosa significa in realtà nel tuo cuore essere vulnerabile ed essere coraggioso? E aprirti a qualcosa? Anche se non lo capisci completamente, anche se stai cercando di amarlo, ma lo costringi in modo che non si apra? Com’è praticare l’apertura invece di ritirarsi? Le persone vengono sopraffatte da ciò che sta succedendo culturalmente, e talvolta si ritirano, se ne hanno il privilegio. Non tutti ce l’abbiamo.

Poi penso a posizioni come quelle in avanti, che riguardano l’umiltà. Che cosa significa essere umili e fare questo lavoro e impegnarsi in una pratica che riguarda qualcosa di molto più grande di noi e che ha la capacità di cambiare il modo in cui siamo, individualmente e collettivamente?

Quindi penso che il corpo incarnato sia davvero potente, perché aiuta molte persone nella pratica. C’è un modo per praticare yoga con la parte asana, incarnata, proprio come individuo, e c’è un modo per applicarlo a come stiamo nel mondo, giusto? Penso che possa sembrare facile per le persone quando lo faccio, e non lo è.

Ho dovuto pensare e studiare davvero i princìpi, e stare davvero nel mio corpo, collegandomi a cosa si prova a muoversi in una posizione di apertura del cuore quando non voglio farlo. Perché il mondo sembra completamente opprimente, e non sono sicura di cosa fare. Mi sento vulnerabile come una persona di colore che vive in questo momento. E così, com’è sporgersi?

Decisamente parlo di queste cose e spingo le persone a una pratica fisica, radicata, che è più grande dell’effettivo movimento meccanico. Non si tratta solo di dove metto la mano. È come metto la mano. Che cosa significa che la sto appoggiando sul tappetino con intenzione? In che modo ciò può tradursi in intenzionalità quando interagisco con le persone – persone che non conosco e persone con cui ho rapporti?

Stephanie: bellissimo. Parli anche del consenso con i corpi di altre persone nella stanza. Puoi parlarcene? Penso che ci sia qualcosa che sblocca una comprensione più profonda della nostra relazione con le persone in quel contesto.

Michelle: ci sono state anche molte cose che emergono dalla cultura del consenso negli spazi yoga a causa di una storia di confini e persone che iniziano a vedere l’insegnante che non rispetta i confini e i corpi degli individui. Questo sta creando una cultura del consenso. Quello che ho scritto nel libro è che abbiamo bisogno di ottenere l’autorizzazione se vogliamo aggiustare fisicamente le persone, mettere le mani su di loro e spostarle in qualche modo. Dobbiamo creare una cultura in cui possiamo parlare del tatto, in cui le persone possano sperimentarlo se lo desiderano, e noi dobbiamo chiedere il permesso. Le persone hanno il diritto di cambiare idea in qualsiasi momento della pratica e ci sono diversi modi per farlo: possono avere delle «carte di consenso», o delle piccole pedine da mettere sul tappetino (o altri sistemi di comunicazione) per dire: «Sì, sto bene con un aggiustamento» o, «No, non sto bene».

Altro di cui ho scritto riguarda l’essere in un corpo nero, la richiesta di aggiustare il mio corpo, e di essere consapevole tutto il tempo di come «il bianco» sia stato prioritario e costruito. Molte volte, fuori dallo spazio yoga, mi viene chiesto di cambiare. Mi viene chiesto di tacere. Mi viene chiesto di parlare per le persone, di parlare di più perché rappresento ogni persona di colore, che io non sono, giusto? Mi viene chiesto di spostarmi.

Nel libro c’è una storia a proposito di un fermo da parte di un ufficiale di polizia, di come mi sentivo… come se non potessi muovermi a causa di ciò che stava succedendo nella cultura. Non sapevo quali sarebbero state le conseguenze se mi fossi mossa in un certo modo. E sai, molte persone me ne hanno parlato nel libro, perché non ci avevano mai pensato in quel modo.

Così, quando sono in una sala yoga, anche avendo acconsentito ad essere toccata, se l’insegnante mi aggiusta continuamente, potrei sentire che qualcosa non va. L’altra cosa che succede è che perdo il libero arbitrio. C’è autodeterminazione anche in questa pratica per le persone, su come si muovono. Penso che a volte gli adattamenti portino via il libero arbitrio. Perfino mentre stiamo provando ad approfondire l’esperienza della pratica possiamo togliere il potere in quei momenti; soprattutto se non stiamo prendendo in considerazione le identità delle persone, né il modo in cui chiedere loro di cambiare forma; chi chiede lo sente culturalmente in un modo, ma l’altro sente di essere qualcosa di diverso. Ciò significa che in realtà non possiamo essere come siamo. Dobbiamo essere qualcosa di diverso da noi. Soprattutto se non stiamo prendendo in considerazione le identità delle persone né il modo in cui chiedere loro di cambiare forma, la richiesta potrebbe essere percepita in modo diverso, culturalmente: può sembrare che la richiesta sia di essere qualcosa di diverso, il che significa che in realtà non possiamo esserlo. Dobbiamo essere qualcosa di diverso da noi. Questo succede alle persone che sono continuamente emarginate, e mi piacerebbe che gli insegnanti di yoga avessero quel modo di vedere: non avere paura di toccare chi lo consente, avere uno sguardo per capire che la mia esperienza non è come quella di tutti gli altri, e che quindi potrei percepire un aggiustamento in modo diverso rispetto a qualcun altro.

Stephanie: ascoltare il modo in cui trasmetti quel che può accadere in un sala yoga apre la porta alla nostra intera cultura. Parli di radicalizzare la nostra pratica yoga, e di come la sala yoga rappresenti un microcosmo del più ampio ambiente culturale. Quando lavoriamo bene in quella piccola area, stiamo in qualche modo influenzando la cultura intera; possiamo creare spazi in cui praticare yoga facendolo bene, cosicché diventi una forma di attivismo per la giustizia sociale gestibile, per di più, perché non riguarda un enorme gruppo composto da persone qualunque. Si è concentrati su un pubblico specifico composto da professionisti dello yoga, in studi di yoga. E in quegli spazi, stai dicendo: «Andremo insieme, qui, verso il passo successivo».

Ti senti in quel modo o ti senti diversamente al riguardo?

Michelle: sì, penso che molto di ciò che offre Skill in Action sia il lavoro interiore, il lavoro di trasformazione interiore. Stiamo facendo quel lavoro interiore nel processo di gruppo. Quando vado a condurre un seminario, è lavoro interiore, siamo in un gruppo, abbiamo identità diverse. Stiamo facendo pratica di cosa significhi superare le differenze in tempo reale mentre facciamo il lavoro interiore. Il lavoro interiore riguarda la riflessione. Riguarda anche il movimento. Si tratta di relazione. Si tratta di persone che fanno domande che possono essere imbarazzanti o disordinate, e di me che occupo lo spazio e rispondo, stando in relazione con loro in quel momento.

Le persone guardano come rispondo. Se qualcuno dice qualcosa che mi ha fatto del male, come posso rispondere in quei momenti? Non sono perfetta. Mi esercito e basta. Ho avuto molta esperienza nel cercare di rimanere radicata e centrata su queste persone, che potrebbero fare o dire qualcosa che proviene davvero dalla loro mancanza di consapevolezza o dal loro condizionamento culturale. Ho fatto molta pratica: respiro soltanto, trovo risorse in me stessa, e quindi rispondo.

Penso che tu abbia descritto come succede. So che una volta lasciato un seminario, le persone hanno più domande di quelle che avevano quando sono entrate. C’è un effetto a catena, escono e ne stanno parlando. In sostanza, sto offrendo un quadro anti-oppressione e anti-razzismo nel contesto di uno studio di yoga mentre ci muoviamo attraverso le posizioni e la pratica. E, come ho detto, stiamo facendo un lavoro interiore contemporaneamente a un processo di gruppo.

Stephanie: voglio ricavare alcuni suggerimenti per i nostri lettori di questa intervista dai Top Five Tips di Michelle Cassandra Johnson; così da incorporare concetti di eliminazione del razzismo, praticando Skill in Action nella loro vita, indipendentemente dal fatto che siano praticanti di yoga. Una delle cose che ti ho sentito dire – penso – è che trasferisci la tua esperienza personale nella pratica, e non lo fai per qualche motivo scollegato, ma lo fai per autorealizzazione, in un certo senso per aprirti. Ti sento anche parlare di praticare la respirazione, come altre idee da buttare lì, ma hai qualche consiglio per i nostri ascoltatori su come applicare alcune di queste idee nella vita quotidiana?

Michelle: sì, il libro propone delle pratiche dopo ogni sezione; mi sembra che ci siano in particolare 5 meditazioni, anche se tutte le pratiche contengono la meditazione. C’è anche un’attività in cui le persone pensano all’identità che incarnano; anche il libro tratta le identità, quelle assegnate dalla cultura o quelle oppresse; ma nell’attività proposta le persone pensano proprio a loro stesse, riflettendo sul fatto di essere in una posizione privilegiata per operare un cambiamento basato sulla loro identità e su chi sono. Non sto dicendo quali siano le loro identità, ma offro un quadro di linguaggio e di oppressione. Non sto dicendo che cosa devono scrivere le persone, non lo sto prescrivendo. Penso che tutto questo si riferisca a una pratica chiamata «posizione sociale».

Guardando realmente, quale identità sto portando in questo spazio? Qual è il contesto? Come è stato creato questo spazio? Chi altro c’è in questo spazio che è come me? Se lo so, chi altro è diverso da me? Soprattutto se avremo una conversazione che solleverà ogni tipo di conflitto o prospettive diverse, o stiamo facendo pratica per superare le differenze, la posizione sociale riguarda davvero il modo in cui mi sto presentando in questo spazio; e anche la strategia che metto in atto per rispondere non appena si presenta qualcosa. Certo, ci vuole tempo; perciò la prima cosa è notare la tua identità, poi trovare altre informazioni su ciò che la cultura dice sulle identità. Scopri quelli a cui è stato assegnato il potere, e quelli a cui è stato strappato il potere dalla cultura, giusto? E poi nota come ciò influisce sul modo in cui ti mostri in spazi diversi. Quella consapevolezza è come una pratica costante.

Un’altra pratica è notare come interagisci con persone diverse da te, come rispondi a persone diverse da te, e cosa deve essere diverso? Insieme a ciò, notare le persone che possono avere un’esperienza diversa e lavorare con la sofferenza. Un’altra cosa da considerare è che questo lavoro riguarda l’autorealizzazione, è come il lavoro della mia anima. Questo è il mio dovere nel mondo. Questo è così per il collettivo. Penso sempre al collettivo. E sì, la mia vita può trarne beneficio in qualche modo. Mentre parlo di antirazzismo, anche solo menzionandolo lo sto sperimentando.

Si tratta in realtà della consapevolezza di essere collegata ad altri esseri e che ho il mio lavoro da fare; e ciò è collegato al modo in cui il cambiamento accadrà collettivamente. Ci penso sempre. Non è un’esperienza individuale per me, non è così, è legato a qualcosa di più grande. Chiederei alle persone o le inviterei a pensare a com’è qualcosa che è più grande di loro, perché può radicarli in questa pratica.

E l’altro suggerimento è di procurarsi risorse col respiro e di creare spazio per far respirare le persone. Questo è il frame che uso. Che cosa significa che alcuni di noi non riescono a respirare e come possiamo fare spazio per respirare?

L’ultimo consiglio è (non è facile, vero?) per le persone che vogliono impegnarsi nel lavoro interiore: in qualsiasi lavoro di trasformazione interiore, in particolare se è di gruppo e se si svolge attraverso le differenze, le persone devono ritenersi impegnate nel lungo periodo. Quando diventa difficile, e le persone vogliono ritirarsi perché sopraggiungono le sfide, invito tutti a supportarsi. Questa è una pratica. Questa è la pratica della resilienza. La pratica spirituale nello yoga può effettivamente supportarci nell’essere resilienti. Ecco, questo è l’ultimo suggerimento che offrirò.

Stephanie: sono belli. Stiamo esaurendo i tempi e sapevo che sarebbe stata un’intervista troppo breve e rapida perché c’è tanto da dire. Non abbiamo ancora parlato nemmeno della Bhagavad-Gita e di come includi l’idea che siamo tutti Arjuna in quella storia. Puoi brevemente raccontare la storia di Arjuna e la rilevanza e ispirazione che hai trovato nella storia di questo principe guerriero narrata nella Gita?

Michelle: sì. Inviterò le persone a procurarsi una copia della Gita, una traduzione della Bhagavad-Gita. C’è anche un libro intitolato The Warrior Self, di Ted Cox, che non ne è proprio una traduzione diretta; prende alcuni versetti dalla Gita, li traduce e scrive anche su come rispondere in questi tempi in cui c’è una guerra interna in corso in un mondo esterno. La Gita parla proprio di questo. Arjuna è un guerriero. Krishna è la sua guida. Il dharma di Arjuna è combattere una guerra, ma conosce persone di entrambi gli schieramenti, e non vuole combattere.
La Gita dice sempre la stessa cosa in modi diversi. Krishna sta insegnando ad Arjuna una pratica che lo aiuterà a sostenere il suo dharma e a vivere nel suo dharma, e lo fa in diversi modi. La Gita evidenzia anche come Arjuna resista al suo dharma e, infine, come si muova in esso e come si muova verso il suo dovere.

E così la Gita per me è ciò che ho detto prima sul mio dovere, come se ci fosse uno scopo più elevato per noi che siamo qui; comunque la gente ci pensa: c’è un qualche motivo per cui siamo vivi in questo momento e abbiamo un ruolo. La Gita parla davvero di yoga praticabile. Si tratta davvero di giustizia.

E quindi, come viviamo nel nostro ruolo giacché al momento occupiamo uno spazio sul pianeta? Cosa notiamo a proposito delle resistenze e che cosa ci riporta sul percorso? C’è molto di più sulla Gita. Ma nel libro ho scritto di come tutti noi siamo Arjuna. Siamo tutti Arjuna in questo momento, dato quello che sta succedendo nella nostra cultura. Dobbiamo rispondere, e possiamo farlo in diversi modi: fa parte di questi modi la pratica di scoprire il nostro dharma, il modo per fare il nostro dovere, e quello per creare il cambiamento.

Stephanie: siamo con Michelle Cassandra Johnson, autrice di Skill in Action. Radicalizing Your Yoga Practice to Create a Just World, come possono le persone essere più coinvolte nel tuo lavoro, avere il tuo libro, restare in contatto?

Michelle: mi trovate in www.michellecjohnson.com, il mio sito in cui si può anche richiedere il libro, conoscere i molti eventi, vedere i miei viaggi e le lezioni che tengo in tutto il paese, i podcast e le interviste e molto altro ancora, con molte buone informazioni e consigli a proposito del lavoro di cui abbiamo parlato finora. È il modo migliore per trovarmi.

Stephanie: fantastico. È stata una benedizione averti con noi. Grazie mille.

Michelle: grazie mille.


Trascrizione di Matthew Watrous


Stephanie Van Hook è direttrice esecutiva del Metta Center for Nonviolence di Petaluma, California, e autrice di Gandhi Searches for Truth: A practical Biography for Children. Vive al Blue Mountain Center of Meditation e può essere raggiunta scrivendo a: [email protected].


Nonviolence Radio | Stephanie Van Hook, November 26, 2019

Titolo originale: https://wagingnonviolence.org/metta/podcast/yoga-michelle-johnson-skill-in-action/

Traduzione di Cinzia Picchioni per il Centro Studi Sereno Regis

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