Da Torino al Kuwait, il vero costo del produrre armi | Benedetta Pisani

A partire da settembre 2019, la Città di Torino, in collaborazione con l’Università e il Politecnico, ha aperto le porte alla multinazionale italiana dell’aerospazio, Leonardo, la quale avrà accesso all’uso gratuito di un’area industriale di 230mila mq, situata tra corso Francia e corso Marche, per trent’anni.

Operante nel progetto di collaborazione tra Italia, Regno Unito, Germania e Spagna, la Leonardo produce velivoli Typhoon, il “bimotore, supersonico” impiegato non solo nell’Aeronautica militare dei quattro paesi partner, ma anche da clienti internazionali, tra cui il Kuwait, ultimo arrivato nella TOP 5, al fianco di Arabia Saudita, Austria, Oman e Qatar.

La filiera generata sul territorio torinese sarà destinata proprio alla realizzazione dei 28 eurofighter ordinati dal Kuwait.

Il capo della Divisione Velivoli, Lucio Valerio Cioffi, si è mostrato particolarmente fiducioso ed entusiasta rispetto agli effetti che la filiera generata sul territorio torinese, del valore di circa 400 milioni di euro e con più di 4.000 dipendenti, avrà nel posizionamento dell’aerospace italiana nell’economia mondiale.

«Il Piemonte è stato la culla della tradizione aeronautica del nostro paese ed è qui che si sono sviluppate alcune tra le più importanti aziende aeronautiche del nord Italia come SIA, Pomilio, Ansaldo Aviazione, la cui eredità oggi fa parte di Leonardo.
Insieme ai nostri fornitori – ha spiegato Cioffi – generiamo valore economico e sociale sul territorio. Nel nostro sito produttivo di Caselle Torinese stiamo realizzando l’eurofighter Typhoon ordinato dal Kuwait, il più avanzato che sia mai stato prodotto».

Grande valore economico e sociale, ma a che costo?

In base all’indice di militarizzazione globale (Gmi), dal 1990, il Medio Oriente e il Nordafrica sono le regioni più militarizzate del mondo.

A partire dal 2010, con lo scoppio della primavera araba, questa militarizzazione ha conosciuto un aumento esponenziale, comportando gravi difficoltà economiche nei territori coinvolti nei conflitti, messi a dura prova da un devastante declino del prezzo di gas e petrolio, nonché da onerose spese addizionali per la difesa, non solo in termini assoluti ma anche in percentuale sui bilanci degli Stati.

Il piano politico perseguito dai paesi della penisola araba più attivi nella corsa agli armamenti, tra cui l’Arabia Saudita, l’Egitto e gli Emirati, è di assumere il controllo della politica interna rafforzando gli apparati militari degli eserciti in forte espansione.

Negli ultimi anni, anche il Bahrein e il Kuwait hanno ripristinato il servizio militare obbligatorio, al fine di dar vita a un grande esercito. E una volta creato un grande esercito, la tendenza è quello di usarlo.

Il Kuwait ha avuto un ruolo di primo piano nel mediare la crisi del Golfo, scoppiata il 5 giugno 2017, quando Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto hanno interrotto le relazioni diplomatiche con il Qatar, accusandolo di aver finanziato e sostenuto le organizzazioni terroristiche. Inoltre, il governo ha elaborato un piano nazionale, in collaborazione con i Ministero dell’Informazione, dell’Educazione, della Gioventù e degli Affari Islamici, finalizzato rafforzare la sicurezza nazionale attraverso l’esortazione alla moderazione e il contrasto alla radicalizzazione.

Quando è stato alla presidenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per il mese di giugno 2019, inoltre, il Kuwait è riuscito ad ottenere il consenso dei 15 membri per la risoluzione n. 2474, la prima in assoluto a richiedere l’implemento di strumenti adeguati di ricerca dei civili scomparsi e dei prigionieri di guerra, al fine di garantire un’effettiva soluzione dei conflitti.

Nonostante questa apparente attenzione al tema del contrasto all’estremismo violento, proprio il Kuwait è destinatario dei 28 eurofighter di ultima generazione che verranno prodotti sul territorio torinese.

Gli stessi paesi che si propongono come mediatori di pace in Medio Oriente, sono quindi anche i maggiori acquirenti/venditori di armi?

La logica che guida questi processi perversi di compravendita è semplice: vendere armi aiuta lo sviluppo dell’industria manifatturiera locale e possederle rafforza gli apparati militari, aumentando in entrambi i casi il controllo sulle dinamiche interne e regionali.

In teoria, sarebbe possibile usare questa influenza come strategia di risoluzione dei conflitti che, da anni infiammano il Medio Oriente e il Nordafrica. Ma si tratta di una mera illusione, che s’infrange nello scontro con una realtà tutt’altro che fiabesca, in cui non ci sono eroi, né vincitori.

La produzione di armi e di strumenti da guerra non lascia di certo sperare nella concreta e tempestiva riduzione delle tensioni. E la decisione della Città di Torino deve sollecitare una riflessione più profonda di quella meramente quantitativa e locale, alla luce delle conseguenze qualitative che la costruzione di ogni Typhoon avrà a livello internazionale.

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