In morte di Anna Bravo

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Anna Bravo al Sereno Regis

In ricordo di un’amica | Angela Dogliotti

Ieri è improvvisamente mancata Anna Bravo. È una tristissima notizia, che ci sorprende e ci addolora.

I miei ricordi su di lei risalgono al periodo in cui ero matricola all’Università (1967/68) e lei era assistente di Storia contemporanea del professor Guido Quazza. Feci il mio primo esame universitario sulla storia della prima guerra mondiale, sui testi di Forcella e Monticone (1968), che avevano documentato l’opposizione dei militari alla guerra attraverso i processi subiti dai soldati, e di Piero Melograni (1969) sulla storia politica della Grande Guerra. Le vicende del ’68 torinese ci fecero reincontrare , perché lei era una degli assistenti che sostenevano la lotta degli studenti.

Negli stessi anni, portò la solidarietà dei Proletari in divisa, un’aggregazione nata all’interno di Lotta Continua, cui lei aderiva, ad Achille Croce, Beppe Marasso, Piercarlo Racca e altri nonviolenti in sciopero della fame ai giardini Carlo Felice, per chiedere il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza al servizio militare, ottenuto poi con la legge del 1972.

Poi ci perdemmo di vista. Lei divenne docente di Storia Sociale all’Università di Torino e grande fu la mia sorpresa quando, durante un convegno sulla resistenza e la deportazione, la sentii citare il concetto di “resistenza civile”, che aveva scoperto nell’ambito degli studi di storia orale di cui si era a lungo occupata.

Ci ritrovammo. Partecipò ad un corso di aggiornamento per docenti, insieme alla cara amica Anna Maria Bruzzone, che il Centro Studi Sereno Regis  aveva organizzato  insieme all’Istoreto, sulla resistenza civile durante la seconda guerra mondiale, al quale intervenne anche il ricercatore francese Jacques Semelin, che aveva scritto un testo fondamentale in questo ambito,  Senz’armi di fronte a Hitler, pubblicato in Italia da Sonda nel 1993.

Da allora in poi, Anna ha continuato ad approfondire questo tema, con convinzione crescente, pubblicando splendidi lavori, che hanno contribuito a diffondere questa interpretazione della resistenza anche a livello accademico. Ricordo solo il libro scritto a quattro mani con Anna Maria Bruzzone, In guerra senza armi. Storia di donne. 1940-1945 (1995) e l’ultimo suo lavoro di ampio respiro su questo tema, La conta dei salvati. Dalla Grande Guerra al Tibet: storie di sangue risparmiato (2013).

Aveva partecipato diverse volte a interventi e convegni organizzati dal Centro Studi Sereno Regis. Per motivi di salute, con molto dispiacere non aveva potuto intervenire, lo scorso anno, al convegno Una controstoria del Novecento per costruire politiche di pace e al corso di aggiornamento per docenti  collegato alla Mostra Cento anni di pace, come era stato previsto.

Solo la scorsa settimana, aveva invece risposto positivamente all’invito di dialogare con Giuliano Pontara nel convegno Gandhi after Gandhi organizzato dall’Università di Torino, in occasione del centocinquantesimo anniversario della nascita del Mahatma. Anche per questo la notizia della sua morte improvvisa ci ha colpiti in modo particolare.

Grazie, Anna, per il tuo lavoro e la tua vicinanza. Ci mancherai.

Un ricordo affettuoso anche da parte di Beppe.


Anna Bravo, storica del sangue risparmiato | Enrico Peyretti

Nel rimpiangere di vivo cuore Anna Bravo, morta improvvisamente l’8 dicembre, trovo una delle sue parole che riassume bene la sua passione e la sua intelligente ricerca storica delle azioni di vita  invece che di morte organizzata dalla guerra: « È un’idea malsana che quando c’è guerra c’è storia, quando c’è pace no. Il sangue risparmiato fa storia come il sangue versato» (p. 14 e 17 di “La conta dei salvati”).

Anna è la benemerita storica torinese che ha scritto sulla Resistenza, sulle donne, sul Sessantotto valorizzando l’altra faccia della storia, quella più umana, più promettente . Chi non letto e amato i suoi libri, li cerchi, e troverà lo sguardo “diverso” che occorre sempre per aprire vie nuove rispetto alla passiva registrazione dei fatti che si impongono con clamore o violenza.

Cinque giorni prima di morire, come nessuno avrebbe immaginato, al convegno internazionale “Gandhi after Gandhi”, nel CLE, era stanca ma sempre gioiosa di lavorare con gli amici. Per fortuna, ho preso qualche scarno appunto dal suo intervento. Li riporto qui come mi è possibile.

Gandhi appartiene alla biopolitica, alla politica per la vita. L’ingiustizia genera nelle vittime avvilimento, senso di inferiorità. Gandhi ha trasmesso fierezza umana, per esempio vestendo come il più povero del suo popolo, e questo anche davanti all’impero. Sul piano simbolico questa è un’azione di vera forza.

Ogni imperialismo induce ad opporsi con gli stessi suoi metodi, violenti. Nell’inventare forti modi alternativi, sempre con aderenza precisa ai casi concreti, Gandhi ha saputo comunicare perfettamente con la gente semplice, con l’educazione e non la demagogia: questa è capacità rara nelle guide politiche.

Nelle lotte nonviolente che ha guidato – p. es. in difesa dei contadini, dei coltivatori di indaco, danneggiati dalla produzione inglese – ha saputo agire con la capacità di attendere il tempo giusto, preparando con cura l’azione, senza esporre il popolo a gravi pericoli, senza umiliare la controparte, e non volendo stravincere.

La cultura torinese e il più ampio movimento per la pace giusta e nonviolenta, per la cittadinanza inclusiva e paritaria, per la memoria della storia più umana, deve tanta gratitudine ad Anna Bravo.


Piccolo grato ricordo di Anna Bravo | Pierangelo Monti

Oggi a Torino è stato celebrato il funerale di Anna Bravo, morta improvvisamente l’8 dicembre.

E’ stata docente di storia sociale all’Università di Torino; membro del Comitato scientifico della Fondazione Alex Langer e dell’Istituto per la storia della Resistenza “Giorgio Agosti”; con i suoi studi, conferenze e libri ha insegnato a comprendere la storia con empatia e a farne tesoro, per aiutare la società a vivere nella pace.

Come hanno scritto Angela Dogliotti e Enrico Peyretti, Anna “ha scritto sulla Resistenza, sulle donne, sul Sessantotto valorizzando l’altra faccia della storia, quella più umana, più promettente”. “Il movimento per la pace giusta e nonviolenta, per la cittadinanza inclusiva e paritaria, per la memoria della storia più umana, deve tanta gratitudine ad Anna Bravo”. “Nei suoi libri troviamo lo sguardo “diverso” che occorre sempre, per aprire vie nuove rispetto alla passiva registrazione dei fatti che si impongono con clamore o violenza”.

Una settimana fa ho ascoltato con piacere il suo intervento al convegno internazionale “Gandhi after Gandhi”, al Campus universitario di Torino, nel quale, insieme a Giuliano Pontara, ha presentato la nonviolenza gandhiana e la giustizia sociale. Con pacatezza, suscitando in me sentimenti di tenerezza, ha presentato un’immagine di Gandhi, forte e tenera, portatore di un messaggio chiaro con lo stile della sua vita oltre che con le sue parole: mite, cioè nonviolento, nel pensiero, nel linguaggio e nell’azione. Come appassionata alla causa dei diritti delle donne, ha anche riconosciuto la contraddittorietà di Gandhi nella questione femminile: non si è opposto alla divisione dei ruoli di genere che metteva le donne su livelli inferiori, ma ha associato le donne nelle sue campagne e ha tessuto come loro il khadi (tipico tessuto indiano). Poi con cognizione di causa, avendo scritto “In guerra senza armi” e “La conta dei salvati”,  Anna  ha ripetuto che le lotte nonviolente, nel Novecento, sono state più efficaci e hanno ottenuto risultati duraturi, più di quelle violente. 

Pierangelo Monti, Giuliano Pontara, Anna Bravo, Beppe Marasso ed Enrico Peyretti

E’ stato per me il primo, e purtroppo anche l’ultimo, incontro personale con lei. Tengo cara la foto di lunedì scorso, 2 dicembre, che la ritrae al termine della conferenza, sorridente, vicina ai suoi amici Giuliano Pontara, Beppe Marasso e Enrico Peyretti, con i quali ha condiviso convegni e manifestazioni per la pace, la nonviolenza, i diritti umani.  

10 dicembre 2019, Pierangelo Monti | Presidente del MIR  


Il funerale di Anna Bravo | Enrico Peyretti

Il funerale di Anna Bravo, in un giorno di bel sole, è stato caldo di amicizie, e di gratitudine. Anna è stata amata, perché si è fatta amare. E’ risuonata la canzone – mi ha detto qualcuno – “Les Sabots d’Hélène“.

Georges Brassens – Les Sabots D’Héléne (128 kbps)


Sono state dette poche essenziali cose. Per Anna il filo della storia è stato la ricerca del bene. Raccoglieva ritagli di giornali, collezionava ogni gesto che interrompe il male, e diceva: “I Giusti di oggi ci sono!”.  Voleva scrivere un libro con questo titolo. E’ stata bella e indomita come una regina, lei che non ammetteva né capi né re. Sempre libera, per agire insieme accettava una disciplina e mordeva il freno. Vedeva le cose con lucidità, dal punto di vista delle donne. Soffriva lo scontro tra la libertà dei singoli e il potere. Ha vissuto la ricchezza del Sessantotto, e ha visto la necessità della nonviolenza. Da qui i suoi due libri più importanti: A colpi di cuore, e La conta dei salvati.

E così, Anna è salpata, nella sua barchetta di legno, verso altri lidi più grandi di questi nostri. Non li conosciamo, li immaginiamo in modi diversi. Anna non li temeva: in una telefonata molto recente diceva ridendo: “E’ forse vietato morire?”. Distribuiti i garofani rossi che stavano sulla bara, quando questa usciva dalla sala del commiato qualcuno ha applaudito. “Ma non si può!”, gli ha detto un vicino. “Se si fa, si può!”.