Cop25: il mercato del carbonio rischia di essere una scappatoia e non una soluzione | Marinella Correggia

L’agenda della conferenza. Non è prevista alcuna discussione formale sull’uscita dai combustibili fossili

La protesta di sabato 7 dicembre contro gli abusi agli animali

I Concimi naturali, come gestirli al meglio: anche di questo si sono occupati i negoziatori climatici della Cop 25 (Conferenza Onu delle parti) a Madrid, come ha riportato il bollettino quotidiano Eco della rete ambientalista Climate Action Network. Una lezione terra terra resa possibile dal Koronivia Joint Work on Agriculture (Kjwa), il gruppo di lavoro congiunto creato dalla Cop 23 (a Bonn nel 2017) per guidare una trasformazione dei sistemi agricoli in grado di migliorare sviluppo rurale e sicurezza alimentare e al tempo stesso avere effetti di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici.

I NEGOZIATI DI MADRID del resto devono decidere come utilizzare le raccomandazioni contenute negli ultimi rapporti su agricoltura e oceani del Gruppo intergovernativo degli scienziati per i cambiamenti climatici (Ipcc). Si rischia un sonoro fallimento se non si proteggono gli ecosistemi. Per l’altro tema chiave – come uscire in modo rapido ed equo dai combustibili fossili – non c’è stato uno spazio formale di discussione ma solo eventi collaterali. Ancora più difficile è far passare il nesso fra militarismo e contaminazione ambientale/cambiamento climatico.

LA LEGA INTERNAZIONALE delle donne per la pace e la libertà – Wilpf – lo ha detto chiaro in un seminario e anche in una riunione con il governo italiano. Ma non ci sarà spazio per questo tema nemmeno nella seconda settimana della conferenza, quando la presenza dei ministri dovrà servire a sciogliere punti controversi.

Che non sono pochi, mentre nei giorni scorsi si sono accavallate riunioni su riunioni e incontri detti «informali informali».
Molta «ciccia», come sempre, slitterà alla prossima settimana, con la presenza dei ministri. Si pensi agli impegni dei piani climatici (Ndc, Contributi volontari per paese) perché sulla base di quelli presi a Parigi nel 2015, anche se venissero rispettati, le emissioni globali nel 2030 sarebbero del 120 % superiori a quelle che permetterebbero di contenere un aumento della temperatura globale in + 1,5° C. Il rapporto «Climate Analytics» lanciato dallo Stockholm Environment Institute e da altri questa settimana mostra la discrepanza fra la programmata produzione di combustibili fossili e i livelli che sarebbero accettabili.

DIVERSI PAESI DEL SUD globale hanno annunciato sforzi per aumentare le riduzioni, ma sottolineando la necessità di essere sostenuti nell’adattamento oltre che con il Meccanismo di Varsavia per le perdite e i danni (Wim). Però, al servizio di informazione Earth Negotiation Bulletin il negoziatore di un paese in via di sviluppo ha dichiarato che «è un brutto giorno per i paesi vulnerabili». E in conferenza stampa, la rete Climate Justice Now! (oltre cento organizzazioni aderenti) non ha risparmiato critiche all’andamento dei negoziati sulla finanza, con il Green Climate Fund, il principale meccanismo finanziario per le necessità di adattamento e mitigazione, che è fermo all’impegno di 9,7 miliardi di dollari annui. Ha denunciato Evelyn Teh dello storico Third World Network: «Violando il principio dell’equità e della responsabilità comune ma differenziata, alcuni paesi hanno suggerito di eliminare la differenza fra paesi industrializzati e in via di sviluppo per sottolineare la vulnerabilità a livello di comunità. È inaccettabile. Come lo è la partecipazione degli Usa, che si stanno ritirando dall’Accordo di Parigi, alle discussioni sul fondo per l’adattamento».

SARANNO DEFINITE solo la prossima settimana anche le regole sui meccanismi del mercato del carbonio, parte dell’articolo 6 (dell’accordo di Parigi), in discussione da quattro anni.

L’articolo prevede che uno Stato possa contabilizzare nei propri impegni nazionali volontari (Ndc) riduzioni delle emissioni che avvengono sul territorio di un altro Stato e che il primo Stato finanzia. Rientrano negli Internationally Trasferred Mitigation Outcomes (Itmo, Risultati di mitigazione trasferiti internazionalmente). Rachel Kennerley, campaigner clima di Friends of Earth Uk, ha riassunto: «Una risoluzione a favore dei mercati di carbonio ovvero della compravendita dei permessi di inquinare ci porterà a maggiori emissioni, all’uso perpetuo dei combustibili fossili e a decenni di inazione».

ANCHE I NEGOZIATORI della Malaysia hanno avvertito: i meccanismi di mercato non devono diventare lo strumento principale usato dai paesi sviluppati per rispettare i loro obiettivi di riduzione. Intanto gli «approcci di cooperazione non basati sul mercato» (articolo 6.8) introdotti a suo tempo dai paesi dell’Alleanza latinoamericana Alba (ora molto indebolita), rischiano di essere abbandonati a favore dei meccanismi di mercato, per la pressione in questo senso dei negoziatori dei paesi ricchi.

Anche il Bhutan ha insistito sulla preferenza per la cooperazione e sull’integrità ambientale dei progetti eseguiti, affinché non si tratti di «scappatoie» per trasferire le emissioni fra le Parti.

il manifesto, EDIZIONE DELL’8.12.2019

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