Devono cessare subito le bugie su Assange | John Pilger

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(Istanza proposta al lancio a Londra di In defense of Julian Assange, ediz. Or Books, New York)

“Liberate Julian Assange, incarcerate i criminali di guerra” – #Libertà di parola (salvo i crimini di guerra)


I giornali e altri media in USA, Gran Bretagna e Australia hanno recentemente dichiarato una passione per la libertà di parola, specialmente per il loro diritto di libera pubblicazione. Sono preoccupati per l’effetto Assange.

È come se la lotta di chi dice la verità come Julian Assange e Chelsea Manning ora fosse per loro un ammonimento: che i delinquenti che rapirono Assange dall’ambasciata ecuadoregna in aprile possano un giorno arrivare per loro.

La settimana scorsa il Guardian ha fatto eco a un solito ritornello: l’estradizione di Assange “non è questione di quanto sia stato saggio Assange, o ancor meno di quanto gradito; non si tratta del suo carattere, né del suo giudizio. È questione di libertà di stampa e del diritto a sapere del pubblico”. Quel che il Guardian sta cercando di fare è separare Assange dalle sue conquiste fondamentali, che hanno sia giovato al Guardian sia evidenziato la sua vulnerabilità, nonché la sua propensione ad attingere a un potere rapace e ungere chi ne rivela i due pesi due misure.

Il veleno che ha alimentato la persecuzione di Julian Assange non è così ovvio in questo editoriale quanto il solito; non c’è finzione circa l’imbrattamento con facce dei muri dell’ambasciata da parte di Assange o il suo essere orribile col gatto. Invece, i riferimenti insinuanti al ”carattere”, al “giudizio” e al ”gradimento” perpetuano una calunnia epica di ormai quasi un decennio. Nils Melzer, il Rapporteur ONU sulla Tortura, ha utilizzato un’espressione più idonea scrivendo: “E’ in atto una campagna incessante e di mobbing pubblico”, ossia di “marea senza fine di affermazioni umilianti, avvilenti e minacciose sulla stampa”. Un “dileggio da collezione” equivalente a tortura e passibile di portare alla morte di Assange.

Essendo stato testimone di molto di quanto descritto da Melzer, posso avvalorare la verità delle sue parole. Se Julian Assange dovesse soccombere alle crudeltà ammassateglisi addosso per settimane, per mesi, per anni – come mettono in guardia medici – giornali come il Guardian ne spartiranno la responsabilità.

Qualche giorno fa, l’uomo del Sydney Morning Herald a Londra, Nick Miller, ha scritto un pezzo pigro e specioso, intitolato “Assange non è stato giustificato, ha solo superato i termini della giustizia [=prescrizione]”, riferendosi all’abbandono della Svezia della cosiddetta indagine Assange. L’articolo di Miller non è insolito per le sue omissioni e distorsioni mascherate da tribuna dei diritti delle donne. Non c’è lavoro originale, nessuna effettiva inchiesta, solo calunnia.

Non c’è nulla sul comportamento documentato di una covata di zeloti svedesi che hanno dirottato le “imputazioni” sulla presunta mala condotta sessuale contro Assange prendendosi gioco della legge svedese e della vantata decenza di quella società. Non si dice inoltre che il pubblico ministero svedese nel 2013 si accinse ad abbandonare il caso informando per e-mail la Procura Generale della Corona a Londra che non avrebbe più perseguito il caso in base al Mandato d’Arresto Europeo, al che ricevette la risposta “Non osi farlo!!!” (Grazie a Stefania Maurizi de La Repubblica)

Altre e-mail mostrano che la Procura britannica scoraggiò gli svedesi dal recarsi a Londra per intervistare Assange – pratica comune – bloccando così un progresso che avrebbe potuto rimetterlo in libertà nel 2011.

Non c’è mai stato un rinvio a giudizio. Mai accuse. Mai un tentativo serio di “imputazioni” ad Assange e di relative interrogatori – comportamento che la Corte d’Appello svedese coinvolta giudicò negligente e il Segretario Generale dell’Associazione Forense Svedese da allora condanna. Entrambe le donne coinvolte hanno detto che non c’è stata violenza carnale. Le critiche prove scritte dei loro messaggi testuali furono trattenute intenzionalmente fuori portata degli avvocati di Assange, chiaramente perché inficiavano le “imputazioni”.

Una delle due donne fu così traumatizzata dall’arresto di Assange che accusò la polizia di incriminarla cambiando la sua deposizione. Il procuratore capo, Eva Finne, escluse il “sospetto di qualunque crimine”.

L’uomo del Sydney Morning Herald omette di chiarire come un politico ambizioso e compromesso, Claes Borgstrom, emerse da dietro la facciata liberale della politica svedese impadronendosi efficacemente del caso e rinfocolandolo. Borgstrom si procurò l’appoggio di una ex-collaboratrice politica, Marianne Ny, come nuovo procuratore. Ny rifiutò di garantire che Assange non sarebbe stato “inoltrato” agli Stati Uniti se fosse stato estradato in Svezia, anche se, come riferì l’Independent “hanno già avuto luogo colloqui informali fra i funzionari USA e svedesi sulla possibilità che il fondatore di WikiLeaks Julian Assange fosse consegnato alla custodia americana, secondo fonti diplomatiche”. Che era un segreto di Pulcinella a Stoccolma. Che la libertaria Svezia abbia un buio passato documentato di cedere persone nelle mani della CIA non era una novità.

Il silenzio fu rotto nel 2016 quando la Brigata Operativa ONU sulla Detenzione Arbitraria, un ente che decide se i governi rispettano i propri obblighi sui diritti umani, sentenziò che Julian Assange era detenuto illegalmente dalla Gran Bretagna e richiese al governo britannico di liberarlo.

Sia il governo britannico sia quello svedese avevano preso parte all’indagine ONU, e concordato di ottemperare alla sua deliberazione, gravata dall’onere del diritto internazionale. Il ministro degli esteri britannico, Philip Hammond, si levò in Parlamento e maltrattò la commissione ONU.

Il caso svedese è stato una frode dal momento in cui la polizia contattò segretamente e illegalmente un giornale scandalistico di Stoccolma innescando l’isteria che doveva consumare Assange. Le rivelazioni di WikiLeaks sui crimini di guerra USA avevano disonorato le ancelle del potere e i suoi abbonati al privilegio, autodenominati giornalisti; e per questo l’insocievole Assange non sarebbe mai stato perdonato.

Era ormai stagione non più dissimulata. I torturatori mediatici di Assange si scambiavano l’un l’altro col taglia-incolla bugie e vituperi. “È lui davvero il più grosso stronzo”, scrisse la rubricista del Guardian Suzanne Moore. Il senso ultimo che se ne percepiva era che era stato comunque di sommovimento e sofferenza estremi, non ho mai conosciuto roba del genere.

Nella patria di Assange, l’Australia, questo “mobbing” raggiunse un apogeo. Il governo australiano era talmente smanioso di consegnare questo suo cittadino agli Stati Uniti che il primo ministro nel 2013, Julia Gillard, voleva privarlo del passaporto e accusarlo di qualcosa – fintanto che non le fu fatto notare che Assange non aveva commesso alcun delitto e lei non aveva alcun diritto di privarlo della sua cittadinanza. Julia Gillard, secondo il sito web Honest History, detiene il primate per il discorso più servile mai fatto al Congress USA. L’Australia, disse attirandosi applause, era il “grande compagno di vita (/di letto)” dell’America. Il gran compagno colludeva con gli USA nella caccia a un australiano il cui crimine era il giornalismo. Il suo diritto alla protezione e a un’assistenza appropriate veniva negato. Quando l’avvocato di Assange, Gareth Peirce, e io incontrammo due funzionari australiani consolari a Londra, fummo sconvolti dal fatto che tutto quello che ne sapevano fosse “ciò che ne leggiamo sui giornali”.

Quest’abbandono da parte dell’Australia fu la ragione principale per la concessione dell’asilo politico da parte dell’Ecuador. Da australiano, lo trovai particolarmente vergognoso. A una recente richiesta di commenti su Assange, l’attuale primo ministro australiano, Scott Morrison, disse “Deve affrontare la musica per quel che è”. Questo genere di farabuttaggine, priva di qualunque rispetto per la verità e i diritti e i principi del diritto, è la ragione per cui la stampa australiana perlopiù controllata da Murdoch adesso è preoccupata per il proprio futuro, come lo è il Guardian, e il New York Times. La preoccupazione ha un nome: “il precedente Assange”.

Sanno che quel che succede ad Assange può succedere a loro stessi. I diritti fondamentali e la giustizia negati a lui possono essere negati a loro. Sono stati avvisati. Tutti noi lo siamo. Tutte le volte che vedo Julian nel mondo cupo e surreale della prigione di Belmarsh, mi viene rammentata la responsabilità di quelli fra noi che lo difendono. Ci sono principi universali in gioco in questo caso. Lui stesso ci tiene a dire: “Non si tratta di me, ma di ben di più”.

Ma al cuore di questa lotta così eccezionale – soprattutto, appunto, una lotta – c’è un essere umano il cui carattere, ripeto: carattere, ha dimostrato il più sbalorditivo coraggio. Lo riverisco.


Vedi anche: www.dontextraditeassange.com


John Pilger ha vinto un Emmy e un BAFTA per i suoi documentari, che hanno anche vinto numerosi premi statunitensi ed europei. I suoi articoli appaiono in tutto il mondo su giornali come The Guardian, The Independent, The New York Times, The Los Angeles Times, The Mail & Guardian (Sudafrica), Aftonbladet (Svezia), Il Manifesto (Italia). Scrive una rubrica regolare per il New Statesman, a Londra. Nel 2003, gli è stato assegnato il prestigioso Premio Sophie per “30 anni di denuncia delle ingiustizie e promozione dei diritti umani”. Nel 2009 gli è stato assegnato il Sydney Peace Prize. Il suo film precedente è The War You Don’t See (2010). Il suo nuovo film, The Coming War on China, è disponibile negli Stati Uniti da www.bullfrogfilms.com. Può essere raggiunto attraverso il suo sito Web www.johnpilger.com


IN FOCUS, 2 Dec 2019 | John Pilger – TRANSCEND Media Service

Titolo originale: The Lies about Assange Must Stop Now

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis