I sei gesuiti, Romero e tutti gli altri | Gianni Beretta

XXX anniversario della strage in Salvador . Era l’epoca della Teologia della liberazione e la Chiesa era sotto tiro come ai tempi delle catacombe. Il grande regalo di Wojtyla all’America di Reagan

San Salvador ricorda i sei gesuiti uccisi con le loro domestiche all'Uca il 16 novembre 1989
 San Salvador ricorda i sei gesuiti uccisi con le loro domestiche all’Uca il 16 novembre 1989

All’alba del 16 novembre di trent’anni fa un commando speciale dell’esercito salvadoregno si introduceva nel recinto dell’Università Centro Americana (Uca) e assassinava a freddo i sei gesuiti che ivi dormivano, a partire dal rettore Ignazio Ellacuria (che avevamo intervistato solo due mesi prima, ndr). Non furono risparmiate neppure le loro due domestiche, madre e figlia.

A SAN SALVADOR ERA IN CORSO una violenta offensiva del Fronte Farabundo Martì, che fece traballare il regime. E i gesuiti della Uca, che allora formava la gran parte della classe dirigente del paese (e che cercava di propiziare su basi giuste un negoziato che ponesse fine alla guerra civile) erano accusati dall’oligarchia di stare dalla parte della guerriglia.

Del resto dagli anni ’70 in El Salvador si consumò una vera e propria persecuzione della Chiesa cattolica, all’insegna dello slogan coniato dagli squadroni della morte «sii patriota, ammazza un prete». La prima vittima fu proprio un gesuita, Rutilio Grande nel marzo 1977, in un agguato in una zona rurale alle porte della capitale. Quell’assassinio fu determinante per aprire definitivamente gli occhi a mons. Oscar Arnulfo Romero, appena nominato arcivescovo di San Salvador; che doveva essere a sua volta sacrificato tre anni più tardi sull’altare durante la messa, per aver dato “voce ai senza voce”. In quel periodo (fino alla mattanza della Uca del 1989) furono uccisi ben 18 sacerdoti, 4 monache, diaconi e delegati della parola; nonché lo stesso popolo cattolico del Salvador (75mila vittime). Che si ribellava a cinque secoli di avido e feroce schema coloniale dalla conquista spagnola: l’oligarchia (coi suoi due bracci militare ed ecclesiastico) versus i peones, asserviti nelle piantagioni di caffè, canna da zucchero e cotone.

ERA L’EPOCA in cui in America Latina si diffondeva la Teologia della liberazione, applicazione d’avanguardia del Concilio Vaticano II; con al centro «l’opzione preferenziale per i poveri». E che fin dall’inizio il papa polacco, Karol Wojtyla, cominciò a proscrivere perché in odore di comunismo. Non senza delegittimare da subito, nel caso specifico, mons. Romero, al quale intimò di «trovare un accordo (impossibile, ndr) con le autorità di governo salvadoregne». Giovanni Paolo II e il presidente Usa Ronald Reagan strinsero così un patto di ferro contro quell’espansione. Ignaro, il papa polacco, che a Washington era già stato approntato un piano strategico per la penetrazione dei predicatori delle sette fondamentaliste: un tempo antipolitiche e oggi trumpiane con tanto di deputati (vedi il Brasile di Bolsonaro) e candidati presidenziali (come è stato, per ora invano, alle ultime elezioni in Costa Rica). Fu il più grande servizio che un pontefice potesse rendere al “gigante del nord” per mantenere soggiogato il suo “cortile di casa”; paradossalmente a scapito della presenza stessa della chiesa nel subcontinente più cattolico del pianeta; oggi in caduta libera.

Il pretesto dell’”espansione comunista” fornì così l’alibi per perpetuare lo schema di dominazione coloniale, ereditato dagli Usa. Quando in realtà l’atavica rivendicazione della riforma agraria aveva motivato ben prima dei soviet la prima rivoluzione planetaria dopo quella francese: la Rivoluzione Messicana, all’inizio del secolo scorso. Così come non fu la Rivoluzione Cubana del ’59 il primo rivolgimento nel Centro America e i Caraibi (peraltro di un Fidel Castro allora iscritto all’antimperialista Partito Ortodosso, lontano dai comunisti). Bensì quella “democratica” dei giovani ufficiali dell’esercito guatemalteco del ’44 in Guatemala (con un tal presidente, Jacobo Arbenz, di origine svizzera); che fu rovesciata dieci anni più tardi da un golpe della Cia per essersi avventurati a espropriare terre incolte della bananera United Fruit Company.

DA UN CERTO MOMENTO IN POI l’ideologia socialcomunista si sovrappose in qualche modo alla teologia della liberazione. Facilitando la collocazione dello scontro salvadoregno e regionale nello schema Est-Ovest della guerra fredda. Ma era stato lo stesso Paolo VI nella Populorum Progressio a indicare che, esaurita ogni altra via, un popolo poteva ribellarsi ricorrendo alla violenza…

Sta di fatto che in El Salvador si è consumata una persecuzione della Chiesa cattolica come ai tempi delle catacombe; per di più per mano di stessi cattolici che rivendicavano per “designazione divina” da posizioni di potere il proprio modo di esserlo; a scapito degli altri. Tanto che è dovuto arrivare un papa latinoamericano per “risarcire” una serie di torti e rilanciare il pressoché sepolto Vaticano II.

CON PAPA FRANCESCO che ha dichiarato “santo” lo scorso anno (non casualmente insieme a Paolo VI) mons. Romero, la cui causa di canonizzazione giaceva nel cassetto dei due papi che lo avevano preceduto. San Romero in quanto martire «per odio alla fede» insieme al suo popolo povero, martire con lui. Per questo Bergoglio dovrà inventarsi prima o poi una formula di canonizzazione generale; certo a partire proprio dai sei gesuiti della Uca (e dal processo di “beatificazione” in corso per il padre Grande). Per estendersi oltre al Salvador a quei credenti che hanno dato la vita per lottare contro le dittature del tempo di tutto il subcontinente latinoamericano. I cui nodi irrisolti di disuguaglianze sociali e di distribuzione delle terre, esplodono in ogni dove come in queste ultime settimane.


il manifesto, EDIZIONE DEL19.11.2019

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