“Siamo cristiani, la Patria non può morire come l’Europa occidentale cosmopolita” | Benedetta Pisani

L’11 novembre scorso, a Varsavia, decine di migliaia di neonazi polacchi, esaltati e minacciosi, armati di bengala e petardi,  hanno marciato per le strade della città, gridando pesanti insulti antisemiti, omofobi e nazionalisti. 

Parole d’odio non fini a se stesse, bensì atti linguistici perlocutori, intenzionati a produrre effetti tangibili e visibili, a implicare il corpo, provocando delle reazioni fisiche violente.

Da ormai dieci anni, l’11 novembre, il giorno dedicato alla Festa Nazionale polacca, è stato brutalmente trasformato in una “Marcia dell’Indipendenza”, connotata dall’accecante contrasto di colori del vessillo neonazi rosso con al centro un cerchio bianco e un simbolo che, per niente vagamente, ricorda la svastica.

La Polonia è notoriamente tormentata da una “scomoda” storia di giudeofobia, alla base del moderno antisemitismo politico, diffusosi nel Paese durante gli anni a cavallo tra la Prima e la Seconda guerra mondiale.

In quel periodo, le violente tensioni sociali innescate dalla Depressione degli anni Venti e Trenta e, soprattutto, dalla paura che gli effetti della Rivoluzione russa potessero espandersi ulteriormente, decretando la scomparsa del mondo latifondista, portarono alla nascita di un gruppo politico nazionalista, la Falange Nazional-Radicale.

Ferocemente critico nei confronti del capitalismo giudaico-massonico, il gruppo mise in atto un vero e proprio boicottaggio sistematico attraverso la preclusione agli ebrei di ampi settori di impiego statale e municipale.

Ma al peggio non c’è mai fine e pochi anni dopo, la giudeofobia economica divenne un fenomeno ancora più devastante.

Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, il disegno dei nazisti tedeschi prevedeva l’annientamento totale degli Ebrei, che furono vittime di brutali espulsioni, ghettizzazione, rapine ed espropriazione di beni.

Il culmine dell’Olocausto in Polonia ebbe luogo nei campi di Be??ec, Sobibór e Treblinka, che portarono circa 1,5mln di Ebrei allo sfinimento fisico e alla morte, e nelle “docce” di Auschwitz-Birkenau, dalle quali circa 960 mila Ebrei non fecero più ritorno.

Con il nazismo, la Polonia è diventata cimitero di un’enorme fetta della popolazione ebraica, non solo nazionale, ma europea.

Donne, uomini e bambini confusi, increduli, ancora inconsapevoli delle oscenità a cui avrebbero assistito e delle atrocità di cui sarebbero stati vittime. Storie di famiglie distrutte, smembrate, tra cui quella del mio nonno, l’unico sfuggito ai carri del terrore che da Roma avrebbero (de)portato quelle persone ad Auschwitz.

A salvarlo è stata la doppia Laurea in studi economici e letterari, per cui la sua presenza poteva ritornare utile nei campi di lavoro in Italia. O forse, a salvarlo, è stato solo il caso. 

Questa breve digressione personale vuole fungere da promemoria: le brutalità vissute durante il periodo nazi-fascista non sono remote. E le vittime vivono ancora nel cuore dei loro figli e nipoti.

La “questione ebraica” non deve essere archiviata. Farlo ci renderà impreparati e impotenti di fronte alle manifestazioni di odio come quella dell’11 novembre a Varsavia.

Dobbiamo essere corpi presenti in questo incessante turbinio di eventi nel quale siamo immersi e che disegna la storia.

Siamo noi a creare la storia con la nostra osservazione e non la storia a creare noi. (Stephen Hawking)

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