Tempi feroci. Vittime, carnefici, samaritani | Recensione di Enrico Peyretti

Vincenzo Passerini, Tempi feroci. Vittime, carnefici, samaritani, Gabrielli, San Pietro in Cariano (Vr) 2019, pp. 206, € 16,00

L’impresa umana

Ci sono libri sulle vittime, libri sui carnefici, libri sui samaritani. Questo libro li guarda tutti. Non dispera sulla civiltà feroce, non si illude su una facile guarigione, non lascia cadere i segni di umanità. Soprattutto, come il samaritano, il libro guarda le vittime, e guarda le coscienze che si oppongono alla ferocia, anche a prezzo della vita. «La verità non sta nel consenso» (p. 104) maggioritario, passivo, o forzato, o spaventato, ma nella coscienza che vede e afferma intimamente la dignità inviolabile delle vittime.

L’Autore è bibliotecario, pubblicista, socialmente impegnato. Qui raccoglie articoli pubblicati e altri inediti sulla crisi di umanità che stiamo soffrendo, e sulle risorse che possiamo trovare, nel presente e nelle esperienze vissute. C’è l’assessora di un paese trentino, che accoglie i profughi dai lager libici (la verità su questo orrore, da p. 79), e altri comuni italiani, luoghi della buona politica. Il partito dell’odio opera in molte parti del mondo: a Danzica, nel gennaio 2019, ha ucciso il sindaco accogliente verso le minoranze. La nuova sindaca, Aleksandra, esordisce raccogliendo di nuovo lo spirito di comunità cittadina.

C’è nel libro Yvan, camerunese, che combatte il caporalato nel foggiano. Ma c’è pure la scuola che dimentica, anche dopo la guerra, il professore ebreo radiato nel 1938, e solo un suo allievo, oggi 96enne, confessa la colpa collettiva. La denuncia della politica contro migranti e profughi è assunzione di responsabilità attuale.

Passerini cita Campbell, lo storico inglese che documenta la strage di 19.000 civili etiopi, ad Addis Abeba, nel 1937 e 1939, compiuta da soldati italiani, comandati da Graziani. Non c’era anche qualche bravuomo dei nostri paesi che oggi respingono i profughi? C’è naturalmente la storia della Rosa Bianca, l’onore della Germania sotto il nazismo, e la storia di Franz Jägerstätter. Alidad, ragazzo afghano, dalla lunga dolorosa fuga, ora è italiano, laureando, giornalista, e scrive della nostra nuova più ampia convivenza umana. Di questa avventura anche Shakespeare e Thomas More hanno qualcosa da dire. Per l’Italia, in tutto ciò, c’è vergogna e c’è onore.

È storia anche il linciaggio di migranti italiani a Aigues-Mortes, in Provenza, nel 1893, accusati come «ladri di lavoro». Che cosa ci insegna quel fatto? Ma oggi c’è chi comprende, contro il mito malevolo, che la buona accoglienza organizzata è la prima sicurezza. Nel 1475, a Trento, quindici ebrei furono torturati e giustiziati per la falsa accusa di avere ucciso un bambino, Simone, che a furor di popolo fu dichiarato «martire per mano degli ebrei». Il falso culto, ammesso da Roma, durò fino all’abolizione, nel 1965.

Passerini ci ripresenta la lista, un urlo silenzioso, dei migranti annegati, come delle vittime della guerra ’15-’18, ma ci mostra anche le anime libere, uomini e donne, che a questa si opposero con tutte le loro possibilità. Come il comandante Grüninger che nel 1938, disobbedendo, apre la frontiera svizzera, chiusa, agli ebrei in fuga e ne salva  centinaia: condannato, è riabilitato solo nel 1995. E così, per 53 capitoli, il libro ci documenta ampiamente su fatti di ieri e fatti di oggi, sulla nostra umanità che cade in disumanità, ma trova anche lampi di coscienza attiva, che riconosce la persona umana nella persona umana, e così può salvarsi dalla propria ferocia. L’impresa umana, di cui il libro è quasi una rapida enciclopedia, è aperta, incerta, drammatica, necessaria. Ci chiama tutti, incoraggiati dai samaritani.

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