L’ultima salita di Uluru | Massimiliano Fortuna


«In senso stretto, si definisce sacro ciò che è connesso all’esperienza di una realtà totalmente diversa, rispetto alla quale l’uomo si sente radicalmente inferiore, subendone l’azione e restandone atterrito e insieme affascinato; in opposizione a profano, ciò che è sacro è separato, è altro».

(Vocabolario Treccani)


Uluru, «grande pietra», è il nome aborigeno, Ayers Rock quello della lingua dei colonizzatori. Un rilievo in arenaria in una zona desertica dell’Australia divenuto un’icona di quel continente e visitato ogni anno da centinaia di migliaia di persone. Attrazione turistica ma anche luogo sacro della mitologia degli aborigeni, che da tempo chiedevano una legge che impedisse di scalarlo, per rispetto della loro religione. Dal 26 ottobre di quest’anno non è più possibile farlo legalmente.

Astenersi dalla conquista e dal «possesso» fisico di questa enorme roccia, sostituendoli con la contemplazione a distanza, dal basso, nel lungo perimetro di una decina di chilometri della sua base permetterà ai visitatori futuri, che avranno la capacità di comprenderlo, di riflettere sulla dimensione del «sacro» e sull’indispensabilità del suo ruolo. Perdere la convinzione che esista un senso del limite – qualcosa che nella realtà ci supera, che è fuori dal nostro controllo e dalla nostra capacità di manipolazione – può infatti portare con facilità l’uomo a persuadersi di poter divenire l’artefice onnipotente di un mondo nel quale tutto può essere soggetto al suo desiderio e in definitiva alla sua volontà di dominio.

In questo senso una visione sacrale non è certo un ferrovecchio proprio di concezioni religiose primitive e superate. O per dire meglio, facciamo attenzione perché il primitivo può ancora avere molto da insegnarci e cerchiamo di essere cauti nel ritenerlo «superato» in ogni suo aspetto. Per questo è un bene che nella nostra contemporaneità, che nel suo sviluppo storico ha in genere creduto di potere fare tranquillamente a meno della dimensione sacrale dell’esistenza, vi siano ancora terre sacre e inaccessibili, come di nuovo Uluru, o come il Kailash in Tibet. Ci aiuta a ricordare che siamo esseri provvisori, che non tutto è a nostra disposizione o è riducibile a noi e alla nostra dimensione. In ultima analisi, ci aiuta a capire che non siamo dei – quale che sia il modo nel quale ce li figuriamo e quali che siano le nostre convinzioni in merito al loro esistere.

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