‘La gestione della ferocia’: progetto di caos nel Medio Oriente ampio | Roger D. Harris

Recensione di The Management of Savagery (di Max Blumenthal, 2019, Ed.Verso)

L’Afghanistan era noto nei giorni felici dei tardi anni 1960 come gran destinazione facile per gli hippy di tutto il ricco Occidente, che sciamavano in autostop alla sua capitale, Kabul, con le sue stuoie imbottite e l’hashish a buon mercato e la gente del posto tollerante. La vita pareva dolce all’ombra scenica delle alte cime dell’Hindu Kush. Così era allora.

L’Afghanistan adesso è impantanato per il 18° anno nella Guerra perpetua USA senza alcuna fine in vista. Guerra diventata così vecchia – la più lunga della storia USA – che gli agenti pubblicitari del Pentagono ne hanno cambiato il nome in codice da Operazione Enduring Freedom (Libertà resistente) a Freedom’s Sentinel (Sentinella della libertà) per rinfrescarne l’immagine.

Mezza Kabul è ora in macerie. Musica, istruzione per le ragazze, coltivazione di papaveri da oppio sono proibite nelle zone controllate dagli ex-alleati USA talibani. I signori della guerra sostenuti dagli USA nel resto di questo paese devastato forniscono la gran parte dell’eroina illecita mondiale, infliggendo il flagello della narco-dipendenza ai vicini Iran, Cina e Russia – nemici ufficiali USA – e ai ghetti urbani, alle aree rurali derelitte e alle tane degli hipster [identitaristi fatui postmoderni, ndt] dell’Occidente. I tentativi USA di “ricostruzione” dell’Afghanistan sono costati 117 miliardi di dollari, eclissando il prezzo di tutto quanto il Piano Marshall per l’Europa.

E allora perché gli Stati Uniti sono ancora in Afghanistan? La spiegazione ufficiale ha vagamente a che fare con l’arci-reprobo saudita Osama bin Laden rintanatosi da ultimo in Pakistan prima di essere, a quanto riferito, assassinato dalle forze speciali USA e sbrigativamente buttato in mare otto anni fa.

The Management of Savagery di Max Blumenthal fornisce una spiegazione ben più persuasive alle guerre USA in Afghanistan come pur in Iraq, Somalia, Sudan, Yemen, Libia e Siria, con l’Iran nella lista del da farsi (e può darsi già nell’elenco effettivo al momento in cui questo verrà letto). Savagery si legge come un giallo reale sulle orme dei bui canali indistinti di CIA, FBI, DIA e NSA che convogliano jihadisti per tutto il medio Oriente ampio [espressione USA invalsa per denotare l’Asia di SW (da Israele al Pakistan), ndt] per creare caos e in effetti vedersi rivoltar contro le presunte risorse. Oltre ad essere ben scritta, l’analisi della maturazione del progetto imperiale neoliberista da parte dell’unica superpotenza mondiale restante illumina l’attuale consenso bipartitico al militarismo.

La politica del caos

Il crollo dell’Unione Sovietica lasciò un vuoto di potere geopolitico e un’opportunità per gli USA di esercitare più aggressivamente la propria volontà imperiale. La politica del caos che ne seguì produsse strani compagni di letto: thinktanks per i “diritti umani” con del Golfo, antisemiti con sionisti, l’apparato di sicurezza statale USA con i jihadisti, neoconservatori con liberals delle istituzioni.

Bin Laden, secondo Savagery, aveva un piano generale di creare “completo caos” nel Medio Oriente ampio, che credeva avrebbe precipitato il crollo dei regimi locali cosi che la cultura del jihad  potesse soppiantarli. A perfetto incastro con tale scenario era il piano neocon per il cambiamento di regime in stati regionali non ossequienti ai dettati USA e all’espansione israeliana. “Nella guerra globale immaginata da bin Laden”, riferisce Blumenthal, “questi fanatici della politica estera [USA] sarebbero stati partner perfetti”. A guidar la carica c’erano Repubblicani neocon come John Bolton ed Elliot Abrams con il Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC), successivamente condiviso dai Democratici liberali di Clinton.

Tanto i jihadisti stranieri quanto i militaristi nazionali avevano bisogno di un incidente scatenante, ciò che lo PNAC immaginava come un “evento catastrofico e catalizzante”. Che arrivò l’11 settembre [2001]. Blumenthal trova credito nella nozione di una qualche preconoscenza degli attacchi, ma accusa alcuni Truther [aderenti al movimento per la Verità sull’11 sett., convinti di reticenza/complicità istituzionale, ndt] di costituire inavvertitamente un’interferenza “per il potere imperialista che asserivano di disprezzare omettendo qualunque discussione storica sul rapporto del governo americano con le forze direttamente implicate negli attacchi”.

L’Autorizzazione per l’utilizzo della Forza Militare fu emessa appena cinque giorni dopo il fatidico 11 settembre come deliberazione congiunta del Congresso con un solo voto di dissenso. Secondo Blumenthal, “il Congress così abdicò volontariamente alla propria autorità costitutiva e diede la sua benedizione alla Guerra perpetua USA”. Un mese dopo seguì il Patriot Act, “che concedeva al potere esecutivo poteri inauditi in tempo di pace di indagare e perseguire in giudizio i cittadini USA”.

I neocon e gli alt-right (destrorsi alternativi) sono stati in grado di rendere mainstream la politica anti-musulmana negli Stati Uniti. Frattanto la dottrina liberale “responsabilità di proteggere” (R2P) ha creato un sostegno popolare per la guerra perpetua “inserendo le armi nel discorso dei diritti umani per giustificarne l’uso contro governi che facciano resistenza al consenso di Washington”. I liberal del R2P sono riusciti dove la destra non ce l’aveva fatta.

“Nell’era del Russiagate, allorché tanti liberal sono abbarbicati a istituzioni come l’FBI e la NATO quali guardiani della propria sopravvivenza”, spiega Blumenthal, “l’operato da codardi dei mandarini della sicurezza nazionale USA è stato cancellato”. Le guerre perpetue vengono “vendute al pubblico occidentale come esercizi clinici di diffusione della libertà” con una “patina a duplice strato: di tirassegno patriotico [per la destra] e buona volontà umanitaria [per i liberal]”.

Le crisi dei profughi in esodo dal Medio Oriente, generata dalle guerre perpetue e annesse sanzioni economiche (per la precisione: misure coercitive unilaterali illegali), hanno per conseguenza alimentato la xenofobia sia negli USA sia all’estero. Il che a sua volta ha favorito un’ondata ascendente di destrorsi. “L’elezione di Trump”, sostiene Blumenthal, “non sarebbe stata possibile senza l’11 settembre e il successivo interventismo militare concepito dall’apparato di sicurezza nazionale”.  Il quale non è sorto con Trump, ma “ha mantenuto una stabile continuità fra i successivi governi”.

I profughi non voluti non sono il solo sottoprodotto inconveniente delle guerre perpetue nel Medio Oriente ampio. L’alleanza dell’apparato di sicurezza nazionale USA con i jihadisti per rovesciare il governo filosovietico in Afghanistan – uno schema ripetutosi in ogni successive disavventura mediorientale – ha creato un “problema di smaltimento” – un che-fare? – di questi combattenti armati dagli USA. Per gli americani, la tragedia dell’11 sett. è stata proprio l’esempio più drammatico del “problema di smaltimento”. “Il flagello del jihadismo internazionale che gli Stati Uniti hanno contribuito a scatenare con il proprio interventismo segreto nell’Afghanistan della guerra fredda”, ammonisce Blumenthal, “doveva espandersi e metastasizzarsi…”

Il progetto imperiale neoliberista, una simbiosi di “umanesimo militare” liberal e di genuino militarismo di destra, ora mostra segni di disfacimento secondo Blumenthal:

“Con operazioni segrete e aperte invasioni, l’apparato di sicurezza nazionale USA aveva destabilizzato intere regioni, dal Levante al NordAfrica, scatenato una crisi migratoria di proporzioni inaudite sull’Europa e sollecitato un inevitabile contraccolpo di destra che andava sbrogliando il consenso neoliberista che cercavano di proteggere”.

Recensioni critiche

In una recensione critica di Savagery, Louis Proyect si trova “d’accordo” su Afghanistan e Libia ma non sulla Siria. Proyect respinge l’analisi che lo scopo USA sia o fosse mai un cambiamento di regime del governo di Assad in Siria: “con il regime tuttora intatto, potrebbe essere ovvio che questo non fu mai l’obiettivo”.  Proyect liquida quale potrebbe essere altrimenti lo scopo dello sforzo bellico USA con un “lasciamolo a parte”. In contrasto, il cambiamento di regime è la tesi centrale del libro di Blumenthal.   Proyect accusa Blumenthal di essere “uno dei maggiori sostenitori di Assad a sinistra”, benché una lettura di Savagery suggerirebbe che Blumenthal non sia un apologeta del governo preso di mira dagli USA per un cambiamento di regime. In un’ intervista dopo la sua recente visita in Siria, Blumenthal ha commentato: “Che la Siria sia o meno una dittatura o uno stato di polizia, non lo discuterei affatto”. Piuttosto, il focus di Savagery è sulle politiche e azioni degli Stati Uniti e i loro alleati, l’effetto deleterio che hanno avuto sulla gente della regione, e i contraccolpi che ne ha avuto in patria.

Una critica nel Times Literary Supplement, dal punto di vista di un “imperialismo umanitario” liberal:         “E’ facile biasimare gli Stati Uniti per molti dei mali del mondo: facile per la disponibilità delle prove. E’ anche facile strafare nella propria tesi, con esempi furovianti o su un solo versante – la trappola in cui cade Max Blumenthal in The Management of Savagery”.

La qual cosa fa sorgere la domanda del perché, data “la disponibilità delle prove”, il TLS e i suoi co-cospiratori dei media mega-aziendali invariabilmente cadono nella trappola opposta di essere lacché dell’Impero? Perché hanno mancato di unire i puntini, come ha fatto Blumenthal, mostrando “come l’apparato di sicurezza nazionale USA abbia alimentato il sorgere di Al Qaeda, ISIS, e di Donald Trump”?


Roger Harris è un membro della Rete TRANSCEND e recentissimo ex-presidente della Task Force on the Americas, organizzazione 33enne di diritti umani solidale con i movimenti per la giustizia sociale dell’America Latina e dei Caraibi. E’ attivo nella Campagna per por fine alle sanzioni US-Canadesi contro il Venezuela e membro del comitato centrale statale californiano del partito Peace and Freedom, unico partito socialista ammesso al voto in California. Ha visitato recentemente la Siria per una conferenza internazionale sugli impatti delle sanzioni economiche imposte da US & alleati ad oltre 30 paesi al mondo.


REVIEWS, 21 Oct 2019 | Roger D. Harris – TRANSCEND Media ServiceTitolo originale: ‘The Management of Savagery’: Greater Middle East Project of Chaos
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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