Cile, rivolta popolare contro il governo di Piñera: 11 morti | Claudia Fanti

I fantasmi del Cile. Le proteste uniscono studenti e lavoratori in un paese con diseguaglianze sociali tra le più alte al mondo. Il presidente: «Siamo in guerra»

In Cile il popolo è uscito dal letargo e quello che vuole ora è molto più della cancellazione, già ottenuta, dell’ennesimo aumento del costo del biglietto del trasporto pubblico che aveva scatenato le proteste degli studenti, la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso di uno scontento che covava sotto l’apparente rassegnazione.

Dopo la dichiarazione dello stato di emergenza e poi anche del coprifuoco – per la prima volta dalla fine del regime di Pinochet – le proteste hanno lasciato spazio a una vera rivolta popolare contro il governo di Sebastián Piñera.

UNA RIVOLTA che ha già prodotto 11 vittime, di cui cinque nell’incendio di una fabbrica tessile, altre due in quello di un supermercato, due nell’incendio di un magazzino, e ancora due uccise a Santiago dalla polizia (l’ultima proprio ieri con un proiettile sparato alla testa da un militare). E che ha portato finora all’arresto di quasi 1.500 persone.

Troppo tardi è arrivato, sabato scorso, il passo indietro di Piñera – il presidente miliardario eletto alla fine del 2017 con i voti della destra post-pinochetista e dei settori legati ai nostalgici del regime militare – il quale, annunciando la sospensione dell’aumento delle tariffe, aveva anche richiamato la necessità dell’«approvazione urgente di una legge in grado di proteggere meglio i compatrioti di fronte ai bruschi e inattesi aumenti del prezzo del dollaro o del petrolio come è avvenuto negli ultimi mesi».

Tra manifestazioni, barricate e cacerolazos, il popolo cileno ha infatti alzato il livello delle proprie rivendicazioni, esprimendo il rifiuto di un intero modello di paese, quello che, come ha denunciato Andrés Figueroa Cornejo del Movimiento de los Pueblos y los Trabajadores, appare «la caricatura del manuale del liberismo ortodosso più dottrinario». Il Cile come oasi di stabilità, come l’isola felice – per i ricchi, si intende – descritta solo pochi giorni fa da Piñera si è rivelato per quello che è, un paese che quest’anno registrerà, sì, una crescita del 2,5%, una delle più alte in una regione in crisi-, ma che presenta un livello di disuguaglianza sociale tra i più elevati al mondo.

UN PAESE SEGNATO dalla precarietà a tutti i livelli dell’esistenza, in cui i salari non tengono il passo dell’alto costo della vita e la maggior parte delle pensioni risulta inferiore al salario minimo, e in cui il diritto alla salute, all’educazione, alla casa, a un trasporto realmente pubblico risulta sistematicamente calpestato. Un paese in cui il saccheggio dei territori – attraverso un estrattivismo selvaggio che non risparmia fiumi, foreste, montagne, ghiacciai – va ad arricchire, alle spalle dei mapuche e degli altri popoli indigeni, un gruppo di privilegiati insieme alle multinazionali straniere, malgrado gli studenti, che già lo scorso anno avevano marciato per il centro di Santiago a favore di una scuola pubblica, gratuita e di qualità, ripetano da tempo che, se il rame fosse cileno, l’educazione sarebbe gratis.

Un paese in cui, del resto, è ancora in vigore la Costituzione di Pinochet, disegnata su misura degli interessi di un’oligarchia retrograda sul piano culturale e ferocemente neoliberista su quello economico. Come c’era da aspettarsi, la proclamazione dello stato d’emergenza, esteso ora anche in città del nord e del sud del paese, ha solo buttato olio sul fuoco. Il divieto di manifestare ha moltiplicato le proteste. Il ritorno dei carri armati per le strade – avvertito come una provocazione nei confronti delle vittime della dittatura – ha aumentato la rabbia.

E LA RABBIA HA PRODOTTO – anche – scontri, incendi e saccheggi. Piñera ha parlato di una guerra contro un «nemico potente, implacabile, che non rispetta niente e nessuno e che è disposto a fare uso della violenza e della delinquenza senza alcun limite». E chiedendo a «tutti i compatrioti» di unirsi «in questa battaglia», ha annunciato la convocazione di un dialogo nazionale con tutti i settori del paese, al fine di ascoltare «idee e proposte» riguardo alle rivendicazioni relative «all’alto costo della vita, a una maggiore sicurezza per le famiglie, alla riduzione del prezzo dei farmaci e alle garanzie sul sistema di salute». Intanto, però, il ministro dell’Interno Andrés Chadwick, già distintosi nella guerra ai mapuche, ha indicato la necessità di rafforzare – ancora – il contingente di militari e agenti di polizia per le strade, che ha già superato le 10mila unità.

«Restate tutti nelle vostre case e mantenete la calma», ha chiesto alla popolazione. Ma è un appello destinato a cadere nel vuoto. Le organizzazioni sociali, che hanno posto come condizione per sedersi a dialogare con il governo la revoca dello stato d’emergenza e il rientro dei militari nelle caserme, sono nuovamente scese in strada ieri contro la disuguaglianza sociale, la precarizzazione della vita e la militarizzazione del paese, in una capitale paralizzata dalla chiusura della metro dopo i danni registrati in 78 stazioni, mentre i sindacati portuali hanno iniziato da ieri un blocco totale delle loro attività e i sindacati minerari si apprestano a fare lo stesso.


il manifesto, EDIZIONE DEL 22.10.2019

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