Don Milani. La povertà dei poveri | Recensione di Cinzia Picchioni

Cosimo Scaglioso (a cura di), Don Milani. La povertà dei poveri, Armando, Roma 2010, pp. 400, € 29,00

Partiamo da questo assioma, presente nel libro: «Nella Lettera ai giudici, don Milani dichiara di essere nonviolento e che le sue fonti sono il Vangelo e l’insegnamento di Gandhi»;

proseguiamo con i ringraziamenti: «Il volume è stato pubblicato con il contributo di: Fondazione Monte dei Paschi di Siena; Circolo Culturale Giovanni XXIII; Centro di ricerca, sperimentazione documentazione di educazione permanente (Università per stranieri di Siena);

precisiamo che il libro non è   «di» don Milani, ma «su» don Milani, che la cura è affidata a Cosimo Scaglioso, ma che i contributi sono anche di altri/e autori/rici:

Rosanna Virgili[1] ci guida in un percorso biblico verso la figura del Priore, tramite 3 vie, quella dell’ innamorato, quella della fedeltà fino al dono della vita, quella della disciplina (con la parola come «[…] atto di intelligenza […] presa di coscienza», p. 12;

Elena Besozzi[2] ci conduce alla riflessione sul tema dell’uguaglianza nella diversità, una delle sfide provenienti dalla proposta educativa di don Milani: uguaglianza della opportunità, selezione/inclusione/esclusione, origini socio-familiari sono gli argomenti sviscerati nel contributo di Besozzi, che tende a dimostrare l’estrema attualità della proposta educativa di don Milani nella scuola di oggi.

Ho scritto «contributo» non a caso. Il libro presentato questa settimana è un insieme di relazioni che hanno composto il Convegno nazionale (22-24 novembre 2007) svoltosi all’Istituto Sarrocchi di Siena. Tuttavia queste pagine non sono propriamente gli Atti di quel convegno, ma più precisamente vogliono essere riflessioni e proposte che offrono «[…] ciascuno i contorni forti del discorso […] sul versante […] pedagogico-didattico, nodo culturale del convegno e del volume», p. 10.

Proseguendo – insieme alle due donne (Rosanna Virgili e Elena Besozzi) incontriamo gli interventi di:

Umberto Margiotta[3] (sulla dispersione scolastica) che con poetiche citazioni ci fa ricordare – se ce ne fosse bisogno – quanto importante sia stato don Milani, per tutta la didattica, ma non solo: «[don Milani] muore un anno prima di quel Sessantotto di cui sarà, in un modo o in un altro, icona», p. 71; e l’«ottavo sacramento»? È la scuola, necessaria per colmare il divario tra chi conosce sì e no 250 parole (il povero) e chi ne conosce almeno 1.000: «[…] questa è la ragione per cui tu resti servo e lui padrone», pp. 69-70; «il segno lasciato da don Milani è così netto da risultare destabilizzante. […] va storicizzato e conosciuto con integrità, evitando annessioni indebite. Ma non è indebito darne una lettura contrastiva, immergendolo nell’attuale dibattito in tema di formazione […]. Nella cosiddetta “scuola delle tre i” – inglese, informatica, impresa – che fa dell’efficienza il suo totem, il segno di don Milani ha ancora molto da dire», pp. 71-72.

Ha ancora molto da dire sì! Vi ricordate «le tre i»? Sì-sì, era molto tempo fa… ma è forse cambiato qualcosa? No, anzi, quel concetto è entrato così tanto che ora l’inglese è insegnato all’asilo e che in molte scuole elementari i bambini lavorano e studiano, cercano e scrivono col tablet. Così poi – come è accaduto di recente – https://lamartesana.it/cronaca/raid-a-scuola-rubati-tablet-e-pc-per-7mila-euro/  – entrano i ladri e li rubano tutti. In compenso in altre scuole gli alunni devono portarsi la carta igienica da casa perché non ci sono i soldi!!! E ora, in quella scuola di Brugherio, con quali soldi si ricompreranno i tablets? Ma proseguiamo con il prossimo contributo, assolutamente legato a questo discorso.

Massimo Vedovelli[4] (p. 333): il suo intervento è basato sullo sviluppo della famosa frase «Conta di più chi sa più parole»; ma allora io vorrei che al primo posto delle tre «i» ci fosse l’italiano, al posto dell’inglese (o almeno insieme). Oggi si assiste al fenomeno di giovani che sanno sempre meno parole italiane, ma sanno male anche quelle inarrestabili in inglese: ieri sul cartello che invitava in un bar ho letto «Vieni a gustare il nostro brunck» cheeeeeee? Ecco come succede: sento dire che va di moda la colazione a tarda ora (il brunch, contrazione dell’inglese breakfast – colazione – e lunch – pranzo), non so come si scrive la parola, non mi interessa di saperlo (magari perché non ho imparato bene nemmeno l’italiano, a scuola, troppo occupato a seguire le «tre i») e la scrivo. Così la pubblicità è doppiamente inefficace. Io in quel bar non ci metto piede (se non per dire che la parola non si scrive così). Se non capisco è difficile che ami… l’ignoto fa paura. Ecco perché don Milani diceva quello che diceva.

Achille Mirizio[5], p. 25,  fa un utile excursus storico per «[…] descrivere […] l’universo di riferimento non solo del prete ed educatore don Lorenzo Milani ma anche della realtà concreta della società italiana sul finire degli anni Cinquanta e insieme della presenza della Chiesa cattolica in quella società», p. 25.

Andrea Bigalli[6]: il suo intervento è tutto nel titolo, e nel carattere in corsivo che è stato usato (p. 35): «Lorenzo Milani è stato don Milani». Bigalli, in quanto uomo di chiesa, ci tiene a ricordare che lo fu anche Lorenzo Milani. «Per quanto Milani resti patrimonio condiviso tra diverse realtà culturali […] non bisogna però dimenticare il suo essere stato uomo di Chiesa, anche in ciò segnato da una sua preziosa peculiarità. […] anche quest’angolo di visuale è importante».

I contributi più «corposi» sono del curatore, Cosimo Scaglioso – docente emerito di pedagogia all’Università per stranieri di Siena, tra le altre cariche – che presenta una prima, lunga, riflessione sul contesto storico in cui visse e operò il Priore, la questione dell’analfabetismo, l’ottavo comandamento, l’esperienza di Barbiana, il don Milani pedagogo, più pagine e pagine di ottime note bibliografiche, la foto della tomba del Priore.

Ma invece di rattristarci, rallegriamoci andando verso l’ultimo contributo – ancora di Scaglioso – perché tratta di «Don Milani e il cinema»: leggeremo di giradischi per imparare le lingue straniere (anche l’ebraico, mentre don Milani si lava e si veste), di trasmissioni radiofoniche registrate dal Priore in persona per i ragazzi, di tutta la questione «cinema», con indicazioni bibliografiche (Ernesto Balducci tradusse e aggiornò Cinema e cristianesimo, 1960, dell’inglese Amedeo Ayfre); del parere di don Milani sui mezzi di diffusione «[…] “giornali, cine, radio e televisione [che aumentano] il numero delle cognizioni [del] popolo”, in considerazione di un livello culturale, che pure è bassissimo [ma] risulta sempre alto rispetto a quello del “popolo”», p. 351.

Leggeremo una «film-list» – sulla scia delle playlist musicali – che per don Milani comprendeva Corazzata Potemkin (1925, di Eisenstein), Non uccidere (1961, di Autant-Lara), Diario di un curato di campagna (1950, di Bresson), Vangelo secondo Matteo (1964, di Pasolini), Roma città aperta (1944, di Rossellini). Maurice Cloche (regista del film su San Vincenzo de’ Paoli, Monsieur Vincent, del 1947) chiese a don Milani di preparargli la sceneggiatura di un film su Gesù. Ecco alcune delle indicazioni su come doveva essere quel film, secondo don Milani (pp. 357 ss.): dev’essere un film catechistico e considerare gli spettatori come adulti, rimanendo totalmente fedele al testo evangelico; mettere gli spettatori nei panni di Gesù, far loro studiare le reazioni degli ebrei (la pedagogia di Gesù è pazientemente progressiva); poi ci sono accenni anche allo spettatore di oggi, al disoccupato e all’operaio, che dovrebbero «uscire dal cinema con la certezza che Gesù è vissuto in un mondo triste come il loro, che ha come loro sentito che l’ingiustizia sociale è una bestemmia, che come loro ha lottato per un mondo migliore», p. 358. Infine vere e proprie indicazioni da regista e da sceneggiatore.

Il paragrafo «Il cinema e don Milani» (quello prima s’intitolava al contrario: Don Milani e il cinema) è un elenco ragionato a schede del materiale filmico «su» don Milani, con una lunga descrizione della pellicola del 1997 Don Milani. Il Priore di Barbiana (di Andrea e Antonio Frazzi).

Come chiusa troviamo 4 rare lettere, tra cui quella che don Milani scrisse a Aldo Capitini (dall’amicizia tra i due nacque quel «Giornale scuola», che sopravvisse solo per quattro numeri. Tutta la vicenda è in M. Gesualdi (a cura di), Don Lorenzo Milani, la parola fa uguali, LEF, Firenze 2005).

Ce n’è ancora da sapere – almeno per me è così – su don Milani. E menomale!


[1]Docente dell’Istituto teologico marchigiano

[2]Ordinaria di sociologia alla milanese Università cattolica del Sacro Cuore

[3]Ordinario di pedagogia all’Università Ca’ Foscari di Venezia

[4]Magnifico rettore dell’Università per stranieri di Siena

[5]Docente di storia e filosofia al Liceo Piccolomini di Siena; direttore dell’Istituto storico diocesano di Siena

[6]Presbitero della Chiesa fiorentina

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