Un mattino in Afghanistan | Kathy Kelly

Fra l’atteggiarsi dei politici, il terrorismo aereo e gli attentati esplosivi per strada, i cittadini afghani perseguono il proprio lavoro quotidiano verso la pace.

In una caldissima mattinata di settembre a Kabul, parecchie dozzine di uomini, donne e bambini siedono sui tappeti del pavimento di una stanza del Borderfree Center (Centro senza Confini) dei Volontari per la Pace Afghani. Le donne sono raggruppate assieme. Portano tutte il burqa, ma per il caldo scostano indietro il velo color blu acciaio rivelando i visi. Gli uomini perlopiù indossano le tuniche tradizionali e cappelli pakol.  Genitori e bambini ascoltano intenti Masoma, una giovane afghana che coordina la “Scuola dei Bambini di Strada” del Centro, che spiega l’importanza di una frequenza costante, mentre i genitori annuiscono concordi. Gran parte dei 100 studenti arrivano puntuali alle lezioni del venerdì, ma una manciata le ha recentemente saltate, facendosi vedere solo il giorno della distribuzione mensile delle razioni alimentari per le famiglie dei Bambini di strada. Il venerdì prima, chi aveva perso più di due classi prima della distribuzione di cibo se n’è andata a mani vuote—una dura lezione, ma gli insegnanti volontari sentivano di dover rispettare le regole che governano il centro: chiunque salti due o più lezioni al mese non riceve la razione.

Poi il college di Masoma, il dr. Hakim, si alza e fa due richieste senza preamboli: “Alzate la mano per favore se voi e la vostra famiglia avete almeno abbastanza risorse per soddisfare i vostri più stretti bisogni”. Si alzano sei mani. Poi chiede di alzare la mano a chi non ce l’ha fatta a coprire i bisogni. Si alzano sette mani. Hakim dice che la sua organizzazione vuole aiutare le famiglie a provvedere a sé stesse, acquisendo alimenti essenziali come fagioli, riso, e olio da cucina. Hakim ora chiede di alzare la mano a chi può mandare un famigliare, come un fratello maggiore, a un corso di tre mesi per imparare come riparare telefoni cellulari. L’idea incontra gradimento. Si passano in giro taccuini per annotare i nomi dei genitori e se possibile i numeri di cellulari Parecchie donne si fanno aiutare da Masoma per scrivere il proprio nome; lei le rassicura che resterà in contatto.

Un giovanotto alto, Habib, porta un gran vassoio di banana e mele e le offre con garbo a ogni ospite. Sei anni fa, membri di Afghan Peace Volunteers (APV) si sono fatti Habib amico quando l’hanno incontrato in un mercato congestionato. Suo padre era stato ucciso quando era esplosa una bomba a Kabul. Ricordo di averlo osservato lavorare in una strada polverosa e affollata durante un gelido pomeriggio poco dopo che lui e la famiglia avevano preso residenza in una misera catapecchia a Kabul. Suo fratellino gli camminava a fianco per mano mentre Habib portava una bilancia chiedendo alla gente di pesarsi. Aveva un aspetto sperduto e preoccupato. Ragazzo timido e ansioso, veniva regolarmente picchiato da uno zio che cercava di costringerlo a entrare in una milizia; e che adesso riconosce che Habib era stato saggio a venirne via.

Oggi, Habib mi sovrasta. Ieri ha parlato con ardore alla riunione di un gruppetto che aveva aiutato nelle modalità di programmazione dello sviluppo di rapporti di curar. Negli ultimi tre anni ha imparato a leggere e scrivere ed è stato il più bravo delle sue classi in una scuola governativa. Ha anche sviluppato delle competenze costruttive. Quando ho fatto notare molte pareti del centro riparate e dipinte di fresco, Masoma ha sorriso contenta, dicendo “Habib! E’ stato un grosso aiuto”.

Alcuni adulti si trattengono ai bordi del giardino interno ombreggiato, ripieno di alberi da frutta, viti, erbe aromatiche e fiori. Qualche volontario APV ha usato metodi di permacultura per progettare e coltivare quello spazio. Altri si sono recentemente dedicati a una “squadra per l’energia rinnovabile”, che l’anno scorso ha aiutato quarantaquattro famiglie ad acquisire energia solare. Quest’anno sperano di espandere l’impresa.

La settimana scorsa si sono riuniti volontari giovani per programmare una imminente conferenza “Sulla via della pace”, che sarà il terzo raduno annuale di partecipanti APV da ciascuna delle trentaquattro province dell’Afghanistan. La conferenza offre Quattro giorni di apprendimento intensive e scoperta di una mentalità trans-culturale, della nonviolenza, e di modi per abolire la guerra.

Ieri il dr. Hakim e io abbiamo chiesto silenzio complete nell’”ufficio” del centro, una stanzona tutta bordata di casse di libri, di schedari, stuoie e cuscini sodi, con al centro un intrico di fili collegati a una batteria solare, un ventilatore, un router, e una raccolta di telefonini e computer portatili. Amy Goodman di Democracy Now! aveva invitato il dr. Hakim e me a partecipare alle interviste riguardanti la brusca decisione del presidente Trump di annullare un incontro segreto che diceva di aver organizzato con il president dell’Afghanistan Ashraf Ghani, e rappresentanti dei talebani che si erano prima incontrati con l’inviato USA Zalmay Khalilzad. E ora, seduti sul pavimento dell’ufficio e stretti attorno al laptop consunto del dr. Hakim, aspettavamo che i tecnici di Democracy Now! ci contattassero via Skype.

Hakim e io abbiamo lasciato intendere che né Trump né glia altri negoziatori a Doha partecipassero a un autentico processo di pace, ma anzi a una crudele sciarada in cui ogni parte cercava maggior potere negoziale dimostrando di essere disposta ad uccidere gente innocente.

Molte persone che vivono in Afghanistan sono molto intimorite da una maggior potere talebano sulle proprie città, villaggi, strade, e le infrastrutture in crollo. I crimini di guerra talebani sono trattati con frequenza dai media globali. Meno ovvi alla gente in USA ma orribilmente reali per la gente in Afghanistan sono gli atti di  terrorismo aereo regolarmente commessi dai militari USA.

Scrivendo per The Daily Beast mesi fa, Andrew Quilty descriveva come una famiglia afghana nella provincia di Helmand abbia patito un feroce attacco alla propria casa nel novembre scorso. Due combattenti talebani erano arrivati da loro, insistendo affinché Obaidullah, il padrone di casa, li facesse entrare. Egli li scongiurò di andar via ma invece i due fecero fuoco su un convoglio congiunto USA-afghano, al che poco dopo un aereo Warthog A-10 USA mitragliò a bassa quota la casa di Obaidullah. “Sventagliando dal suo Gatling centinaia di rotoli di munizioni—proiettili grossi come grosse carote—sparati da un’arma progettata per rendere innocui carri armati” scrisse Quilty. “I due talebani erano fuggiti. Erano invece rimasti uccisi Obaidullah e suo figlio quindicenne Esmatullah; altri tredici con ossa rotte e ferite da shrapnel da capo a piedi; un quattordicenne, Ehsanullah, perse i due occhi”.

In un rapporto sulle vittimecivili, la Missione d’Assistenza ONU all’Afghanistan attribuiva l’aumento di morti civili nel 2019 all’intensificarsi della Guerra aerea USA nel paese. Inoltre, innumerevoli incursioni aeree congiunte USA/afghane hanno terrorizzato le famiglie i cui cari sono stati uccisi davanti a loro. Gli afghani comuni che ho incontrato la settimana scorsa sono acutamente consci dei raid notturni e attribuiscono la macabra abitudine di uccidere civili agli addestratori USA e alla CIA.

Prima che Donald Trump ritirasse la partecipazione USA, c’erano state nove sessioni di colloqui, e l’inviato special degli Stati Uniti Zalmay Khalilzad stava presumibilmente avanzando lento verso un accordo di “pace” con i talebani. Un autentico processo di pace riterrebbe tutti i belligeranti coinvolti responsabili di crimini contro l’umanità e richiederebbe un’immediata fine del militarismo USA e NATO in Afghanistan. Solleciterebbe gli USA a riconoscere umilmente la scelleratezza della propria invasione ed occupazione. Si chiederebbe a parti non-governative affidabili di sviluppare   percorsi affinché gli afghani ricevano riparazioni da tutti i paesi che hanno partecipato ai trascorsi diciotto anni di guerra. I responsabili di perseguire un autentico processo di pace avrebbero bisogno di mentori e consiglieri. Io raccomando gli Afghan Peace Volunteers.


Kathy Kelly è membro del TRANSCEND Network for Peace Development Environment; è pacifista USA e autrice, cofondatrice di Voices in the Wilderness, e attualmente co-coordinatrice di Voices for Creative Nonviolence. Tre volte dal 2000 è stata candidate al premio Nobel per la Pace. Come parte del gruppo di lavoro sulla pace in parecchi paesi, è stata in Iraq 26 volte, restando specialmente in zone di combattimento durante il periodo iniziale delle due guerre US-Iraq. Recentemente si è focalizzata su Afghanistan e Gaza, nonché su proteste in patria contro la politica dei droni USA. E’ stata arrestata oltre sessanta volte in patria e all’estero, e ha scritto sulle sue esperienze fra i bersagli dei bombardamenti USA e fra i reclusi nelle carceri USA. Vive a Chicago. [email protected][email protected]


TRANSCEND MEMBERS, 16 Sep 2019 | Kathy Kelly – TRANSCEND Media ServiceTitolo originale: A Morning in Afghanistan
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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