Come un attivista-studioso radicale sta scuotendo il mondo accademico | Sarah Freeman-Woolpert

Nel campo emergente degli studi sulla resistenza, Stellan Vinthagen attinge alla conoscenza e alle esperienze dei “professori di strada”.

Stellan Vinthagen non è un professore comune. Egli divide il suo tempo tra il centro intellettuale della University of Massachussets (UMass) e dozzine di campi di resistenza radicale in tutto il mondo, ed è uno dei principali pensatori e praticanti della resistenza nonviolenta al mondo. Potreste trovarlo mentre tiene lezioni sull’occupazione della terra, mentre addestra gli studenti a condurre campagne di resistenza nel campus, mentre supervisiona dottorandi, mentre scrive libri o partecipa a movimenti. Nel suo tempo libero, pubblica una rivista accademica peer-review che unisce le esperienze degli attivisti alle analisi degli accademici.

Incontrai Vinthagen per la prima volta nella foresta svedese, dove trascorre una parte di ogni anno scrivendo e conducendo ricerche presso l’Irene Writers’ Residence, un centro isolato per resistenti nonviolenti. Diversi anni dopo, Vinthagen mi chiamò dal Brasile, dove stava incontrando membri del movimento dei lavoratori senza terra (MST), insieme al collega attivista-studioso Kurt Schock. Il gruppo, composto da 600 famiglie che avevano trascorso 14 mesi in un’occupazione nonviolenta della terra, aveva vissuto in terreni non utilizzati di proprietà di aziende.

Ma il MST, con la sua presenza, va oltre la semplice opposizione alle aziende. I membri sono profondamente impegnati in una pratica di resistenza costruttiva, per edificare una nuova società sulla terra stessa. MST ha creato cliniche, un sistema educativo e persino organizzato un’università di attivismo, riferisce Vinthagen. È attraverso questa scuola che ha tenuto corsi di formazione e consulenze per facilitare azioni nonviolente contro il regime repressivo di Bolsonaro in Brasile.

In questa intervista, Vinthagen descrive come gruppi come il MST integrino la resistenza con la costruzione di una società migliore, due temi importanti nel campo emergente degli studi sulla resistenza. Vinthagen ha svolto un ruolo di primo piano, fungendo da pioniere in questo nuovo campo delle scienze sociali: dall’ottenere la prima cattedra in assoluto di “Studi di azione nonviolenta diretta e disobbedienza civile” presso UMass, fino a ricoprire il ruolo di caporedattore del Journal of Resistance Studies.

Nella nostra conversazione, Vinthagen ha descritto il ruolo che gli studi sulla resistenza possono svolgere per una maggiore comprensione di come la resistenza popolare trasforma le società e di come possiamo imparare sia dagli studiosi sia dagli attivisti per rafforzare in futuro i movimenti di resistenza.

Quali sono gli scopi della Resistance Studies Initiative e perché sviluppare un nuovo campo di studi sulla resistenza invece di studiare la resistenza nonviolenta all’interno di altre discipline?

L’idea alla base della Resistance Studies Initiative è costruire un ponte tra le conoscenze accademiche e quelle acquisite dagli attivisti sul campo. Nel fare questo, stiamo stabilendo collaborazioni con quelli che chiamo “professori di strada” – attivisti esperti che aiutano a sviluppare strategie e idee per migliorare la resistenza.

Inizialmente, questa idea si sviluppò perché alcuni di noi all’università di Göteborg si consideravano come dei “rifugiati” dagli studi sulla pace. Ci riunimmo, a partire da diverse discipline, per sviluppare studi sulla resistenza, perché ritenevamo che gli studi sulla pace fossero stati assorbiti nel paradigma liberale, in cui potere e oppressione non sono al centro dei concetti di pace e giustizia.

Invece, l’attenzione era rivolta alla negoziazione e alla mediazione, con l’assunto che le parti in conflitto fossero uguali. Il nostro punto di partenza era la convinzione che il conflitto nella società implica il confronto con il potere, e bisogna capire come resistere al potere per costruire la pace e la giustizia.

Il nostro punto di partenza era la convinzione che il conflitto nella società implica il confronto con il potere, e bisogna capire come resistere al potere per costruire la pace e la giustizia.

Nel mio attuale ruolo di cattedratico, trascorro molto tempo a svolgere attività sul campo, ad esempio per capire come si opera nel movimento dei lavoratori senza terra qui in Brasile. Ma voglio anche dare un contributo. I lavoratori senza terra hanno creato la loro università libera di attivisti fuori San Paolo; stiamo discutendo sulla possibilità di insegnare in questa università. Quindi, cerco di fare ricerche e di capire, mentre cerco anche di stabilire delle relazioni e sviluppare collaborazioni di diverso tipo.

Ai tuoi inizi come attivista, quali furono le lotte nonviolente che iniziarono a modellare il tuo interesse nello studio della resistenza?

Sono nato [in Svezia] in una famiglia hippie e new age. Parlavamo di Gandhi. Eravamo vegetariani. Mio padre rifiutò il servizio militare e mia madre accolse dei rifugiati. Iniziai da adolescente, con le lotte contro l’energia nucleare in Svezia, in particolare nel referendum del 1980. Fui quindi coinvolto nell’attivismo ambientale e in quello pacifista, contro l’esportazione svedese di armi. Dal 1988 al 1989, feci parte di un gruppo che aveva creato una comunità di resistenza, modellata sulla Jonah House a Baltimora e Ploughshares.

La mia prima azione di disobbedienza civile fu nel 1986, quando bloccammo il Ministero dell’Energia a Stoccolma, in segno di protesta contro la mancanza di politiche per sviluppare energie alternative al nucleare. La mia mentore e ispiratrice, Kerstin Ekblom, una donna quacchera – dai capelli bianchi e fragile, che all’epoca aveva circa 75 anni – sedeva nel blocco insieme a noi. Fui colpito non solo dal suo fermo impegno, ma anche dalla paura che la polizia aveva di arrestarla. Il suo impegno e la sua determinazione mi mostrarono il potere della nonviolenza.

Nel corso del tempo, ho visto il potere dei movimenti nonviolenti nel costruire ampie alleanze e trasformare la società. All’università, iniziai a studiare esempi storici e movimenti in altre parti del mondo, per migliorare le nostre strategie e organizzazione. Iniziai l’Università a Göteborg, per studiare che cosa rende possibile la disobbedienza civile di massa, ma mi resi conto che le teorie sull’attivismo nonviolento erano sottosviluppate. Così, finii per lavorare allo sviluppo di un quadro teorico, che divenne la mia tesi di laurea nel 2005.

Nel corso degli anni, sono sempre più entrato in contatto con – e profondamente influenzato da – attivisti nel Sud del mondo. Ho iniziato a viaggiare di più; ho trascorso del tempo in Sudafrica, India, Colombia e così via. Questi attivisti hanno fatto una grande impressione su di me. Col tempo, la mia comprensione della nonviolenza è diventata più profonda teoricamente e anche più globale, vista dalla prospettiva del Sud del mondo.

In che modo le tue esperienze nel Sud del mondo hanno influenzato i corsi che tieni ora a UMass, molti dei quali sono incentrati su questi movimenti?

Durante la mia prima visita in Sudafrica nel 1994, trascorsi due mesi a studiare la lotta anti-apartheid. Quando incontrai attivisti della lotta contro l’apartheid, sia armata sia disarmata, mi fu chiaro che quelle persone non stavano solo compiendo azioni, ma stavano vivendo una vita di resistenza. Le condizioni erano molto difficili, ma il tipo di organizzazione che stavano costruendo mi colpì. Entrare e uscire di prigione; costruire qualcosa che richiedeva anni o decenni; il tipo di rischi che stavano correndo – per me, fu un incontro con la serietà della resistenza.

Quando incontrai attivisti della lotta contro l’apartheid, sia armata sia disarmata, mi fu chiaro che le persone non stavano solo compiendo azioni, ma stavano vivendo una vita di resistenza.

Questo per me era nuovo. In Scandinavia, l’attivismo tende ad essere qualcosa che fai per un paio d’anni in gioventù e lo fai nei fine settimana o nel tempo libero. Ma il movimento anti-apartheid ha sconfitto uno dei regimi più fascisti del mondo, principalmente con una lotta disarmata. E quando intervistai sudafricani che facevano parte della lotta armata, essi concordarono che era stata la lotta disarmata a mettere in ginocchio il regime.

Perché il concetto di “resistenza quotidiana” è così importante per sviluppare una più ampia comprensione degli studi sulla resistenza?

Il concetto di “resistenza quotidiana” è una cosa molto diversa da ciò che chiamiamo resistenza civile o azione nonviolenta; si tratta di persone che si impegnano nella resistenza senza essere organizzate o senza dichiarare di fare resistenza. In un certo senso, mi affascina vedere come persone comuni stiano effettivamente facendo resistenza nella loro vita quotidiana, sul posto di lavoro, nel loro quartiere, nelle loro famiglie – tutto il tempo – senza far parte di un movimento.

Chi occupa la terra o vive nelle baraccopoli di Bombay, dove ho studiato la resistenza quotidiana, potrebbe non chiamarla resistenza; tuttavia, essi sono ben consapevoli di trovarsi in rapporti di forza, in cui stanno cercando di ottenere piccoli guadagni. È come una lotta di classe giornaliera. Vediamo tanta creatività e innovazione nella vita quotidiana delle persone, che cercano di trovare modi per migliorare la loro situazione, anche se si tratta di atti molto piccoli o simbolici. Ma quando migliaia di persone li compiono, questi atti possono avere un impatto molto forte.

Questo è un contributo importante degli studi sulla resistenza per espandere la nostra idea di che cosa sia la resistenza e della creatività che essa comporta. Abbiamo la tendenza a credere che la resistenza si verifichi solo quando ci sono mobilitazioni di massa per le strade; molto spesso ignoriamo l’importanza della resistenza quotidiana o le forme culturali più creative che essa potrebbe assumere. Quindi, penso che dobbiamo ampliare il nostro punto di vista e non concentrarci solo sulle grandi mobilitazioni di massa, che pure sono necessarie.

Vediamo tanta creatività e innovazione nella vita quotidiana delle persone. Quando migliaia di persone li compiono, questi atti possono avere un impatto molto forte.

Per fare un esempio, Asef Bayat è un ricercatore iraniano sui temi dell’urbanizzazione, che ora lavora negli Stati Uniti. La sua ricerca ha esplorato gli insediamenti informali dei poveri delle città, in luoghi come Teheran e Il Cairo. Egli ha dimostrato che, attraverso le loro illegali occupazioni di terra, queste persone hanno effettivamente modellato l’area urbana molto più dei pianificatori urbanistici o dello stato. Se si guardano le mappe nel corso degli anni, nonostante i tentativi delle autorità di utilizzare i bulldozer e la polizia antisommossa per controllare le persone, si vede che la crescita di queste città è decisa, in definitiva, dai poveri. Migliaia di persone, che cercano di trovare un posto dove vivere e vendere beni per strada, hanno un impatto incredibile sulla città in generale. E questo è solo un esempio di come l’effetto cumulativo di molte piccole azioni individuali possa trasformare una città e una società.

Qual è il contributo degli studi di resistenza alla nostra comprensione dell’instabilità politica e dell’ascesa dell’autoritarismo nel mondo di oggi?

Lasciami dire che, in questo momento, non si potrà mai esagerare l’importanza degli studi sulla resistenza. Abbiamo la minaccia combinata di un crescente autoritarismo nel mondo, dove Trump è solo un sintomo di ciò che stiamo vedendo altrove, dal sentimento anti-immigrazione e dal crescente fascismo in Europa, a Modi in India, Bolsonaro in Brasile e Putin in Russia.

Inoltre, c’è un problema nel movimento progressista, di sinistra o liberal. Siamo molto bravi a criticare l’ingiustizia e i problemi nel mondo, ma non siamo altrettanto bravi a elaborare la nostra visione di una società diversa e strategie su come collaborare per realizzare tale trasformazione. Siamo di fronte alla minaccia della crisi climatica, della distruzione ambientale e delle crescenti disuguaglianze nel mondo: dobbiamo migliorare il modo in cui affrontiamo il nostro lavoro per la trasformazione sociale. La resistenza è una parte importante di ciò.

Inoltre, anche se la ricerca ha dimostrato che i movimenti disarmati hanno molto più successo della resistenza armata, abbiamo un altro problema: se prendiamo come esempio il Sudafrica, l’ingiustizia esiste ancora oggi, proprio come ai tempi dell’apartheid. Alcune cose sono migliorate enormemente, ma l’ingiustizia economica non è cambiata. Dobbiamo trovare modi in cui la resistenza nonviolenta possa affrontare non solo la violenza politica della repressione da parte degli Stati, ma anche la violenza strutturale di un sistema capitalista globale che sta sfruttando i popoli.

Dobbiamo migliorare il modo in cui affrontiamo il nostro lavoro per la trasformazione sociale. La resistenza è una parte importante di ciò.

Quindi, credo fermamente che occorre combinare la resistenza con lo sviluppo di alternative. Questo è quanto Naomi Klein chiamerebbe il “sì” e il “no” della lotta, o quanto Michael Nagler chiama il “programma ostruttivo” e il “programma costruttivo” nel nostro lavoro, in cui cerchiamo di ostacolare qualcosa mentre cerchiamo di costruire qualcos’altro. I lavoratori senza terra della MST in Brasile si stanno integrando in un modo speciale occupando la terra e, su quella terra, stanno costruendo quello che chiamano il Nuovo Brasile.

Pertanto, penso che possiamo aumentare la creatività e la qualità del nostro lavoro con l’aiuto degli studi sulla resistenza, in particolare se raggiungessimo una maggiore collaborazione tra attivismo e mondo accademico. Nelle mobilitazioni di massa avremmo allora movimenti più abili, che non sono tanto facilmente cooptati, e le trasformazioni della società avrebbero un impatto maggiore.


Sarah Freeman-Woolpert è una scrittrice, ricercatrice e organizzatrice specializzata nei movimenti sociali nonviolenti e nelle azioni creative. Ha vissuto per due anni nei Balcani, studiando e sostenendo i movimenti giovanili di attivisti. Ora organizza e addestra una rete nazionale di sostenitori della pace con il Friends Committee on National Legislation.


28 agosto 2019, Waging Nonviolence
Titolo originale: How a radical activist-scholar is shaking up academia
Traduzione di Franco Malpeli per il Centro Studi Sereno Regis

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