Il contesto importa, ma non per i palestinesi | Richard Falk

Alexandria Ocasio Cortez

Proviamo giusto a immaginare la reazione israeliana a un piano di pace avanzato da un futuro presidente USA eletto per portare avanti l’agenda della ‘squadra’ [di autoproposti mediatori, ndt], che appena insediatosi nomini alla guida delle proprie mosse in Medio Oriente Noam Chomsky, il capo del CAIR [Consiglio per i Rapporti US-Islam, ndr], e Medea Benjamin. Immaginiamo inoltre che prima di rendere nota la rivoluzionaria iniziativa di pace della Presidente Alexandria Ocasio-Cortez, la nuova dirigenza di Washington abbia intrapreso le seguenti mosse unilaterali: proposto una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU che chieda lo smantellamento del muro di separazione israeliano secondo il Parere Consultorio del 2004 della Corte Internazionale di Giustizia; insistito sul rispetto israeliano dell’Articolo 49(6) della Quarta Convenzione di Ginevra e alla contestuale richiesta di sollecito reinsediamento di tutti i coloni israeliani dietro la Linea Verde del 1967; informato il Congresso della propria intenzione di interrompere un’ulteriore assistenza annuale economica e militare a Israele. E che oltre queste ‘provocazioni’, gli US abbiano perseguito un’energica diplomazia regionale con i vicini arabi designati ad esercitare la massima pressione possibile su Israele affinché concordi con qualunque proposta in merito di Washington se vuole evitare gravi conseguenze avverse.

So che questo colpirebbe anche la gran parte dei pro-palestinesi come un modo assurdo per cercare disposizioni di pace sostenibili e giuste, ma questa è appunto la via intrapresa dalla Casa Bianca nelle sue multiple mosse acrobatiche progettate per rendere benaccetto l’”accordo del secolo” di Trump/Kushner. Perfino i flebili tentativi di Obama di equilibrare appena un po’ la bilancia hanno fatto infuriare gran parte degli israeliani, capi compresi. Possiamo quindi a mala pena immaginare la reazione israeliana a un’iniziativa di pace lanciata dalla squadra nei termini suddetti, che pur con le sue apparenze radicali sarebbe in realtà ragionevole da una prospettiva di diritto internazionale e di moralità, anche se causasse un’apoplessia collettiva a Tel Aviv.  L’assurdità di questo scenario di ‘pace’ a ruoli invertiti dovrebbe aiutarci a capire quanto estremo sia già l’estremismo pro-israeliano della Casa Bianca di Trump. Che ciò debba essere dimostrato anziché dato per scontato, sottolinea quanto la lotta palestinese si sia vittimizzata agli occhi di molti di noi in Occidente.

Altrettanto degno d’osservazione è il discorso della diplomazia di Trump adottato dagli apologeti sionisti e perfino da qualche liberal anti-Trump e pacifista israeliano come Gershon Baskin. Il cui messaggio in mala fede ai palestinesi segue tre line parallele: “Non ripetete sbagli già fatti rigettando semplicemente le proposte di pace di Trump”, “Date le circostanze, quanto offre Trump è il meglio che i palestinesi possano sperare, con le condizioni mutate sul terreno e nel complesso della regione”, e “Non rifiutate anticipatamente, partecipate, ascoltate attentamente, reagite con favore a ogni elemento positivo, e proietta te un’immagine d’impegno costruttivo”. E’ rivelante che tali consigli ai palestinesi vengano avanzati senza alcuna considerazione dell’estremo contesto anti-palestinese creato da una serie di mosse deliberate di Trump dal momento della sua elezione. Riusciamo anche solo a immaginare di dare consigli del genere alla dirigenza israeliana se le realtà politiche fossero mai inverse? Non ci vuole davvero una vivida immaginazione per materializzare le imprecazioni che colorirebbero indubbiamente le più verosimili reazioni israeliane qualora gli venisse detto che cosa fare in circostanze analoghe. I palestinesi, invece, vengono castigati per non essere ricettivi e anzi riottosi a venire al tavolo delle trattative con mente aperta. È vero, l’Autorità Palestinese non ha mostrato molta sagacia nel gestire la situazione, facendo affidamento sulla sufficienza del suo borbottio scettico e del suo ambivalente ‘NO’ pubblico. Sarebbe stata meglio una spiegazione di questo tipo: “Data l’ostilità verso le istanze palestinesi che sono state tipiche della presidenza Trump fin dal suo inizio, come può chiunque sia assennato aspettarsi che siamo così ingenui da fingere che esista una qualunque base d’esplorazione delle proposte Trump/Kushner come se potessero offrire una soluzione equa alla nostra lunga lotta per i nostri diritti più elementari?” Partecipare in un’atmosfera così sbilanciata sarebbe il colmo della follia per i palestinesi, li renderebbe apparentemente privi di dignità o capacità d’intendere, null’altro che burattini fatti in modo da essere manovrati dai loro nemici.

I palestinesi avrebbero potuto e dovuto far meglio nell’esporre la loro visione della pace. L’estrema unilateralità dell’approccio di Trump porgeva ai palestinesi un’opportunità d’oro per dichiarare con quanta forza possibile il bisogno urgente e immediate di un nuovo intermediario di pace che fosse un facilitatore anziché un partigiano come gli scorsi presidenti US o tanto meno uno che s’impone come sembra essere questo. Gli Stati Uniti avevano a lungo abusato del proprio ruolo di ‘onesto mediatore’, ma erano ormai arrivati al punto di rendere qualunque ulteriore accettazione palestinese del ruolo US una fonte di umiliazione, se non un segno di senilità politica.

Vale la pena di annotare sempre come lo sfondo del discutibile comportamento pro-israeliano sia trattato dai commentatori internazionali. Quando il contesto della giustificazione viene perso di vista o represso, di solito segnala un’intenzione di persuadere l’uditorio escludendo considerazioni che complichino, in quest’istanza, i segnali multipli che gli Stati Uniti hanno distrutto tutte le aspettative ragionevoli da parte dei palestinesi di equità od obiettività in un proposto processo di pace. Se la cornice dell’accordo di Oslo era carente da questi punti di vista, l’accordo di pace del secolo da una cornice di prosperità sprofonda ben più. Quando si mette in gioco il contest, rappresenta un tentativo di scoprire se ci siano motivi ragionevoli per avanzare, e in questo caso non ce ne sono.

Alla fin fine, c’è sotto una mala interpretazione che ha ulteriormente distorto la gran parte dei commenti. Ciò che si va cercando in questa ‘diplomazia di pace’ di Trump non è un compromesso che tenga coto dei diritti basilari dei due popoli, ma una vittoria di una parte sull’altra. E’ un approccio lievemente teorizzato da Daniel Pipes e dai suoi confederati al Forum del Medio Oriente, cercando di giustificare mosse coercitive US ed israeliane che indurranno i palestinesi a riconoscere la sconfitta politica e sottomettersi a condizioni ad arbitrio del vincitore israeliano. Quindi, il successo dell’approccio Trump/Netanyahu non è questione di trovare un terreno fra i due lati, bensì serrare le viti della repressione così forte che i palestinesi si arrendano. L’approccio è stato finora basato sulla coercizione diplomatica integrata da grevi influenze geopolitiche regionali e globali, ma poca violenza diretta oltre l’accettazione della disinvolta scelta israeliana di sistematici eccessi di forza nel trattare la Gran Marcia del Ritorno durante tutti i 68 venerdì scorsi.

Eppure, una dirigenza palestinese responsabile dovrebbe fare di più che starsene imbronciata e inerte. Oltre a spiegare perché le mosse di Trump rendono inaccettabile il ruolo tradizionale US a scopi di negoziato, i palestinesi di ogni fazione dovrebbero mettere da parte le loro discordanze e raggiungere un’unità di scopo, almeno per la durata della propria lotta nazionale. Ancor più importante potrebbe essere prendere l’iniziativa diplomatica formando una squadra di esperti rispettati per abbozzare i profili di una proposta di pace che picchetti i contorni di un compromesso politico su Gerusalemme, sugli insediamenti [nei territori occupati], sulla natura di stato, i confini, i profughi, l’acqua, le risorse in acque territoriali, la cooperazione economica, la sicurezza, e quant’ altro si ritenga rilevante. Seppur solo in forma di dichiarazione di principi, manifesterebbe un’ intenzione di far di più che giusto rinunciare alle spregevoli offerte che la Kushner Inc. sta spacciando per l’intera regione. Un’iniziativa positive del genere articolata dal versante palestinese ci vorrebbe da tempo, sarebbe d’aiuto ai palestinesi nella inevitabile ‘guerra di pubbliche relazioni’ che in conclusione può essere altrettanto rilevante per la lotta politica che il tiro alla fune diplomatico o addirittura le lotte di resistenza.

Risiamo al punto base: il contesto importa, e se viene eliminato le valutazioni di ragionevolezza comportamentale non possono che venire distorte, specialmente se quanto è in gioco è intensamente contestato. Ciò è particolarmente vero per l’approccio Trump/Kushner sfrontatamente crudele che sembra disegnato per permettere una ‘vittoria’ israeliana sotto le sembianze del raggiungimento della pace in base a un compromesso politico.  Coloro cui preme la giustizia devono far sì che non avvenga!

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Richard Falk è membro della Rete TRANSCEND, uno studioso di rapporti internazionali, professore emerito di diritto internazionale alla Princeton University, Ricercatore Distinto al Centro Orfalea di Studi Globali, UCSB, autore, coautore o redattore di 40 libri, e portavoce e attivista per gli affari mondiali. Nel 2008, l’UNHRC (Consiglio sui Diritti Umani delle Nazioni Unite) nominò Falk a Rapporteur Speciale delle Nazioni Unite su “la situazione dei diritti umani nei territori palestinesi  occupati dal 1967” per un periodo di sei anni.  …


TRANSCEND MEMBERS, 5 Aug 2019 | Richard Falk | Global Justice in the 21st Century – TRANSCEND Media Service

Titolo originale: Context Matters Except for the Palestinians
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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