La violenza delle merci | Giorgio Nebbia

Giorgio Nebbia (Bologna, 23 aprile 1926 – Roma 3 luglio 2019)                                                      

Mercoledì 3 luglio 2019 è scomparso all’età di 93 anni Giorgio Nebbia, pioniere – assieme all’amica Laura Conti – dell’ecologismo e dell’ambientalismo in Italia, parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). Una vita di studi dedicati alla scienza, all’ambiente e alla sociologia economica: la sua disciplina preferita – è stato professore emerito dell’Università di Bari, dove ha insegnato dal 1959 al 1995 – era infatti la merceologia, corredata di approfondimenti sull’impatto ambientale della produzione industriale moderna.

La sua attenzione per l’eco-sostenibilità del sistema economico lo portarono rapidamente a integrare i suoi studi in quella visione ecologica del cristianesimo che ha poi avuto una sua “summa” nell’Enciclica “Laudato Sì” sulla cura del pianeta – la nostra Casa Comune – promulgata da papa Francesco nel 2015. Pochi ricordano che Giorgio Nebbia fu rappresentante del Vaticano alla prima conferenza mondiale sull’ambiente, organizzata dall’ONU a Stoccolma del 1972 e che fu poi nominato consulente della Santa Sede per la Commissione di Giustizia e Pace del Vaticano.

Molti dei suoi scritti si soffermano sul concetto di violenza intrinseca nei processi di produzione, scambio e consumo di beni materiali e vi sono più versioni di suoi testi che esplicitamente rimandano nel titolo al connubio fra violenza e merci. Il più noto di questi è un volume di 48 pagine, La violenza delle merci (Tam-tam, Mestre 1999) edito dall’Ecoistituto del Veneto, nel quale – come sottolineava Michele Boato presentandolo, – “la violenza nei rapporti economici viene declinata dagli scambi commerciali delle civiltà mediterranee fino al sistema industriale-consumistico del XX secolo”. All’epoca della pubblicazione, quasi vent’anni fa, la correlazione fra violenza e scambi dell’economia poteva forse suscitare stupore in qualche lettore non abituato alla profondità sociale dei temi ambientali; oggi questo stupore è fuori luogo, perché è chiaro che la violenza – così come i richiami di Nebbia, per antitesi, alla nonviolenza come soluzione – nascosta o esplicita nei moderni modi di produrre e consumare è uno dei nodi che stringono l’intreccio fra bisogni, eguaglianza e giustizia nella distribuzione delle risorse.

La similitudine fra gli scambi dell’economia e i flussi di risorse ed energia che avvengono in natura evidenzia il carattere deleterio della violenza introdotta dal mercato. Quando sposta l’attenzione sul commercio, Nebbia introduce i concetti di proprietà e di esclusione associati con la nascita del concetto di classe, spiegando così la trasformazione della natura (e del lavoro) in beni accumulabili e spendibili solo sul mercato. Il mercato fonda la propria potenza sulla continua espropriazione dei beni della natura, lasciando risorse impoverite alle generazioni future; con la sottrazione, da parte di alcuni, di tali risorse ad altri. Poiché i popoli rapinati – di minerali, mano d’opera, prodotti agricoli e forestali, merci – tendono a ribellarsi, risulta consequenziale l’emergere della violenza non solo sulla natura ma anche fra gli uomini negli scambi commerciali, fino alle forma di oppressione dell’imperialismo e del colonialismo, le più lunghe e sanguinose della storia, perfino più delle dittature comuniste e naziste.

Sono numerosissime le opere di e su Giorgio Nebbia – “L’energia solare e le sue applicazioni”, Feltrinelli, 1966; “Il problema dell’acqua”, Cacucci Editore, 1969; “Lezioni di merceologia”, Laterza, 1981; “La società dei rifiuti”, Edipuglia, 1990; “Lo sviluppo sostenibile”, Edizioni Cultura della pace, 1991; “Le merci e i valori. Per una critica ecologica al Capitalismo”, Jaca Book, 2002 – instancabile produttore di saggi e riflessioni che pubblicava sulla stampa nazionale (“Il Giorno”, “Il Messaggero”, “L’Unità”, “Il manifesto”, “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “Liberazione”) e che metteva a disposizione degli attivisti con grande generosità. Una raccolta di suoi saggi dal titolo “Scritti di storia dell’ambiente e dell’ambientalismo 1970-2013” curata da Luigi Piccioni è liberamente disponibile sul sito della rivista Altronovecento (http://www.fondazionemicheletti.eu/altronovecento/quaderni/4/AltroNovecento-4_Nebbia-Piccioni_Scritti-di-storia-dell-ambiente.pdf) curata dalla Fondazione Micheletti che conserva l’archivio storico dedicato a Giorgio Nebbia e alla moglie Raffaela presso il Centro di Storia dell’Ambiente a Brescia. Questo stesso testo è tratto da un contributo intitolato “Ecologia come nonviolenza”, inserito nel volume “Per Giorgio Nebbia. Ecologia e giustizia sociale” edito dalla Fondazione Micheletti nel 2016.

Nel testo che segue – sempre sulla “La violenza delle merci”, della fine degli anni ‘90 – Giorgio Nebbia spiega come l’ineguale distribuzione geografica delle materie prime sia alla base dei conflitti per conquistare o controllare le risorse agricole, le foreste, i minerali e le fonti d’energia. La crescita dell’attuale economia di libero mercato – spiega Nebbia – sia nel Nord sia nel Sud del mondo, richiede, per la produzione di merci, crescenti quantità di materie prime. Inoltre, il “consumo” (o, meglio, l’uso) delle merci produce crescenti quantità di rifiuti gassosi, liquidi e solidi mentre in natura l’equilibrio fra organismi produttori e consumatori non porta mai ad accumuli ed eccessi di nessun tipo, non certo di beni e ricchezze ma neanche di scorie e rifiuti che quando prodotti diventano immediatamente nutrimento per altri organismi decompositori.

Nei paesi industrializzati, che sono i principali “consumatori” di materie prime e merci e di conseguenza i maggiori produttori di rifiuti, la capacità di ricezione da parte delle acque e del suolo si va riducendo, e questo dà luogo ad un “commercio” di merci negative o “cattive” verso i paesi in via di sviluppo. Talvolta si installano le attività inquinanti, sia agricole sia industriali, in paesi poveri in cui i controlli sull’inquinamento sono meno rigorosi.

Altri noti esempi della violenza delle merci nei paesi in via di sviluppo sono i grandi complessi idroelettrici che alterano l’equilibrio ecologico del paese; le monocolture che richiedono grandi quantità di pesticidi proibiti nei paesi sviluppati; il finanziamento del taglio delle foreste per ottenere pascolo per il bestiame la cui carne è richiesta dai paesi sviluppati. Questa violenza è causa di conflitti locali e di migrazioni, dell’impoverimento ulteriore di paesi già poveri in nome della crescita dei profitti dei paesi industrializzati.

Enzo Ferrara


La Violenza delle Merci

Tutto è cominciato quando qualche nostro lontano antenato, una decina di migliaia d’anni fa, ha deciso di smettere di raccogliere frutti e tuberi e di correre dietro agli animali per trarne la carne e ha scoperto che alcune piante potevano essere coltivate e fornivano più facilmente del cibo e che alcuni animali potevano essere trattenuti entro recinti e allevati – addomesticati – per ricavarne carne, latte, uova, alimenti, cioè, più pregiati di quelli vegetali. La transizione dallo stato di raccoglitori-cacciatori a quello di coltivatori-allevatori – la “rivoluzione agricola” del neolitico – ha generato molti caratteri della società odierna, che anzi si può dire sia cominciata proprio allora.

Innanzi tutto ha generato il concetto di proprietà: la terra in cui coltivo il grano è “mia”, le bestie che allevo sono “mie”. Poiché non tutti potevano possedere terra e pascoli e animali, alcuni hanno dovuto comprare cibo da altri vendendo il proprio lavoro e da qui la stratificazione in classi. La classe dei proprietari ha cercato di avere abitazioni migliori per le quali occorreva trarre dalla natura pietre e materiali da costruzione; qualcuno un giorno ha scoperto che il fuoco modificava le pietre in forma utile, adatte come mattoni e ceramiche e metalli, e il fuoco poteva essere ottenuto bruciando la legna, ottenuta a sua volta tagliando i boschi.

A mano a mano che queste piccole comunità si sono evolute hanno cominciato a risolvere alcuni problemi tecnici; la carne o le pelli erano soggette a putrefazione fino a quando qualcuno ha scoperto – una delle prime “invenzioni” tecnico-scientifiche – che una polvere bianca lasciata dal mare sulla sue rive, il sale, era efficace per la conservazione dei prodotti di origine animale. Dove non c’era sale qualcuno ha raccontato che lo si poteva trovare in qualche paese lontano e così qualche persona più intraprendente si è messa in marcia verso i paesi del sale, ai cui abitanti dava in cambio metalli o cereali o belle ragazze. È nata così la classe dei mercanti, inferiore a quella dei re, ma superiore a quella degli operai.

I mercanti dovevano però fare i conti con i venditori dei paesi stranieri, talvolta avidi e arroganti ai quali talvolta bisognava dare una lezione con azioni militari, con “guerre imperialiste”, che sono cominciate proprio così. (Il racconto del libro della Genesi della distruzione delle città peccaminose di Sodoma e Gomorra, sul Mar Morto, riflette una delle guerre imperialiste contro i monopolisti del commercio del sale, altrettanto prezioso, allora, come oggi il petrolio o il tungsteno.)

Volendo, tutta la storia umana può essere raccontata sotto forma di guerre di conquista di materie prime e di merci per aumentare il capitale del denaro o la potenza, che è poi la stessa cosa. Cambiano i protagonisti, cambiano le merci e le materie oggetto di scambio, cambiano gli strumenti di conquista, ma la morale è sempre la stessa: alcuni paesi, alcuni popoli “possiedono” delle risorse naturali – minerali, pietre, piante, animali, acque, fonti d’energia, mano d’opera – e vengono aggrediti da altri paesi e altri popoli che vogliono appropriarsi di tali “beni”. Fino a quando l’unico parametro per misurare una persona o un popolo è la quantità di denaro che possiede, questa persona o popolo “deve” aggredire altre persone o altri popoli. Se non lo facesse verrebbe meno alle regole del suo paese o della sua classe.

L’unica variante è rappresentata dalle materie oggetto di conquista e quindi dallo stato delle conoscenze tecniche e merceologiche, e dalla scusa cui i conquistatori ricorrono per giustificare la propria violenza. Questo vale per le “civiltà” mesopotamiche ed egiziane, per l’impero romano e per la contro-invasione dei “barbari” alla ricerca di pascoli, per le “crociate” e per i viaggi verso “le Americhe”.

Al fianco delle rumorose celebrazioni del 500° anniversario della “scoperta” geografica con la relativa opera civilizzatrice del cristianesimo europeo, qualcuno ha ricordato che lo stimolo di Colombo ai suoi marinai era la ricerca della “via delle spezie”, interrotta dalla conquista turca del terminale occidentale della via terrestre della seta. E i quattrini che Spagna e Portogallo, e poi Olanda, Francia, Inghilterra, investirono nelle spedizioni verso occidente e verso l’Asia erano giustificati soltanto dalla speranza, poi dalla certezza, di riportare a casa oro, argento, rame, piante d’importanza economica, e poi zucchero, e poi gomma, eccetera. E anche in questo caso lo scontro con i “nativi”, che erano da sempre proprietari degli agognati territori, poteva essere risolto soltanto con un’energica guerra di distruzione, di “conquista”.

Sono passati gli anni, ci sono stati i filosofi del settecento, ci sono stati i movimenti e le idee dell’ottocento e del novecento; davanti agli effetti di guerre devastanti alcune persone di buona volontà hanno gettato le basi per “nuovi diritti”. I diritti dei popoli all’indipendenza dalle potenze coloniali, l’abolizione della schiavitù, la necessità di risolvere pacificamente controversie relative alle materie prime. Ma si è trattato di palliativi che hanno forse alleggerito talvolta la pressione e la devastazione dell’imperialismo, ma non hanno fatto altro che spostare da una materia all’altra, da un paese all’altro, l’oppressione. Mascherata, a volta a volta, da motivazioni apparentemente etiche o morali o virtuose; la diffusione di una religione considerata più “vera” di altre; il “dovere” di migliorare il tenore di vita dei popoli poveri; il progresso delle conoscenze della natura e del mondo circostante.

E così ragionevolmente continueranno le cose fino a quando sopravvivono le regole del capitalismo, cioè dell’imperialismo, con tutte le contraddizioni che l’accompagnano, perché anche chi aspira ad un mondo più giusto inevitabilmente usa strumenti che derivano da azioni imperialiste e d’oppressione.

Il fatto è che il capitalismo affonda le radici in fatti fisici ben definiti: la vita quotidiana richiede materie che possono essere tratte solo dalla natura. “La natura è la fonte di ogni valore d’uso e di essa è fatta la ricchezza reale”. È passato un secolo e mezzo da quando Marx ha scritto queste parole, del tutto valide ancora oggi in un mondo che vuole fare credere che la ricchezza reale sia fatta di soldi, senza contare che non c’è un solo soldo che si sposti da una tasca all’altra senza “portarsi dietro” un pezzo di materia e un pezzo di natura.

E le risorse della natura non sono distribuite equamente sulla faccia del pianeta: alcuni popoli si trovano, consapevolmente o inconsapevolmente, insediati in territori che nascondono petrolio, rame, cobalto, petrolio, carbone, gas naturale, e altri popoli hanno bisogno, in quantità crescenti, di materie che non possiedono nei loro territori. Si ha un bel dire che le materie prime e le merci possono essere scambiate con accordi internazionali, ma, secondo le regole già ricordate, per le quali il capitale “deve” aumentare in ogni passaggio di mano, chi vende deve cercare di guadagnare di più e chi compra deve cercare di pagare di meno. E il “di più” e “di meno” non vengono mai stabiliti – non “devono essere” stabiliti – con criteri di solidarietà o di rispetto degli altri.

Gli infiniti conflitti associati alla cosiddetta organizzazione mondiale del commercio confermano come le regole del capitalismo siano in conflitto con la giustizia, l’equità, un più equo accesso ad uguali diritti.

Proprio in quest’inizio di secolo, caratterizzato dal massimo disordine monetario e finanziario, è forse il caso di cercare di rielaborare un’economia e una politica che riconosca la centralità delle materie e della natura. Anche le operazioni apparentemente più immateriali che ogni terrestre fa, dipendono da materiali che, anzi, diventano tanto più complicati quanto più raffinata è la tecnica.

È evidente che i signori dei soldi fanno di tutto per diffondere l’idea che la nostra sia una società virtuale teletronica immateriale, per poter governare loro i nostri bisogni e i prezzi delle merci secondo i principi che gli assicurano i massimi profitti. È evidente che gli stessi signori dei soldi non vogliono che gli acquirenti di merci si soffermino sull’origine e sulla natura di ciò che acquistano; se lo facessero si svilupperebbe una nocivissima consapevolezza che la vita di ciascuno di noi è legata a quella di infiniti altri lavoratori e persone sparse nel mondo e che il capitale sopravvive soltanto attraverso lo sfruttamento – l’acquisto a bassi prezzi e ad alto contenuto di dolore – di materie provenienti da innumerevoli altri paesi.

Pensiamo alla vita quotidiana di una qualsiasi persona, anche di modeste condizioni e di modesto livello di consumo, un lavoratore di un paese a medio sviluppo economico come l’Italia. La sua abitazione è fatta di cemento e calce e di acciaio, e quest’ultimo è stato ottenuto con minerali che sono stati importati da qualche paese americano o africano, magari da uno di quelli travagliati da guerriglie interne, alimentate dall’occidente al doppio fine di costringerli a vendere minerali a basso prezzo e ad acquistare armi occidentali ad alto prezzo.

Se proprio si vuole dare retta all’ecologia, che spiega che è meglio sfruttare di meno i minerali e riutilizzare i rottami metallici, ecco che il mercato offre grandi quantità di rottami metallici che altri paesi trasformano in nuovo acciaio o alluminio o rame. Ma può capitare che, nel commercio internazionale finiscano anche rottami contaminati da metalli o sostanze tossici, o da materiali radioattivi, residui di centrali nucleari. Il rispetto degli acquirenti vorrebbe che tali materiali fossero segregati ed eliminati, ma il rispetto del profitto vuole che essi siano messi in circolazione e poco conta se provocheranno malattie.

La vita quotidiana richiede alimenti vegetali e animali; in Italia in parte di importazione da paesi che cercano di aumentare i propri profitti aumentando le rese agricole (cioè la quantità di merce vendibile per unità di superficie) con sementi ad alta resa, magari geneticamente modificate, con impiego di concimi e pesticidi, con allevamenti intensivi che assicurino la massima quantità di carne per unità di mangime e di spazio della stalla.

Per realizzare questi fini occorre aumentare la produzione di concimi, estraendo le materie prime da paesi arretrati. Si pensi alle guerre nel territorio del popolo Sarawi, oppresso per consentire al Marocco di sfruttare i giacimenti di fosfati che tali territori nascondono. C’è qualche grammo di violenza in ogni chilo di pane o pasta o patate ottenuti da coltivazioni concimate col fosforo “portato via” al popolo Sarawi.

E c’è poco da commuoversi se scoppiano epidemie perché intere popolazioni di bovini sono state alimentate con mangimi ottenuti macinando cadaveri di altri animali morti, col loro carico di sostanze contaminanti. Quando scoppia un caso come quello della “mucca pazza” è come se la natura si vendicasse dell’avidità degli allevatori e dell’ignoranza dei cicli alimentari che stanno alla base della vita.

Ma la violenza nelle merci usate anche dalla persona “media” è ben più diffusa. Quando sente parlare della guerra in Angola per la conquista delle province in cui sono estratti diamanti, farebbe male chi pensasse che la violenza per ottenere tali diamanti è motivata dalla vanità degli accompagnatori di gentildonne che sfoggiano costosi diademi. I diamanti ormai hanno innumerevoli usi industriali e entrano nei processi che producono molti banalissimi oggetti come televisori, computer, telefoni, eccetera.

E lo stesso vale per altri materiali il cui nome era associato in passato al lusso, come oro, argento, platino, palladio. Le guerre e guerriglie per la loro conquista sono motivate dal fatto che tali metalli sono presenti nelle saldature delle apparecchiature elettroniche, che tutti usiamo, nelle marmitte catalitiche delle automobili, negli impianti petrolchimici che producono materie plastiche, eccetera.

Un giorno un telegiornale racconta distrattamente della guerriglia nella zona dei Grandi Laghi africani, fra Congo e Uganda, per la conquista del “Coltan”, ma nessuno spiega che si tratta di un prezioso minerale di niobio e tantalio, metalli usati nell’industria meccanica per leghe speciali, nell’industria elettronica, nell’industria missilistica e delle armi, eccetera.

Le guerre e guerriglie per le fonti di energia ricevono di tanto in tanto qualche maggiore pubblicità. Ma raramente i mezzi di informazione spiegano che le guerriglie nella Malaysia nel Borneo, nella Papuasia sono dovute alla conquista di territori, portati via alle popolazioni native, dove si trovano giacimenti di petrolio, gas naturale, minerali, dove si trovano foreste di legnami preziosi.

Del resto basta pensare alle guerre della gomma, per il cui possesso la Francia ha dominato l’Indocina per decenni, e che poi si sono trasformate nelle guerre di liberazione del Vietnam contro francesi e americani.

Ogni tanto circola su Internet qualche allarme per le decisioni del governo brasiliano che privatizza parte delle foresta amazzonica autorizzando il taglio di boschi per ricavarne il legname richiesto dall’industria della carta, prodotta addirittura da cartiere galleggianti giapponesi che tagliano gli alberi, li trasformano in carta e gettano gli scarti direttamente nel Rio delle Amazzoni e nei suoi affluenti. Ma non possono piangersi addosso per la perdita di biodiversità e per l’aumento dell’effetto serra coloro – e noi siamo fra questi – che hanno sempre maggiore fame di carta e di cartoni e di imballaggi. Da dove crediamo che venga la carta su cui sono stampate le parole che state leggendo?

Dovunque sentite che qualcuno muore, assassinato da un altro umano, cercate con attenzione e troverete lo scontro imperialistico per la conquista di qualche pezzo di natura: terra e acqua in Palestina, petrolio nel Golfo persico, uranio, tungsteno, cromo nello Zaire, acqua e petrolio nelle ex repubbliche sovietiche, eccetera.

Solo un autorevole e credibile governo mondiale – quello di “nazioni unite” da un grande progetto ideale, quello che avrebbe dovuto estirpare i veleni lasciati dalle grandi guerre imperialiste della prima metà del novecento – potrebbe stabilire dei criteri per un’equa, rispettosa ed ecologicamente sensata divisione delle risorse planetarie necessarie per soddisfare bisogni umani. Ma in oltre mezzo secolo tale governo mondiale è fallito, proprio perché i suoi promotori hanno dimenticato la visione profetica iniziale e sono rimasti succubi del regime capitalistico dominante.

Nella attesa di un auspicabile (ma improbabile) sovvertimento delle regole dell’economia capitalistica, potrebbe ciascuno di noi dare un piccolo contributo a rallentare la guerra delle materie prime? Probabilmente si, con due accorgimenti. Il primo consiste in una revisione dei modelli di consumi e sprechi di merci, ciascuna delle quali richiede materie prime e risorse naturali scarse e sottratte ad altri popoli, e genera scorie che contaminano aria e acqua e mari da cui dipende la vita e il benessere di altri popoli.

Un secondo contributo potrebbe essere dato da una maggiore conoscenza e attenzione per la storia naturale delle merci. Ciascun oggetto che usiamo come è fatto, quali materie contiene, ciascuna di queste materie da dove viene? È un po’ la strada avviata dalle iniziative per un commercio “equo e solidale” che saranno facilitate da una crescente informazione e diffusione di nuove scale di valori. Quanto “costa”, ciascun oggetto, non in euro, ma in chili di materie prime, di energia, di acqua, di inquinamento? Ciascun oggetto quali territorio impoverisce e quali contamina? E, infine, qual è il “contenuto di violenza” che ciascun oggetto ha “dentro di sé”?

La scuola potrebbe avere un ruolo importante, anche se delude la neutralizzazione di discipline naturalistiche, geografiche, merceologiche; del resto non c’è neanche tanto da sorprendersi se si considera che esse, se ben insegnate, avrebbero potuto offrire conoscenze critiche e “sovversive” rispetto alla cultura dominante.

Gli strumenti culturali e scientifici ci sono (ci sarebbero), a cominciare dall’ecologia (non dall’ecologismo, o ambientalismo, o consumerismo, di moda), l’insieme delle conoscenze dei rapporti fra materie viventi e inanimate – vegetali, animali, minerali, fossili – e fra tali materie (o risorse naturali) e i bisogni degli esseri umani come persone e come società.

L’ecologia può rappresentare uno strumento essenziale per diffondere la solidarietà internazionale, per riconoscere i reali bisogni umani, non quelli “creati” e moltiplicati per rendere le persone soggette al potere del denaro e degli oggetti, per comprendere, insomma, come l’economia capitalistica sia intrinsecamente incompatibile con un’amministrazione umana e solidale dei beni della natura.

BIBLIOGRAFIA

– G. Nebbia, Lo sviluppo sostenibile, Edizioni Cultura della Pace, Firenze 1991;

– G. Nebbia, “Una rilettura ambientale dell’imperialismo”, Giano n. 7 (gennaioaprile

1991), pp. 56-61;

– G. Nebbia, “Alla ricerca di una società neotecnica”, CNS Capitalismo Natura

Socialismo, n. 13 (febbraio 1995), pp. 53-63.

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