Il Parlamento italiano RESPINGA la proroga degli accordi con la Libia, APPLICHI sanzioni ai responsabili dei centri di tortura e APRA ai Corridoi Umanitari

Nei prossimi giorni si terrà il voto nelle aule parlamentari sulla proroga della missione in Libia, fortemente voluta dal governo Gentiloni, dopo l’ok delle commissioni Esteri e Difesa si attende il voto definitivo nel provvedimento inserito tra le missioni internazionali.

Come singoli e associazioni impegnate nell’accoglienza, nella solidarietà e nella denuncia di ciò che sta accadendo nel Mediterraneo centrale e orientale, chiediamo con forza e determinazione che venga fermato questo passo vergognoso, che getta fango e ombre sull’onore della nostra Italia e dei tanti che quotidianamente si impegnano per dare un volto diverso al Paese in cui viviamo.

Non ci sono le condizioni per rinnovare gli accordi con Tripoli, capitale di una nazione in cui Governo e Guardia costiera sono ostaggio e spesso complici di milizie, trafficanti di esseri umani e mafie locali, come documentato puntualmente e con seri lavori di inchiesta da parte di giornalisti come Francesca Mannocchi su l’Espresso e Nello Scavo su Avvenire.

Nella proroga, per “combattere l’immigrazione illegale” e “sostenere” la Guardia costiera libica si cita inoltre il: “Ripristino dei mezzi aerei e degli aeroporti libici originariamente demandati al dispositivo aereonavale Mare sicuro”.

Il 21 marzo nel corso di un aggiornamento nella sede Onu di Ginevra, il segretario generale aggiunto per i Diritti umani, Andrew Gilmour, ha rinnovato la preoccupazione: «I migranti vengono sottoposti a “orrori inimmaginabili” dal momento in cui entrano in Libia». Gilmour ha confermato la veridicità della relazione dell’Unsmil, la missione delle Nazioni Unite a Tripoli, che a dicembre aveva documentato «gravi violazioni dei diritti umani e abusi sofferti da migranti per mano di funzionari statali e membri di di gruppi armati, così come le atrocità commesse dai trafficanti». La quotidianità per i migranti è fatta di continue «torture e maltrattamenti» che anche nei centri di detenzione governativi «continuano senza sosta».

Le persone che vengono fermate in mare, dalle cosiddette forze di sicurezza libiche, vengono ricondotti in quelli che sono veri e propri centri di abuso dei diritti umani e tortura, disseminati su tutta la costa.

Le istituzioni libiche non sono indipendenti, si trovano in uno stato di infiltrazione di milizie e interessi particolari criminali, in un cerchio cinico che si autoalimenta, anche attraverso lo sfruttamento degli esseri umani che si trovano intrappolati nelle strutture di “contrasto all’immigrazione clandestina” formali e informali.

Come testimoniato dall’articolo a firma Nello Scavo su Avvenire, il 9 Giugno 2019, la figura del guardiacoste e quella del trafficante spesso si sovrappongono tra di loro. A Zawyah la  “guardia costiera” del comandante Bija è operativa grazie a mezzi e fondi elargiti via Tripoli dai donatori di Roma e Bruxelles, tuttavia secondo le Nazioni Unite, Bija dovrebbe stare in galera, per crimini commessi contro le vite dei migranti. Dal Luglio 2018 è sottoposto a sanzioni stabilite dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: in particolare il divieto di viaggio e blocco delle attività su cui sta indagando la Corte Penale Internazionale dell’Aja.

“Le sue forze”, come si può leggere in uno dei documenti a disposizione della Procura presso la corte penale in Olanda, “erano state destinatarie di una delle navi che l’Italia ha fornito alla Lybian Coast Guard” e alcuni uomini della sua milizia “avrebbero beneficiato del programma UE di addestramento nell’ambito delle operazioni navali Eunavfor Med e Operazione Sophia”.

Secondo gli esperti Onu i traffici di Bija si possono riassumere “nell’affondamento delle imbarcazioni dei migranti utilizzando armi da fuoco” e “la cooperazione con altri trafficanti di migranti, come Mohammed Kachlaf, che secondo fonti, gli fornisce protezione per svolgere attività illecite”.

Diversi testimoni, in indagini penali, hanno dichiarato che dopo essere stati prelevati in mare da uomini armati della Guardia costiera libica sono stati condotti in centri di detenzione e lì obbligati a vivere in condizioni brutali e a subire torture.

A Ginevra il portavoce dell’Alto commissariato per i diritti umani Ruperto Colville parla di “stragi nel silenzio”, con “decine di morti per tubercolosi”, nelle prigioni a causa della loro sistematica denutrizione. Sono strutture per le quali la Libia riceve centinaia di milioni di euro dall’Europa e specialmente dall’Italia.

L’inviato del Palazzo di vetro a Tripoli, Ghassam Salamé, a Marzo del 2019, ha confermato il deterioramento delle condizioni di vita per i migranti e per i libici: «Si stima che 823.000 persone, inclusi migranti e 248.000 bambini, abbiano bisogno di assistenza umanitaria in Libia»

La Libia non è un porto sicuro, e respingere in questi luoghi degli esseri umani, o sostenere chi , equivale a rendersi complici di un crimine

Gli accordi con il le Autorità libiche e la Guardia costiera libica devono essere bloccati e stracciati, in quanto sono palesi violazioni del diritto internazionale umanitario,e forniscono strumentazione bellica e di monitoraggio di alto livello a soggetti ed enti con chiari intenti violenti e criminali

Chiunque, nel mare Mediterraneo, si trovi in una situazione di pericolo per la propria incolumità deve essere soccorso, alle imbarcazioni che effettuano l’intervento, qualsiasi bandiera esse battono, deve essere consentito lo sbarco sul territorio italiano senza cinici teatri sulla pelle dei più vulnerabili

Chiediamo l’apertura di Corridoi Umanitari dalla Libia, sul modello di quelli presenti e attivi dal Libano e dall’Etiopia, per evacuare le più di 50.000 persone rimaste imprigionate nei centri prigionia e nelle aree degli scontri armati, invochiamo sanzioni e accertamenti giudiziari per i funzionari statali e i capi delle milizie coinvolti nella gestione dei centri di tortura e nella tratta di esseri umani


Torino for Syria, Gruppo Abele – Don Ciotti, Altre prospettive, Giovani Democratici del Piemonte, Acmos

Centro Studi Sereno Regis

Firma la petizione sulla piattaforma change.org

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