Ampolle e rosari. Così la Lega combatte il Vangelo | Aldo Bodrato

A chi volesse cominciare a orientarsi sulle ragioni che muovono la dinamica dello scontro, sempre più acceso, tra il Ministro degli Interni, capo della Lega, e il Vescovo di Roma, Papa della Chiesa Cattolica, mi permetto di suggerire l’attenta lettura di due immagini, non edificanti ma davvero chiarificatrici.

La prima la troviamo nelle pagine politiche dei quotidiani del 6 giugno a corredo di articoli che segnalano: «Il peso crescente dei voti cattolici a favore della Lega nelle ultime elezioni Europee e comunali». Ci presenta il bel faccione di Salvini che, al culmine di un affollatissimo comizio romano, sta compiaciuto in posa col rosario in mano; lo porta alla bocca e bacia, con compiaciuta protervia, la piccola croce di legno, doverosamente liberata dal corpo martoriato del Cristo morto.

La seconda avevo ipotizzato fosse l’immagine di Monsignor Bergoglio prostrato davanti a rappresentanti islamici, quella cioè da cui Salvini stesso intendeva contrapporre la sua, per segnalare che, mentre il nuovo Papa umiliava il Capo della Chiesa Cattolica-romana, baciando i piedi di “R’as” sud-sudanesi, lui baciava il simbolo stesso della supremazia religiosa, civile, culturale, militare ed economica cristiana. Vale a dire la “croce mariana della Madonna del Rosario”, che aveva condotto la flotta della «Lega Santa» alla storica e gloriosa vittoria sui Turchi (1571).

Ma poi, più prosaicamente, ho scelto l’immagine, altrettanto costruita e studiata, ma più spaesata che inquietante, della intronizzazione del Po a Dio della Padania (pubblicato per es. sul «Corriere della Sera, Bergamo» del 20-9-2016). Tra i volti divertiti di due bambini e di tre anzianotti, persi chissà dove, ci mostra Umberto Bossi che, in maglione da montagna, occhiali dorati e fede al dito, con aria perplessa, offre agli sguardi di una rada folla dispersa per «il Pian del re», una fiala non grande («la sacra ampolla») con l’acqua sorgiva del fiume Padre della Padania e del suo popolo operoso, fiero e felice, che anela alla liberazione da «Roma ladrona» e dal tricolore della schiavitù.

Si tratta di due immagini che, per quanto separate tra loro da più di vent’anni e relative a Segretari della Lega molto diversi, che oggi non si amano e sembrano muoversi verso fini politici apparentemente opposti, hanno in comune ben più di singoli rimandi a rituali religiosi. Mettono in scena l’elemento costitutivo di quell’identità ideologica, che proprio per la sua estemporaneità paradossale, caratterizza il populismo leghista.

Tutti in fondo ci siamo chiesti perché mai, nella buona e nella cattiva sorte, Bossi, abbia stancamente trascinato fino al 2015 i suoi fedelissimi dai piedi del Monviso ai canali di Venezia per celebrare una «Festa dei popoli padani», dedicata a un «Dio Po», in cui nessun popolo se l’è mai sentita di riconoscersi e in cui neppure lui ha mai dato il minimo segno di credere. Nel citato articoletto commemorativo del ventennio del rito, Davide Ferrario lo spiega così: «La fortuna politica e culturale della Lega è sempre stata basata su un forte senso di identità collettiva. E l’identità collettiva ha bisogno di miti e di riti: inventandosi la Padania e la cerimonia alle sorgenti del Po, Bossi l’aveva perfettamente capito. Solo che Bossi e i suoi erano e sono uomini moderni, mentre il rito ha bisogno di storia, tradizione, mistero» («Corriere della sera ? Bergamo», 16-10-2016).

Proprio quello che lì mancava e che Salvini, l’emulo infedele, constatato l’esito infelice dell’improntitudine di Bossi e la bocciatura referendaria della proposta secessionista, si è guardato intorno e ha intuito che i campioni della religione ritualista, necessaria per l’affermarsi della politica leghista, già erano presenti e operanti tra i rappresentanti del tradizionalismo cattolico, scoperti o coperti avversari del Vaticano II. Ha buttato “il cavolo” del regionalismo assoluto e deciso di provare a salvare “la capra” dell’assoluto sovranismo e, fatto la sua «marcia su Roma», qui giunto, ha sposato l’Italia in tricolore con la benedizione della potentissima lobby dei mariologi, vaticani, polacchi e financo moscoviti, da oltre un secolo a caccia di divini attributi per le Madonne dei loro santuari (a spese, sia ben chiaro, della donna, Maria di Nazaret) tra cui il titolo ambitissimo di «Corredentrice».

Salvini dunque crede nella Madonna, quanto e forse più che nel Figlio Gesù, detto il Cristo? Tanto quanto Bossi credeva nella divinità del Po. Alla Lega piace il rito, perché il rito, confermandolo nelle sue abitudini, si attagli al popolo dei benpensanti, ben più della fede, delle opere e delle speranze. Piace a molti curiali, chierici di diverso grado. Piace a molti teologi protetti da metafisiche corazze, a vescovi ferrignamente concordatari, ai cultori della religione di Stato e di ogni forma di totalitarismo che compri il consenso della loro confessione religiosa concedendo privilegi economici, riconoscimento di autorità etica e diritto di interferenza legislativa.

Fare di potere politico, potere economico, potere giudiziario, potere militare, potere culturale e potere religioso un tutt’uno, almeno nella forma vulgata di “culo e camicia”, è il sogno di ogni totalitarismo, anche del più secolarizzato. Di fatto abbiamo e abbiamo avuto tanto dittature e oligarchie di uomini che si ritenevano di natura divina, quanto di non-credenti convinti che la mancanza di “un dio” trasformasse in diritto assoluto il loro stesso volere. Proprio come di fatto, tanto il profetismo ebraico quanto quello evangelico del cristianesimo delle origini hanno gratificato e dovrebbero gratificare questa completa identificazione teorica e sovrapposizione storica tra autorità e potere mondano e autorità e potere divino, col nome di “paganesimo”.

Il cardinal Müller, successore di Ratzinger alla guida della Congregazione della Dottrina della fede, e con lui quanti lo spalleggiano, mostra dunque spiccati orientamenti neo-costantiniani, se non espressamente paganeggianti, quando, in nome del fatto che Salvini è regolarmente battezzato e cresimato, qualifica come «pura bestialità teologica» l’affermazione del direttore della «Civiltà cattolica» e del Presidente della Cei, che questi con la sua politica sull’emigrazione mostra di «non essere veramente cristiano». E rafforza questa sua posizione a favore della politica sovranista del Ministro degli Interni affermando di preferirlo ad altri in quanto «mentre ci sono Paesi che vogliono scristianizzare l’Italia e l’Europa, Salvini si rifà ai Santi Patroni dell’Unione Europea, alle sue radici cristiane».

Riconosco che si tratta di una conclusione che vale al più come il tonfo di un sasso buttato in uno stagno, già bersagliato da troppi sassi. La mia speranza è che qualcun abbia la forza e la pazienza di seguire e decriptare i percorsi dei cerchi che, sulle acque dello stagno, questo come di altri sassi, vanno e andranno disegnando.

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