Dopo il Neoliberismo | Joseph E. Stiglitz

Da 40 anni gli Stati Uniti e altre economie avanzate stanno perseguendo un’agenda di libero mercato con tasse basse, deregulation, e tagli ai programmi sociali. Non può esserci più alcun dubbio che quest’approccio abbia fallito spettacolarmente; l’unica questione è che cosa sta per – e dovrebbe – succedergli.

Che genere di sistema economico è più tendente al benessere umano? La domanda è giunta a definire l’era attuale perché, dopo 40 anni di neoliberismo negli US e in altre economie avanzate, sappiamo che quello non funziona.

L’esperimento neoliberista – minori tasse ai ricchi, deregolamentazione del lavoro dipendente e dei mercati di prodotti [e servizi?], finanziarizzazione, e globalizzazione – è stato uno spettacolare fallimento. La crescita è minore che nel quarto di secolo dopo la 2^ Guerra mondiale, e perlopiù concentrata all’estremità superiore della scala dei redditi. Dopo decenni di redditi stagnanti o addirittura calanti per coloro più in basso, il neoliberismo dev’essere pronunciato morto e sepolto.

In lizza per succedergli sono almeno tre grosse alternative politiche: nazionalismo d’estrema destra (e in rappresentanza del fallimento neoliberista), riformismo di centro-sinistra, e la sinistra progressista; ad eccezione della quale ultima, alternative che restano debitrici di una qualche forma ideologica che è (o dovrebbe essere) scaduta.   Il centro-sinistra, per esempio, rappresenta un liberismo col volto umano, il cui obiettivo è portare nel ventunesimo secolo, con lievi revisioni alle modalità prevalenti di finanziarizzazione e globalizzazione, alle politiche dell’ex-presidente US Bill Clinton e del’ex-premier britannico Tony Blair. Frattanto, la destra nazionalista ripudia la globalizzazione, incolpando migranti e stranieri di tutti i problemi odierni, pur mantenendosi del tutto impegnata – almeno nella variante americana, come mostra la presidenza Donald Trump – a riduzioni fiscali per i ricchi, alla deregulation, e alla restrizione o eliminazione dei programmi sociali.

Per contro, il terzo campo è per quello che chiamo capitalismo progressista, che prescrive una agenda economica radicalmente differente, basata su quattro priorità. La prima è restaurare equilibrio fra i mercati, lo stato, e, la società civile. Crescita economica lenta, disuguaglianza crescente, instabilità finanziaria, e degrado ambientale sono problemi nati dal mercato, tali quindi da non poter essere superati dal mercato stesso; i governi hanno il dovere di limitare e plasmare  i mercati mediante regolamentazioni ambientali, sanitarie, occupative e di sicurezza, e d’altro genere ancora; nonché di fare ciò che i mercati non sanno o vogliono fare, come investire attivamente nella ricerca di base, nella tecnologia, nell’istruzione, e nella sanità dei propri elettorati.

La seconda priorità è riconoscere che la “ricchezza delle nazioni” è il risultato d’indagine scientifica – imparare sul mondo intorno a noi – e d’organizzazione sociale che permette a vasti gruppi di persone di collaborare per il bene comune. I mercati hanno tuttavia un ruolo cruciale nel facilitare la cooperazione sociale, ma servono allo scopo solo se governati dalle norme del diritto e soggetti a controlli democratici; altrimenti, singoli possono arricchirsi sfruttando altri, estraendo ricchezza da ricerche di rendita anziché creazione di ricchezza mediante autentico ingegno. Molti ricchi odierni sono arrivati dove sono attraverso percorsi di sfruttamento; magari, ben serviti dalle politiche di Trump, che hanno appunto incoraggiato la ricerca di nicchie di rendita distruggendo intanto le fonti sottostanti di creazione di ricchezza. Un capitalismo progressista cerca di fare esattamente il contrario. Col che arriviamo alla terza priorità: affrontare il problema crescente del potere di mercato concentrato. Sfruttando vantaggi informativi, assorbendo con l’acquisto potenziali competitori, e creando barriere d’ingresso, le aziende dominanti sono in grado d’impegnarsi in una ricerca di rendita su vasta scala a detrimento di chiunque altro, salendo in potere aziendale, combinato col declino del potere contrattuale dei dipendenti. Il che spiega molto delle grandi disuguaglianze e della crescita così modesta. A meno che i governi assumano un ruolo più attivo di quanto prescritto dal neoliberismo, questi problemi peggioreranno probabilmente molto, grazie ai progressi nella robotizzazione e nell’intelligenza artificiale.

Il quarto elemento chiave nell’agenda progressista è recidere il collegamento fra potere economico e influenza politica. Potere economico e influenza politica si rafforzano e auto-perpetuano reciprocamente, specialmente dove, come negli US, individui e aziende ricche possano spendere senza limite nelle elezioni. Mentre gli US s’avvicinano sempre più a un Sistema fondamentalmente non-democratico di “un dollaro, un voto,” il sistema di contrappesi così necessario alla democrazia è probabile non possa tenere: nulla potrà contenere il potere dei ricchi. Questo è un problema non solo morale e politico: le economie con meno disuguaglianza effettivamente hanno prestazioni migliori. Pertanto le riforme verso un capitalismo progressista devono cominciare riducendo l’influenza del denaro in politica e le disuguaglianze patrimoniali.

Non c’è bacchetta magica che possa invertire il danno fatto da decenni di neoliberismo. Ma una agenda esauriente su queste basi decisamente lo può. Molto dipenderà dalla risolutezza dei riformatori nel combattere problemi come l’eccessivo potere del mercato e la disuguaglianza, almeno altrettanta che quella del settore privato nel crearli.

Un’agenda ben articolata deve porre attenzione all’istruzione, alla ricerca, e all’altra vera fonte di ricchezza – l’ambiente. Deve proteggerlo e combattere il cambiamento climatico con la stessa vigilanza dei promotori del New Deal Verde negli US e della Ribellione all’Estinzione nel Regno Unito. E deve fornire programmi pubblici per far sì che a nessun Cittadino vengano negati i requisiti base di una vita decente, che comprendono la sicurezza economica, l’accesso al lavoro e a un compenso che dia da vivere, l’assistenza sanitaria e un’abitazione adeguata, una quiescenza sicura e un’istruzione di qualità per i figli.

Ci si può decisamente permettere una tale agenda, piuttosto non ci si può permettere di non attuarla. Le alternative offerte dai nazionalisti e dai neoliberisti garantirebbero più stagnazione, più disuguaglianza, più degrado ambientale, più acrimonia politica, potenzialmente foriera di esiti che non vorremmo neanche immaginare.

Un capitalismo progressista non è un ossimoro. È anzi la più efficace e vibrante alternativa a una ideologia chiaramente fallimentare. Come tale, rappresenta la migliore opportunità che abbiamo di sfuggire al nostro attuale malessere economico e politico.


Joseph Eugene Stiglitz è un economista US e professore alla Columbia University. E’ detentore di Premio Nobel in Scienze Economiche (2001) e della medaglia John Bates Clark (1979). E’ ex-vice-presidente senior e capo economista della Banca Mondiale, noto per la sua posizione critica verso la gestione della globalizzazione, degli economisti del libero mercato (che definisce “fondamentalisti del libero mercato”), e di alcune istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la stessa Banca Mondiale. Stiglitz è autore di The Price of Inequality [Il prezzo della disuguaglianza].


NOBEL LAUREATES, 3 Jun 2019 | Joseph E. Stiglitz | Nobel Laureate Economic Sciences – TRANSCEND Media Service

Titolo originale: After Neoliberalism
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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