Le guerre afgane | Recensione di Massimiliano Fortuna

Gastone Breccia, Le guerre afgane, il Mulino, Bologna 2014, pp. 192, ill., € 13,00

Afghanistan, intricato mosaico di etnie, regione strategica dell’Asia centrale, territorio al cuore di vie di passaggio di primaria importanza. Il libro di Gastone Breccia ripercorre, con un’utile sintesi, il filo delle guerre che negli ultimi duecento anni hanno segnato questo «mucchio di pietre dimenticato» dopo la creazione, del quale Dio, secondo un antico racconto, si servì per fare l’Afghanistan.

Nell’Ottocento il paese si trovò al centro del «Grande Gioco», la lotta per la supremazia nell’Asia centrale che per quasi tutto il secolo vide confrontarsi la Russia zarista e l’impero inglese. Per garantirsi una maggior protezione rispetto al confine del subcontinente indiano, nel timore, verosimilmente esagerato, che la Russia potesse estendere sino all’India la propria influenza, la Gran Bretagna si pose l’obiettivo di controllare direttamente il territorio afgano tramite l’insediamento di un re vassallo.

La prima guerra anglo-afgana (1839-1842) può in un certo senso considerarsi la matrice di tutte quelle che in seguito videro impegnate delle potenze straniere nella regione: una facile avanzata iniziale e la successiva constatazione che il dispiegamento militare per controllare il territorio è troppo gravoso e impraticabile. Alcuni anni dopo la fine di questo conflitto il viceré dell’India John Lawrence fotografò in modo esemplare la situazione, con parole che avrebbero fatto bene a prendere in seria considerazione quanti in seguito si sono trovati a coltivare analoghi propositi di sottomissione dell’Afghanistan: «tentare di tenere sotto stretto controllo un simile paese e un simile popolo significa sfidare la sventura e il disastro. Gli afgani possono sopportare la povertà e l’insicurezza, ma non tollereranno mai una dominazione straniera: non appena ne avranno la possibilità, si ribelleranno. […] L’Afghanistan è come una scarpa che ferisce solo chi la porta».

Ma il saggio ammonimento contenuto in queste considerazioni non ebbe molto ascolto. A ricascarci fu innanzitutto la stessa Gran Bretagna, che tra il 1878 e il 1881 intraprese una seconda guerra afgana, dagli esiti simili a quelli della prima. Identiche «disillusioni» toccheranno poi all’Unione Sovietica, durante gli anni Ottanta del Novecento, e all’operazione statunitense Enduring Freedom, iniziata agli albori del nuovo millennio in risposta agli attacchi dell’11 settembre.

Gli scenari storici non sono mai facilmente sovrapponibili (meglio non riporre troppa fiducia nell’analogia storica), ma in questo caso si può dire che si presentino davvero evidenti similitudini. Alessandro Barbero sostiene, in modo scherzoso, che la storia in genere non è «magistra vitae» e non possiede leggi, però a guardar bene una probabilmente sì: non bisogna invadere la Russia e forse, aggiunge, nemmeno l’Afghanistan. L’inesauribile resistenza che negli ultimi due secoli i popoli afgani hanno saputo mettere in atto contro potenze quali l’impero inglese, la Russia sovietica e gli Stati Uniti sta lì a dimostrarlo.

In conclusione, secondo Breccia è bene prendere coscienza che la conflittualità armata all’interno del mondo tribale afgano è una realtà molto ardua da superare e lo strumento appropriato per provare a farlo non può certo consistere nel dispiegamento degli eserciti, perché «la guerra, in Afghanistan, verrà sconfitta quando si avrà piena consapevolezza di che cosa significhi per molti afgani, di quale ruolo e importanza abbia nella vita delle loro comunità; e quando il mondo sarà in grado di offrire davvero altre prospettive di sviluppo invece di continuare a inciampare sul mucchio di pietre dimenticato da Allah nel cuore dell’Asia centrale».

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