E la nave se ne va | Gianni Alioti

Erano parecchi anni che quella frase lì, l’Italia ripudia la guerra, un’affermazione semplice quanto solenne e amata quanto disattesa, non veniva riempita di senso. Porti chiusi sì, ma ai veri trafficanti di morte. Lo straordinario sciopero dei lavoratori portuali di Genova che hanno impedito di caricare materiale bellico sul cargo saudita Bahri Yambu è uno splendido esempio di come lavoratori e movimento pacifista possano tornare a unirsi per difendere quel che resta della cultura politica di questo paese. Ce n’era un gran bisogno

Da Le Havre a Genova, passando da Santander. Lavoratori portuali e movimenti, espressione della società civile, impongono con l’azione diretta ciò che le istituzioni politiche europee e nazionali continuano a non fare. Eppure la L.185 del 1990 che regola, ad esempio, il commercio di armamenti dall’Italia è molto chiara. “[…] L’esportazione ed il transito di materiali di armamento sono altresì vietati: a) verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. […]”. È il caso dell’Arabia Saudita militarmente coinvolta nella guerra in Yemen. Da tempo le Nazioni Unite denunciano bombardamenti e attacchi militari in Yemen contro la popolazione civile. A cui si aggiungono torture, blocchi degli aiuti umanitari, arruolamento di minori. Di cui donne e bambini sono le principali vittime. Quanto basta per decretare sia la fine di qualsiasi trasferimento di armi e forniture militari dall’Italia, sia lo stesso transito di materiali di armamento diretto in Arabia Saudita. È il caso del “carico di morte” trasportato dal cargo Bahri Yanbu, partito dagli Stati Uniti e arricchitosi in Belgio. A Le Havre si sarebbero dovuti aggiungere 8 cannoni semoventi Caesar da 155 mm prodotti da Nexter in Francia. E, ieri a Genova, i gruppi elettrogeni TK 13046 prodotti dalla Teknel di Roma per alimentare shelter di comunicazione, comando e controllo in grado di gestire anche droni, comunicazioni e centri di comando aereo e terrestre.

La nave Bahri Yanbu non è nuova al trasporto di armamenti. E, da 4-5 anni, è solita attraccare anche nel porto di Genova per caricare materiali militari destinati alla guerra in Yemen. Evidentemente, le autorizzazioni del Governo italiano all’esportazione di sistemi d’arma all’Arabia Saudita, non si limitano alle bombe prodotte in Sardegna dalla Rwm, fabbrica controllata dal Gruppo tedesco Reinhmetall.

Ma dopo il movimento in Francia che ha impedito alla nave saudita di attraccare nel porto di Le Havre, il testimone è passato ai “camalli” genovesi. La pressione esercitata dal Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali sul loro sindacato (la Filt Cgil), le prese di posizione sia di Amnesty International, sia dei gruppi anti-militaristi genovesi e “contro la guerra”,hannoportato alla dichiarazione dello sciopero tra i portuali. Non senza problemi e divisioni con i sindacati di categoria affiliati a Cisl e Uil.

La sospensione, dalle 6 di ieri, di tutte le operazioni portuali di mare e di terra, riguardanti la nave cargo saudita, è stata comunque compatta.Alla stessa ora, a ponte Etiopia di fronte al terminal Gmt, centinaia di persone tra portuali, cittadini solidali, antimilitaristi e scout, accolgono la nave saudita con fumogeni e striscioni contro la guerra. Fintanto che il carico di attrezzature militari dual-use non è stato portato via definitivamente dal porto di Genova senza essere imbarcato sulla nave Bahri Yanbu, è proseguito sia il presidio, sia lo sciopero.Il “braccio di ferro” è stato sbloccato dopo un incontro in prefettura, nel quale hanno partecipato la Capitaneria di Porto e i rappresentanti del sindacato dei trasporti della Cgil e della Culmv.

La positiva conclusione dell’azione diretta dei “camalli” genovesi rischiava, però, di essere vanificata. Molte voci sostenevano che il cargo Bahri Yanbu, dopo Genova, eradiretto a La Spezia. Pronta è stata la mobilitazione dei lavoratori portuali spezzini che hanno annunciato lo sciopero nel caso la nave saudita avesse attraccato nella loro città. In tempo reale e con efficacia ci si è mossi anche come Rete Italiana Disarmo che nel primo pomeriggio emetteva un tempestivo comunicato e assicurava il monitoraggio dei movimenti della Bahri Yanbu. Ora sappiamo che, dopo aver sciolto gli ormeggi da Genova alle 23 del 20 maggio, il cargo saudita è in navigazione verso il porto di Alessandria di Egitto, senza prevedere scali in altri porti italiani.

L’episodio che ieri ha visto a Genova, nuovamente insieme, attivisti contro i “signori della guerra” e lavoratori ha un valore simbolico straordinario. Negli anni ’80 fu determinante per la crescente contestazione alla Mostra Navale Italiana (la più grande esposizione di sistemi d’arma in Italia), fino alla sua definitiva cancellazione. Non solo. Fu un elemento decisivo per positive esperienze di diversificazione e conversione nel civile di aziende che operavano, del tutto o in parte, per il mercato militare. Fino all’implementazione negli anni ’90 dei programmi europei Konver e Konver 2. Risorse che, ad esempio, permisero di creare nello spezzino, i distretti industriali della cantieristica navale e delle tecnologie del mare. Grazie a ciò, La Spezia ha ridotto sensibilmente la sua dipendenza, manifatturiera e occupazionale, dalla quasi esclusiva domanda militare.

Fonte: Comune-info

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